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Rachele Bastreghi da solista:
«Non si esce vivi dagli anni ’70»

La tastierista dei Baustelle pubblica il suo primo Ep, "Marie": quattro brani dal sapore vintage, uno strumentale e due cover di Equipe 84 e Patty Pravo

Rachele Bastreghi, foto stampa

Rachele Bastreghi, foto stampa

Un giorno a lungo atteso dai fan dei Baustelle: quello dell’esordio solista di Rachele Bastreghi, tastierista e voce del gruppo toscano. Lo spunto lo ha dato la fiction Questo nostro amore 70, per la quale Rachele si è calata nel personaggio di Marie. La quale, come dimostra il titolo del disco, ha poi preso vita propria: è una specie di alter ego grazie al quale ha composto quattro brani di sapore nettamente vintage, aggiungendovi due cover di Equipe 84 e Patty Pravo. A ribadire che le avanguardie erano ok, almeno fino al ’66.

Confesso di non aver visto la fiction. Come sono andate le cose? Tu hai anche interpretato una parte, o solo cantato?
Mi hanno chiamato per fare una cantante anni ’70 che ha fatto carriera in Francia dopo aver abbandonato marito e figli in Italia. All’inizio avevo detto no, poi il regista mi ha spiegato che voleva che la mia scena fosse sostanzialmente una canzone. Ed è andata a finire che questa cosa ne ha smosse altre: mi è venuta voglia di scrivere altri pezzi ispirati a quel filone, cose alla Serge Gainsbourg.

Atmosfere che tu hai comunque nell’armadio.
Sì, non è stato così difficile.

Ascoltate l’Ep Marie qui:

La fiction è stata molto seguita, pare che abbia agganciato un pubblico più giovane di quello tipico di RaiUno. Tra i tanti tweet ne ho letto uno di una ragazza, Chiara, che ha scritto “È possibile avere nostalgia di un’epoca che non si è vissuta?” Sembra scritto per te.
Nostalgia… Boh. Sai, sono anni che hanno dato tanto in vari campi. Non si esce vivi dagli anni ’70. Anche coi Baustelle ci abbiamo fatto i conti. Ci sono tanti fattori. Io sento affinità con certe sonorità dell’epoca che risuonano bene con il mio carattere, sia nella composizione che negli strumenti di allora.

Anche i testi sono rivolti al passato. Sono tutte storie d’amore che si guardano alle spalle.
Musicalmente io contribuisco da sempre ai Baustelle, i testi sono stati la vera novità. Ma non mi sono trovata male, forse avevo accumulato cose da dire. Avendo anche sempre parlato poco pubblicamente, c’era una parte di me inespressa, un’esigenza di scavarmi dentro, di tirare fuori delle cose.

Non ho fatto un disco per scappare dal gruppo, ma per crescita personale.

Certo non sono testi molto baustelliani.
No. Però c’è molto di quella canzone anni ’60 – Mina, Vanoni, Paoli. È il tipo di sensibilità intimista che sento vicina al mio modo di scrivere.

Cambieranno delle cose ora nei Baustelle?
Non ho fatto un disco per scappare dal gruppo, penso di averlo fatto per crescita personale. Ma anche per dare cose nuove, crescere, migliorarmi, e portare questa esperienza nel gruppo.

Tu dai una fortissima caratterizzazione al gruppo. Però c’era la sensazione che tu fossi sacrificata.
Non è mai stato così. Se avessi chiesto o fatto cose in più non ci sarebbero stati problemi. Se io scrivo di più, Rachele c’è di più. Sai, un po’ io nei Baustelle ci ho dormito. Fa parte del mio carattere andare piano, appoggiarmi agli altri. Ho sempre lasciato volentieri il posto sotto il riflettore, le risposte nelle interviste.

Un estratto al pianoforte del brano “Senza essere”:

Ora però farai un tour da sola?
Credo di sì, qualche data a marzo o aprile. Con i musicisti del disco come band. Da sola non mi ci vedo. Non mi interessa. Io ho sempre voluto far parte di un gruppo, non stare impalata a cantare. Magari non al centro del palco – però di lato. Tanto mi si nota lo stesso, sono l’unica donna.

Non credo sia solo quello. Penso che la gente ti riconosca una presenza forte, una caratterizzazione musicale. E la voce. Tu hai una delle voci più tristi d’Italia.
Grazie, eh.

Beh, anche Elio delle Storie Tese ha una voce triste. Certo nel tuo caso non contrasta con le canzoni… I tuoi pezzi e quelli dei Baustelle non sprizzano entusiasmo. Non ti ci vedo a cantare Meo amigo Charlie Brown.
Non credo che potrei comporla – però posso ballarla. E ogni tanto qualche pezzo energico come Charlie fa surf lo abbiamo tirato fuori anche noi. Sicuramente io tendo alle note in minore. Che si sa, suonano tristi. Io ho un lato malinconico, nel quale mi piace cullarmi, ma anche uno giocherellone. Però musicalmente le cose allegre non fanno per me. La musica è una roba intima. Profonda. In cui metto dentro tutto quello che non riesco a comunicare a voce. A quanto pare nel profondo sono una persona malinconica.

Come ti ha cambiato fare musica tutti questi anni?
Sono un po’ più sicura di me. Sono sempre molto critica con me stessa ma sul palco ho acquistato padronanza, e mi accetto un po’ di più. Ho sempre una tendenza a sentirmi inadeguata che però alla fine è anche un bene, mi motiva a non fermarmi, soddisfatta di me.

Per finire, la malignità da critico.
Eccoci.

Prima dicevi che nei Baustelle hai sempre cercato una posizione in cui ti sentissi più a tuo agio, “appoggiandoti”. E anche l’alter ego Marie ti è stato comodo per fare la musica per cui sei più incline. Ma forse un’altra comodità che hai sfruttato è stata quella di poterti appoggiare su atmosfere vintage invece che provare uno stile più contemporaneo.
E il contemporaneo, cos’è esattamente? Anche la musica di oggi è piena di rimandi al passato. Non so perché. Forse oggi è diventato difficile rischiare, se rischi non investono su di te. Io posso solo dire che ascolto di tutto, poi quello che mi viene meglio è questo. Ascolto Sébastien Tellier o Beck o le Luci della Centrale Elettrica o i Blonde Redhead, ma a me non riesce di fare quello che fanno loro, quello che mi viene istintivo è questo, almeno ora. La musica che ascolto più volentieri è quella strumentale, Ennio Morricone su tutti. Mi piace la musica in cui c’è molta musica.

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