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Rachele Bastreghi: «’Psychodonna’ è un dramma in discoteca»

Nel suo primo vero album solista la musicista dei Baustelle canta di donne che lottano per la libertà, anche dalle etichette di genere. E la musica? «È Morricone che balla con Michael Jackson»

Rachele Bastreghi

Foto: Elisabetta Claudio

Sei anni fa Rachele Bastreghi pubblicava Marie, EP nato dalla sua partecipazione alla fiction Rai Questo nostro amore. Lo caratterizzavano atmosfere rétro fatte di tappeti d’archi e orchestrazioni che rimandavano agli anni ’70. Qualcuno avrà pensato che la musicista dei Baustelle si sarebbe fermata lì e invece la sorpresa: il nuovo Psychodonna è un lavoro ben più sfaccettato, un concept che per l’autrice è il primo vero album solista e che attraversa e fonde più territori sonori mettendo al centro l’universo femminile.

Bastreghi lo ha scritto prima della pandemia, durante quello che definisce «un lockdown artistico» che l’ha spinta a sviscerare tutto ciò che c’era da sviscerare su se stessa: la timidezza che da ostacolo diventa forza, la passione che brucia e trasmette energia, i momenti bui, la rabbia contro i pregiudizi, le cadute e le risalite, la fierezza della reazione, il desiderio di una libertà che è affermazione di sé senza compromessi. E a 43 anni se l’è presa anche da songwriter, quella libertà, in un disco frutto di lunghe notti di veglia, introspezione e scrittura, prodotto con Mario Conte e suonato con colleghi quali Colapesce, Fabio Rondanini e Roberto Dellera. Un album multiforme, intenso, stratificato, una miscela di electropop e classicità che si fa canzone, ma anche sperimentazione trainata dagli ascolti di Bach e del Battiato di Fetus e Clic, e ancora di Wendy Carlos e Laurie Anderson, Serge e Charlotte Gainsbourg, Sébastien Tellier, Kraftwerk, del Morricone più psichedelico e dei Cantori Moderni di Alessandro Alessandroni.

Dentro vi compaiono varie ospiti, da Meg alle attrici Chiara Mastroianni e Silvia Calderoni, la title track è un collage strumentale di voci e sample, Not For Me un inno sintetico e anticonformista, e c’è la lotta tra Eros e Thanatos espressa dalle poesie di una figura tanto tragica quanto fervida come Anne Sexton. Ma poi si balla, perché questo è «un dramma in discoteca», come dice Rachele. Che spiega: «La Psychodonna è una donna piena di contrasti, fatta di mondi opposti che s’intrecciano, fragile, ma combattiva, costantemente in cerca di un equilibrio che sia solo suo».

La Psychodonna sei tu?
Sono anche io in quanto frutto di un percorso di vita, di un viaggio introspettivo tra riflessioni e stati d’animo: dopo tanti anni, quasi per la prima volta, sono riuscita ad ascoltarmi per poi capirmi e accettarmi così come sono, nella mia complessità.

Qual è stato il punto di svolta?
L’esperienza con i Baustelle è stata ovviamente importantissima per la mia crescita non solo artistica, ma anche umana, personale. A un certo punto ho sentito il bisogno di approfondire la mia identità, identità che vive nella band, ma che avevo voglia di esplorare altrove. Ci sono cose della mia scrittura che si riconoscono anche nei dischi dei Baustelle, ma in queste mie nuove canzoni spingo sull’acceleratore, spazio molto, mi sono lasciata andare anche su certi aspetti che forse a molti risulteranno inattesi, vedi il mio lato “ballerino”, il fatto che mi piacciono la cassa in quattro, il ritmo, le percussioni, la drum machine, tutte cose che poi nell’album ho mescolato con una certa drammaticità che mi appartiene ugualmente, con l’amore per Morricone e molto altro. Non a caso definisco Psychodonna un dramma in discoteca, perché contiene i miei opposti che si attraggono, perché unisce l’elettronica con il pop e la sperimentazione creando un mondo variegato che mi rappresenta. Un passo liberatorio, che probabilmente sono riuscita a compiere ora perché oltre a sentirmi più consapevole mi sono sentita più capace. Il sogno c’era da sempre, però non avevo gli strumenti per realizzarlo, finalmente mi sono sentita pronta.

Rispetto a questo percorso come consideri l’EP Marie?
Proprio perché quell’EP nasceva da una chiamata esterna prevedeva dei paletti e questo è stato un bene per me, nel senso che ho utilizzato quell’occasione per espormi proteggendomi, creandomi un mondo anni ’70, un alter ego. Diciamo che è stato un primo step, mentre Psychodonna lo considero il mio primo vero album solista, in cui dico cose profonde che mi riguardano. Scriverlo è stato anche una terapia, mi sono tuffata nei miei pregi come nei miei limiti e ho trovato il coraggio di trasformare tutto ciò in materia sonora. Mi ci sono voluti due anni e mezzo di quasi isolamento, prima del lockdown cui ci ha poi costretti la pandemia. Il mio è stato un lockdown artistico fatto anche di alti e bassi, perché quando cerchi di essere il più sincera possibile con te stessa…

Quella che racconti è anche la battaglia delle donne in un mondo al maschile, dove i retaggi della cultura patriarcale agiscono ancora in modo potente. È più difficile per una donna trovare il coraggio di mettersi in gioco?
Personalmente ho un lato un po’ distruttivo legato a una sorta di senso di colpa che avverto sempre, alla paura di non farcela, di non essere all’altezza, al timore del contatto con la realtà. E sì, penso che il contesto c’entri, è innegabile che le donne debbano faticare più degli uomini per farsi spazio, specie in certi ambienti dove sono in minoranza e dove il maschilismo c’è eccome. A volte è difficile anche solo parlare di musica, perché non ti prendono sul serio, perché nessuno ti ritiene veramente una musicista, un’arrangiatrice, una cantautrice che può fare anche considerazioni tecniche, discutere di strumenti. Ma insomma, poi certi pensieri li butto via e vado avanti per la mia strada. Di sicuro in tutto ciò auspicherei una maggiore solidarietà tra donne, vorrei che le donne si coalizzassero di più invece che scambiarsi cattiverie gratuite come vedo che fanno a volte: è una cosa che mi rattrista molto, questa, ed è un punto che non si può non affrontare.

In Due ragazze a Roma, traccia con Meg e Chiara Mastroianni, canti la genesi di un amore tra due donne in un album che in fondo è un inno all’amore libero. Qual è la tua prospettiva?
La canzone è autobiografica, parlo di ciò che conosco. In questo caso di una storia d’amore tra due donne, che però potrebbe essere anche tra due uomini, tra un uomo e una donna, comunque tra due persone consenzienti che si ritrovano a provare un sentimento che le lascia felicemente esterrefatte. Non è che abbia scritto questo brano per lanciare un messaggio, ma da questo album si capisce che sono per la libertà, perché ognuno possa fare quello che vuole.

Queer e gender fluid sono espressioni ormai all’ordine del giorno, introdotte nel dibattito pubblico da una generazione che non accetta più l’idea di un’identità di genere e sessuale determinata. Tu che fai parte di un’altra generazione che contro l’omofobia ha lottato, ma più nel segno dell’orgoglio gay, come hai vissuto quest’evoluzione?
Mi ha reso contenta, vedo che i giovani parlano con tranquillità di questi argomenti e mi fa piacere, significa che in ogni caso certe battaglie fatte in passato sono servite. In loro non vedo più la vergogna che, per esempio, provavo io quando avevo 18 anni. Guarda Madame com’è disinvolta da questo punto di vista. Che si stia andando verso un mondo migliore? Io ci credo, mi piace l’atteggiamento del “che cavolo me ne frega, sono questa punto e basta”, da adolescente io ero indubbiamente più bloccata e Psychodonna è anche un modo per raccontarmi in questo senso. Mi sono pure posta dei problemi, sul contenuto del disco, ma ci tenevo a lasciare ciò che mi era uscito in modo istintivo, quindi… ormai il danno è fatto (ride). Però non m’interessa definirmi con un’etichetta, con un termine, detesto le categorie. Semmai questo album è un invito alla libertà, vorrei dedicarlo a chi riesce a essere se stesso senza additare gli altri, perché è dalle frustrazioni che nascono le violenze, le discriminazioni.

Hai unito influenze diverse, dal primo Battiato alla Gainsbourg di Rest ai Kraftwerk. Da dove sei partita?
Sono una grande fan di Bach, ho una formazione classica e il pianoforte è il mio strumento principale, per cui tutto è nato da giri ossessivi, armonici, con la tastiera, dal mio amore per il contrappunto e per la musica barocca, il tutto miscelato con i generi più diversi, perché non volevo paletti. Fondamentalmente mentre lavoravo a questi brani vedevo Morricone ballare con Michael Jackson e mi sentivo in estasi, come una bambina che tira fuori dal cesto i suoi giocattoli e si mette a giocare con tutti contemporaneamente. Perché mi piacciono un sacco di cose, ho quest’anima a volte un po’ pesante, ma sorretta poi dal ritmo, dal battere i tasti della tastiera, dalla chitarra. Mi fa piacere che citi Battiato perché prima di mettermi su Psychodonna ho ascoltato molto i dischi della sua fase sperimentale, proprio per l’attitudine alla libertà creativa. Infatti nell’album ho inserito anche voci, campionamenti, frammenti da documentari. Avevo davvero voglia di lasciarmi andare completamente, sarà per questo che è un disco nato di notte.

Il testo di Penelope recita: “lo stratagemma che inganna il cuore dura ogni notte e il giorno muore, lei crede al sole e io nella confusione”.
Ma sì, perché la notte è perfetta per isolarsi. Adoro lavorare quando è tutto fermo, tutto in silenzio, è qualcosa che mi dà più coraggio, credo. Perché ci sono solo io e faccio quello che mi pare. Infatti mentre scrivevo queste canzoni mi sono sentita libera di sperimentare, di impazzire. Ho buttato giù tante versioni dei brani prima di arrivare a quella definitiva, del resto mi piace arrangiare, nasco come musicista, il canto è qualcosa che si è aggiunto dopo, anche nei Baustelle sono sempre stata co-autrice della musica. Questo per dire che è più con i testi che mi sono dovuta allenare, per cui con una visione del suono già in testa mi sono messa sulle musiche e se mentre suonavo mi venivano in mente delle immagini vi associavo delle parole che rappresentavano un po’ il senso di quella che sarebbe poi diventata la canzone. E via così… Un lavoro in parte di pancia, ma in parte anche certosino, di ricerca, di cura dei dettagli.

Mario Conte, con cui hai prodotto il disco, che ruolo ha avuto?
Quando ho chiamato Mario e gli ho fatto sentire i pezzi, alcuni erano già così come sono, però poi c’è stato tutto un lavoro sui suoni, sulla batteria. Di certo ho capito che il mio sogno di realizzare una canzone solo piano e voce non so se si realizzerà mai, forse ho paura del vuoto perché in me convivono tante cose insieme e ho sempre timore di accantonare, di lasciare fuori qualcosa.

Come descriveresti la tua casa/studio dov’è nato Psychodonna?
Io ho il casino dentro e fuori, e se la casa è lo specchio di ciò che siamo, beh, la mia è un casino della madonna. Una confusione in cui, però, mi trovo bene a giocare con tutti i miei strumenti: tastiera, chitarra, basso, anche col computer, visto che ormai siamo tutti tecnici del suono casalinghi. Però, ecco, a me questo serve solo per i demo, non farei mai uscire un album così. Quanto al disordine che mi circonda, ogni tanto metto a posto, ma dura due giorni. Non per niente in Not for Me dico che l’ordine non fa per me, e questo in tutti i sensi. Probabilmente è tutto collegato, come musicista cerco l’emozione e lo struggimento, ma poi mi piacciono le percussioni, i synth, i moog, le chitarre e le voci distorte. Da questo punto di vista è stato particolarmente divertente lavorare su Psychodonna, la title track strumentale: lì ci sono dentro cose marziane, affiorate accidentalmente, in casa, che non possono essere ricreate; ho usato persino uno starnuto che mi è scappato mentre suonavo la chitarra. Il punto non era essere perfetta, ma vera.

“L’ordine non fa per me”, “lei odia il potere”, “the power just don’t fit me”: questo album è anche uno sfogo, no?
Assolutamente, la musica è il linguaggio con cui mi esprimo, per cui la vivo con fervore e anche con un po’ di rabbia. Non necessariamente contro l’esterno, però, più contro me stessa. Quando parlo di potere, sai, ognuno ha il suo, anch’io ho il mio, ma spesso non mi piace l’effetto che il potere ha sulle persone, me compresa.

Capita di frequente di sentire associata l’espressione “potere alle donne” all’idea dell’autodeterminazione femminile: tu che ne pensi?
Non mi piace come accostamento, è che a volte si confondono un po’ le cose, del resto il problema del femminismo è il maschilismo. Bisognerebbe semplicemente seguire l’invito delle femministe che sono venute prima di noi a non abbassare la testa, a credere in noi stesse, a crearci i nostri spazi senza adeguarci. E a non perderci di vista.

Foto: Elisabetta Claudio

Per questo Psychodonna è un disco corale? Hai chiamato al tuo fianco Meg, Chiara Mastroianni, Silvia Calderoni, ma a parte questo Resistenze si apre con i versi di una poesia di Anne Sexton. E parlando di poetesse, evochi Sylvia Plath, Alda Merini, Antonia Pozzi.
Sono poetesse che amo anche perché sono donne che hanno lottato, che hanno trovato la loro via, che hanno avuto il coraggio di andare contro la società, di superare dei limiti, di crearsi i propri spazi rimanendo se stesse. Soprattutto che non hanno avuto vergogna di parlare del loro dolore. Sono storie anche tragiche, le loro, però mi danno coraggio, mi hanno aiutata a fare ciò che volevo fare, la mia cosa. Nella poesia trovo conforto, è una forma letteraria che con le sue immagini di bellezza può dare una mano, può far stare bene, perché ti fa vedere cose, ti apre la testa, ti spalanca orizzonti. A volte bastano poche parole: “Guardami: sono nuda”, per citare Antonia Pozzi.

Poi c’è la cover di Fatelo con me, canzone del 1978 che si scaglia contro i ruoli di coppia stereotipati e al contempo contro la mercificazione del corpo femminile, scritta da Ivano Fossati per un’Anna Oxa giovanissima, sfrontata, audace.
E provocatrice; oggi si osa molto meno. Se pensi che quando pubblicò quel pezzo la Oxa aveva 18 anni… Era una specie di Madame, no? Mi dà speranza, Madame, perché dietro ci vedo la costruzione di un’identità. Tornando a Fatelo con me, è successo che un giorno l’ho sentita in televisione, non me la ricordavo, ma me la sono subito immaginata come l’ho fatta, in una versione punk alla Suicide.

L’album si chiude con un ritorno alle figure genitoriali, canti “mamma, ti voglio bene”, “babbo, ti voglio bene”: come mai?
Mi è venuto così, anzi, quando mi sono uscite quelle parole ho pianto. L’infanzia è il luogo dove si torna quando si sta male, quando si è un po’ giù. Non so, a volte si ha bisogno di tornare a quell’amore che non muore mai.

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