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Raf: «Solo un miserabile pensa che basta diventare ricco e famoso per essere felice»

‘Ora e per sempre’, la canzone sfacciatamente autobiografica che porta a Sanremo, il Festival che è «un imbuto», i pericoli del successo, la musica omologata, la risposta italiana a USA for Africa. L’intervista
Raf foto Gianluca Saragò

Foto: Gianluca Saragò

Raf torna a Sanremo per la quinta volta in gara e non ha bisogno di retorica per giustificare la scelta. Ricorda gli anni in cui per costruirsi un percorso nel pop il Festival era una delle manifestazioni dove bisognava andare. Anche un po’ malvolentieri per chi, come lui, preferiva altri ambienti: «L’aspetto più respingente in passato era l’eliminazione, che era una gogna pubblica. Una sorta di X Factor ante litteram».

Oggi il Festival è diverso: «È diventato un imbuto dove tutti provano a entrare per promuoversi. Non è bellissima come condizione, bisogna ammetterlo». Nonostante ciò, o forse proprio per questo, torna in gara con Ora e per sempre, un brano scritto con il figlio Samuele Riefoli: «Era un pezzo suo, poi ci siamo detti: perché non la cantiamo tutti e due?». La ballad guarda a «un mondo che urla, manca di empatia e fa paura, non vogliamo far parte di questa follia».

I suoi 66 anni, con 40 di carriera e 20 milioni di dischi alle spalle, gli permettono di parlare del successo con sincerità: «Se non sei preparato è pericoloso, anch’io ho avuto dei problemi psicologici». E su chi punta ai numeri: «Solo un miserabile pensa che basta diventare ricco e famoso per essere felice». Seppur come autore, un Sanremo lo ha già vinto con Si può dare di più nel 1987: «Caterina Caselli aveva avuto l’idea di utilizzarlo per creare una sorta di supergruppo italiano in risposta a USA for Africa».

Alla quinta volta in gara a Sanremo, all’Ariston sei di casa o è sempre una nuova sfida?
Se devo essere sincero, è stato il Festivalbar ad avermi più valorizzato e premiato. Negli anni ’80 e ’90 Sanremo era percepito in modo molto diverso rispetto a oggi, era in ribasso, si era arrivati a cantare in playback e faceva numeri inferiori a quelli di altre manifestazioni. Tanto che, quando ho partecipato, anche le aspettative delle mie canzoni sono state sottostimate, salvo poi esplodere altrove, nelle radio o tra il pubblico. Per esempio Cosa resterà degli anni ’80, che al Festival dell’89 arrivò soltanto quindicesima, col tempo è diventata una delle canzoni che ha venduto più copie e più ricordata.

Quindi perché Sanremo, nonostante tutto?
In quegli anni per costruirmi un percorso nel pop, per me che venivo dal rock, Sanremo era una delle manifestazioni nelle quali bisognava andare per incontrare il grande pubblico. Anche se io avrei preferito solo pubblicare dischi e fare concerti, senza il contorno della promozione televisiva. Visto che erano passaggi obbligati, all’inizio dicevo sempre no. Ma poi accettavo, dopo lunghe operazioni di convincimento.

Ora non avresti bisogno di tornare in gara, ma forse la gara stessa è meno importante?
Sì, Sanremo è cambiato molto rispetto al passato. L’aspetto più respingente una volta era l’eliminazione, che era una gogna pubblica. Una sorta di X Factor ante litteram. Erano formule e format voluti dalla televisione, perché lo show imponeva certe regole e anche molto dure per un artista, in particolare per chi aveva già una carriera avviata. Oggi è cambiato tutto e se esci con un progetto, partecipare a Sanremo ti consente, in sola una settimana, di avere una esposizione mediatica che altrimenti non avresti.

Anche perché gli spazi, nonostante i social, sono sempre meno.
Sanremo è diventato un imbuto dove tutti provano a entrare per promuoversi. Non è bellissima come condizione, bisogna ammetterlo, non dovrebbe essere così.

A parte le quattro partecipazioni in gara, nel 1988 con Inevitabile follia, nel 1989 con Cosa resterà degli anni ’80, nel 1991 con Oggi un Dio non ho e nel 2015 con Come una favola, il brano Si può dare di più, scritto da te, Giancarlo Bigazzi e Umberto Tozzi vince nel 1987. A posteriori, c’è un po’ di rammarico per non averlo cantato?
È arrivato in un periodo in cui, come dicevo prima, ero molto insofferente rispetto a certe manifestazioni. Poi venivo da un successo internazionale in lingua inglese come Self Control, partito dai club e arrivato ovunque. In più facevo parte di un’etichetta discografica francese, la Carrere, per la quale cantare in italiano sarebbe stato un problema e avrei quindi dovuto interrompere il contratto che avevo sottoscritto. Senza dimenticare qual era l’idea di Caterina Caselli rispetto a quel brano, almeno inizialmente.

E cioè?
Avevo scritto la musica e il testo in finto inglese, come si fa spesso quando componi. E il ritornello le era piaciuto così tanto che le era venuta l’idea di utilizzarlo per creare una sorta di supergruppo italiano in risposta a USA for Africa e al singolo We Are the World. Un progetto italiano che non è riuscita a realizzare e quindi, in vista di Sanremo, sono rimasti Gianni Morandi, al quale il pezzo piaceva molto, Enrico Ruggeri, che era della stessa casa discografica, e Umberto Tozzi che aveva messo mano al testo di Giancarlo Bigazzi. Una volta che hanno trovato loro tre, io sono rimasto serenamente a casa.

La vittoria ti ha stupito?
Ricordo che in quei giorni avevo una febbre da cavallo e, dopo il verdetto, mi sono addormentato. Infatti la mattina dopo, al mio risveglio, pensavo di aver sognato la vittoria.

Foto: Daniele Mignardi Promopressagency

Adesso torni tra i Big in gara con Ora e per sempre, scritto a quattro mani con tuo figlio. Immagino sarà un’emozione speciale, no?
A casa ci siamo un po’ abituati, Samuele scrive da qualche anno e scrive bene, quindi se qualcosa mi piace la utilizzo. Questo doveva essere un brano suo, però mi ha detto che come ballad sarebbe stata ideale per me. C’era solo la parte musicale, che mi ha convinto, ho aggiunto il testo tutto scritto da me, e alla fine ci siamo detti: perché non la cantiamo tutti e due? Effettivamente, a pensarci, ci si può abituare a un figlio che compone, ma esibirsi insieme a Sanremo stento ancora a crederlo ed è un motivo di grande orgoglio.

Una ballad sulla storia d’amore tra due persone che si conoscono negli anni ’80 e che, dopo tanto tempo insieme, si confrontano su un mondo cambiato e particolarmente complicato. È quello che non vi aspettavate di vivere tu e tua moglie, Gabriella Labate?
Esatto, è la canzone più autobiografica che ho scritto. Sfacciatamente autobiografica. È la nostra storia, visto che con mia moglie ci siamo conosciuti in quegli anni, e descrive il nostro rapporto che non è cambiato poi molto, mentre è cambiato moltissimo il mondo che ci circonda. Ci guardiamo intorno e descriviamo questo mondo che urla, manca di empatia e fa paura, aggiungendo che noi non vogliamo far parte di questa follia. Rimaniamo ancora legati alle logiche di quando ci siamo conosciuti, visto che quello che vediamo oggi ci crea apprensione per il futuro, anche nel breve termine, sia per noi che per i nostri figli.

La musica mainstream, che viene accusata di essere omologata, scritta spesso dagli stessi team di autori e persino dall’intelligenza artificiale, è quella che ti saresti aspettato di ascoltare quando, negli anni ’80-’90, pensavi alla musica del futuro?
No, anche se mi sembra inevitabile quello che sta avvenendo. Non solo nella musica. La creatività è cambiata perché la tecnologia, via via, sembra sempre più realizzata per sostituire l’essere umano. In questo processo, inevitabilmente, tutto si appiattisce. Se tutti decidono di farsi aiutare dagli stessi autori o dall’AI per scrivere una canzone o la sceneggiatura di un film, si arriva all’omologazione. Un aspetto positivo è che la tecnologia ti mette a disposizione di tutto per produrre a costi bassissimi, solo che poi diventa negativa perché rischi di perdere di vista la sensibilità umana. Lo dico per tanta gente che, spesso, è meno attenta e ascolta musica su TikTok o su Spotify. Perché rischia di innescarsi un effetto assuefazione. Una situazione che non saprei come risolvere, ma è un grande problema.

Ma esiste una formula per la canzone pop perfetta?
Una formula magica non c’è. Io ho sempre pensato che è necessario amare moltissimo quello che fai. Infatti trovo inaccettabile negli ultimi 20-30 anni che sia stato sdoganato l’atteggiamento di fare qualcosa con l’unico obiettivo di diventare famoso. Se fai musica come scorciatoia per il successo, o per una vita lussuosa, le canzoni non hanno un’anima e non durano nel tempo. E cercherai la maniera più veloce per arrivare a quell’obiettivo.

L’ossessione per i numeri rischia di impoverire il repertorio futuro?
C’è differenza tra tormentone e tormentone. Ce ne sono alcuni che sono esplosi, ma sono stati realizzati in origine con una certa sensibilità, mentre altri sono stati costruiti a tavolino con schemi fissi. Non tutte le canzoni che sono diventate tormentoni si possono considerare musicaccia. Ci sono pezzi apparentemente molto semplici che, quando riascolto, capisco quanta fatica è stata fatta per realizzarli e arrivare a quella sintesi pop. Non è così facile come sembra. Da giovane ho frequentato la musica sperimentale, il punk, il rock, e quando ho iniziato con il pop, che prima snobbavo, ho capito che non era tanto semplice da realizzare, soprattutto se volevi farlo bene.

A Sanremo ritroverai Laura Pausini come co-conduttrice. Nel ’93 l’hai supportata nel suo debutto discografico e hai cantato con lei Mi rubi l’anima, oggi è reduce dalla polemica dopo aver cantato l’inno alle Olimpiadi. Tu che idea ti sei fatto?
Che viviamo in uno strano mondo, come canteremo in Ora e per sempre. Un’epoca caratterizzata dalle shitstorm. Se ci finisci dentro, fermarle sembra impossibile. A me non sembra che Laura Pausini abbia interpretato male l’inno nazionale, anzi, a me è piaciuta la sua interpretazione. D’altra parte lei canta così da tanti anni, quindi l’ha personalizzata. Può piacere o non piacere. A me è piaciuta. Al di là della mia opinione, mi fa pensare che tutto si trasformi sempre in uno scontro tra in tifoserie pro o contro, anche con parole d’odio verso l’artista. Spesso mi chiedo, da dove viene tutto questo veleno? Perché la gente è così aggressiva? Qual è la colpa di Laura se non ti piace? Lei ha fatto quello che riteneva e sa fare bene, è stata apprezzata da tanti nel mondo, e non merita questo odio.

A 24 anni hai conosciuto il successo internazionale con Self Control. Ultimamente molti giovani artisti, dopo una grande esposizione mediatica, hanno sentito il bisogno di allontanarsi e prendersi un periodo di pausa. La popolarità è così difficile da gestire?
Se non sei preparato il successo è pericoloso. Lo è stato anche per me, come dopo il successo internazionale di Self Control a 24 anni. Infatti dopo ho avuto problemi psicologici piuttosto seri e ci ho messo degli anni per risolverli. Se in più sei una persona molto sensibile, e avevi immaginato il successo in un altro modo ma ti arriva come non ti aspettavi, ti può creare enormi problemi. A chi non vive queste esperienze può sembrare strana come reazione. Ma come, hai la fortuna di avere successo, soldi, l’amore del pubblico e non stai bene? Dipende dalla preparazione con cui ci arrivi, perché non necessariamente il successo ti può rendere sereno. Solo un miserabile pensa che basta diventare ricco e famoso per essere felice.

Dopo Sanremo è previsto un tuo ritorno discografico. Sarà un lavoro più incentrato sulla riscoperta di sonorità del passato o contaminato da quelle del presente?
Vorrei mettere insieme passato e presente, prendendomi anche il rischio che diventi un melting pot che deluderà tutti. Ci sto lavorando e devo dire che il pop è bello proprio perché puoi spaziare. Per ora posso dire che non credo l’album avrà la stesso fil rouge sonoro del brano di Sanremo. E strada facendo cercherò di capire stilisticamente la connotazione generale.

Che ne pensi della trap?
Penso che ormai abbia fatto il suo corso. Anche se mio figlio mi ha detto: «Per quanto sei versatile potresti fare un pezzo trap». A parte gli scherzi, mi sentirei ridicolo. Però, durante la lavorazione, non è escluso che possa trovare delle ispirazioni nell’hip hop. Infinito, di cui ricorrono i 25 anni e riporterò in tour nell’autunno del 2026, ha molti riferimenti dall’hip hop di fine anni ’90 nelle strofe, prima di aprirsi nel ritornello.

C’è qualcosa della trap che ti ha colpito?
Quando è esplosa mi ricordo di aver detto a mio figlio: «Ma che cazzo stai ascoltando?». In quel periodo, una decina di anni fa, viaggiavamo tra l’America e l’Italia e lui ha iniziato ad ascoltare prima gli americani e poi gli italiani. Lo dicevo non tanto per gli aspetti musicali, che in alcuni casi sono interessanti, mi davano invece fastidio i contenuti. L’ostentazione del denaro, degli oggetti di lusso e delle pistole. Elementi già presenti nell’hip hop o in un certo rock con lo slogan sesso, droga e rock and roll, ma dietro all’apparenza c’erano filosofie profonde. La trap, in generale, mi ha trovato contrario sui temi che ha trattato in questi anni.

Per affrontare questo mondo che trovi così cambiato, come canterete in Ora e per sempre, quali sono gli insegnamenti più utili che pensi di aver dato ai tuoi figli?
Ho cercato di insegnare loro ad avere amore per se stessi e verso gli altri. Di non essere egoisti, di coltivare la curiosità di conoscere le persone diverse, sia per identità di genere che per colore della pelle o nazionalità, e sempre senza pregiudizi. Oltre al cercare di fare qualsiasi cosa nella vita che li renda felici e rinunciare senza esitazioni a tutto ciò che genera tristezza.

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