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Questo musicista ha tenuto in vita gli Yes negli ultimi 30 anni

Si chiama Billy Sherwood e anche se non è uno dei membri della formazione classica ha dato un contributo determinante alla band come polistrumentista, produttore, persino finanziatore. È una storia tutta da leggere di stima, conflitti, licenziamenti, nuovi inizi. E sensi di colpa

Foto: Scott Legato/Getty Images

Se siete stati a un concerto degli Yes trent’anni fa e a uno recente, diciamo negli ultimi sette anni, avete visto due band sostanzialmente diverse. L’unico musicista presente in entrambe le formazioni è il mago del prog Billy Sherwood. Nel tour di Talk era un turnista relegato a fondo palco dove suonava chitarra ritmica, percussioni e tastiere. Nel 2015 aveva il compito pressoché impossibile di sostituire Chris Squire al basso.

Sherwood ha 58 anni. Si è appassionato degli Yes quand’era bambino negli anni ’70. Ricoprire questo ruolo è quindi un sogno che s’avvera, anche se sono passati tanti anni da allora. «Non lo do per scontato», dice via Zoom da casa sua a Las Vegas. «Ci sono concerti in cui mentre suoniamo roba tipo Going for the One guardo Steve [Howe] e penso: quante volte l’avrò ascoltato questo pezzo? Da ragazzino mi chiedevo come facesse a suonarlo, ora come fa lo posso vedere da vicino, tutte le sere».

Sherwood è nel giro praticamente da sempre essendo figlio del leader di big band Bobby Sherwood e della cantante-batterista Phyllis Dorne. È cresciuto a Las Vegas, dove i suoi suonavano da headliner al Landmark, al Sahara, al New Frontier, al Dunes e in altri casinò. «A quei tempi la città era davvero come nel film Casino. Giocavo con le macchinine sotto il pianoforte a coda di papà, in salotto, mentre lui e mamma provavano con una band di Dixieland».

I suoi hanno divorziato quand’era adolescente e lui si è trasferito a vivere a Los Angeles con la madre, che gli ha insegnato a suonare la batteria. A quel punto suo fratello Michael e Jimmy Haun avevano fondato una rock band chiamata Lodgic. È diventato il loro bassista, del resto non aveva neppure mai considerato di fare qualcosa al di fuori della musica.

I Lodgic hanno fatto molti concerti nei primi anni ’80, aprendo anche per i Supertramp in California, ma si sono sciolti dopo Nomadic Sands dell’85. Il disco non ha avuto alcun successo e l’etichetta li ha scaricati. Un tempismo perfetto, visto che gli Yes erano nel bel mezzo di una guerra intestina che vedeva da una parte Chris Squire, il batterista Alan White, il tastierista Tony Kaye e il chitarrista Trevor Rabin e dall’altra il cantante Jon Anderson, il chitarrista Steve Howe, il batterista Bill Bruford e il tastierista Rick Wakeman. Questi ultimi erano in tour e registravano con il nome di Anderson Bruford Wakeman Howe. Gli altri si facevano chiamare informalmente Yes West, dato che erano di stanza sulla West Coast. Ed erano in cerca di un cantante.

È stato allora che Sherwood ha saputo che Squire voleva vederlo a cena. «Siamo andati in un ristorante di lusso, a Los Angeles, e ci siamo divertiti un sacco. Mi ha detto di andarli a trovare, scrivere una canzone e vedere cosa sarebbe successo». Così è iniziata l’avventura di Sherwood nell’universo degli Yes che va avanti da quattro decenni. Nel frattempo, ha fatto parte del Chris Squire Experiment e degli Asia, ha lavorato con Toto e Motörhead, ha registrato un disco prog con William Shatner, ha inciso album-tributo ai Pink Floyd, ai Beatles e ai Queen, diventando infine l’unico, a parte Squire, ad avere suonato il basso negli Yes.

Cos’è successo dopo quella prima cena con Chris Squire?
Ci siano rivisti poco poco e abbiamo scritto una canzone intitolata The More We Live – Let Go, che è nell’album Union. È stata la prima che abbiamo fatto insieme ed era ottima. A quel punto ci siamo chiesti: la vogliamo continuare questa collaborazione? E così è stato. In quello stesso periodo abbiamo scritto altri pezzi che sono poi finiti nel cofanetto Yesyears, tra cui Love Conquers All e Say Goodbye. Quel che non avevo capito è che mi stavano facendo la corte affinché diventassi il cantante degli Yes. La cosa ha iniziato a prendere forma, l’idea piaceva alla casa discografica, agli avvocati, ai manager e alla band. Piaceva a tutti, tranne che a me.

E perché?
Ero giovane e avevo appena pubblicato il mio primo album. E poi sapevo, in cuor mio, che prima o poi Jon Anderson sarebbe tornato. Perché mai avrei dovuto piazzarmi sulla traiettoria di un treno in corsa? Solo per essere falciato? Ho detto a Chris: «Tu mi piaci, sei il mio eroe, adesso sei anche un amico, ma non è una cosa che voglio fare, per la mia carriera». Come volevasi dimostrare, qualche mese dopo mi ha detto che avevo ragion, che le cose stavano cambiando, che stavano per mettere insieme quelli che chiamava «i Super Yes».

Erano in trattative con Roger Hodgson dei Supertramp, giusto?
Sì, e anche con Robbie Nevil. Ho detto a Chris che sarebbe stato bello essere coinvolto, ma in un’altra veste. Alla fine ho partecipato come autore e ho suonato nelle canzoni che ora sono su quei dischi, di cui sono molto orgoglioso. Ma non era quello che il destino aveva in serbo per me e lo percepivo forte e chiaro.

Come sei finito in tour con gli Yes, nel 1994?
Il primo a chiamarmi è stato [il chitarrista] Trevor Rabin. Sono rimasto piuttosto sorpreso. Mi hanno ingaggiato come polistrumentista: suonavo tastiere, chitarra, percussioni, basso e cantavo. Fare quel tour, il mio primo importante, è stato bello. Ho anche toccato con mano per la prima volta i giochi di potere interni degli Yes, un’altra esperienza formativa.

Cosa intendi con giochi di potere interni degli Yes?
Si sono sciolti subito dopo, non è un segreto. Quindi, senza entrare nei dettagli, è ovvio che ho visto cosa stava accadendo, il motivo per cui stava succedendo e dove si stava andando. Per me, fan degli Yes, è stato inquietante, ma da musicista ho capito come funziona questo business e che l’armonia è una cosa delicata: si stava rompendo e lo vedevo bene. Quando siamo scesi dall’aereo a Los Angeles a fine tour nessuno ha salutato nessuno, ognuno ha preso la sua strada e io ho pensato: ok, questo è quanto, mi sa che tornerò alla mia vita normale. È stato strano, ma ho imparato come funzionano gli Yes e visto quel che si cela dietro il sipario, per così dire.

Dev’essere stato comunque surreale suonare tutte le sere nella tua band preferita.
Sì e ogni volta che ho avuto a che fare con gli Yes non me la sono mai andata a cercare. Sembrava che questa roba mi cadesse tra le braccia. M’hanno chiamato: «Vuoi incontrare Chris Squire?». «Certo». «Vuoi venire in tour?». «Certo». Ogni volta tornavo a fare la mia vita, poi il telefono squillava e si presentava un’altra opportunità. E così, poco dopo lo scioglimento ufficiale della line-up di 90125, si è riformata quella che viene definita la formazione classica degli Yes.

È stato quando Trevor Rabin e Tony Kaye se ne sono andati, ma sono rientrati Steve Howe e Rick Wakeman e hanno inciso Keys to Ascension.
Il mio amico Tom Fletcher ha curato le registrazioni dal vivo di Keys to Ascension, ma non ha fatto in tempo a mixarlo. Così Squire mi ha chiamato: «Senti, vuoi mixarlo tu visto che Tom non può?». Ho detto loro di venire da a Los Angeles, dove avevo un grande studio. Sono rimasti parecchio soddisfatti del mio lavoro e Chris mi ha chiamato dicendomi che avrebbero fatto un secondo volume di Keys to Ascension, questa volta in studio e che mi volevano come produttore. E insomma, ero lì con la loro formazione classica e mi ripetevo che era favoloso, ma mica pensavo di entrare nel gruppo. Dopo aver fatto Keys to Ascension II, mi chiama Jon: «Rick si è appena licenziato». Ma come, non avevo nemmeno finito di mixare l’album…

E poi cosa è successo?
Jon se n’è andato e siamo rimasti solo io e Chris, scioccati. Abbiamo finito di mixare il disco e intanto pensavo che no, gli Yes non potevano finire proprio lì nel mio studio, sarebbe una tragedia. Così ho chiesto a Chris che si poteva fare, se gli andava di scrivere. Così abbiamo iniziato a comporre con l’idea che sarebbe diventato eventualmente materiale per il Yes. In caso contrario, ci saremmo ritrovati per le mani un disco del nostro gruppo, i Conspiracy.

E così è nato Open Your Eyes.
So che i fan degli Yes lo considerano controverso, lo si ama o lo si odia, non c’è via di mezzo. Abbiamo scritto quel materiale e poi abbiamo chiamato Alan, che l’ha portato a un altro livello. Avendo sentito quel che stavamo facendo, Jon ha detto che ci voleva cantare e di mandargli i nastri.

E Steve Howe?
All’inizio era un po’ apprensivo. «Sono in Inghilterra, non capisco che succede», diceva. E intanto Chris faceva da ambasciatore e gli spiegava: «Guarda che ci stiamo evolvendo, stiamo cambiando, stiamo cercando di portare avanti la band». Da cosa è nata cosa e ci siamo trovati con l’album. A quel punto non avevamo una casa discografica, così il progetto l’ho finanziato io, visto che eravamo nel mio studio. Ho anche suonato le tastiere in alcuni pezzi.

Si è mai parlato di farti suonare le tastiere durante il tour?
Assolutamente no. Un uomo deve conoscere i propri limiti e per me la cosa era chiusa lì. Avevo suonato un sacco di chitarra ritmica e Steve aveva fatto tutti gli assoli, mi andava benissimo così. Come tastierista Jon Anderson ha trovato Igor Khoroshev, un musicista fantastico. Solo che poi sono stati loro a chiedermi di entrare nel gruppo. È stato in quel momento che ho pensato: mio Dio, questa vita mi sta mandando fuori di testa, adesso sono un membro della mia band preferita.

Rispetto al tour di Talk, che differenze c’erano per quanto ti riguardava?
In quel tour avevo una postazione con vari strumenti, quindi era un po’ diverso rispetto a starmene lì a suonare la chitarra tutto il tempo. Credo non sia un mistero che all’epoca c’erano delle tensioni tra Steve e Trevor: ormai le hanno risolte, ma allora c’era una certa frizione. Steve non era interessato a suonare il materiale dell’era 90125 che la band, invece, proponeva ancora. Iniziavamo le prove e Steve diceva: «Non voglio suonare quella parte della canzone». Jon Anderson mi indicava: «La suonerà lui». E intanto io pensavo: «Ma io non voglio suonarla, a me va benissimo fare la ritmica». Così gli facevo: «Senti Steve, suonala tu». «No, non mi interessa». Alla fine molti assoli nei pezzi di quel periodo li facevo io.

Poi hanno inciso The Ladder, solo che hanno chiamato Bruce Fairbairn a produrlo.
Mi hanno detto: «Senti, ora che sei dentro, abbiamo bisogno che tu stia dall’altra parte del vetro con noi, quando registriamo, e che lasci che qualcun altro prenda il timone da produttore e ingegnere del suono». Lo capivo perfettamente. Bruce era un produttore di grido. Siamo andati a Vancouver e abbiamo scritto il disco in una vecchia chiesa. L’abbiamo scritto insieme, l’abbiamo creato e l’abbiamo suonato dal vivo in studio insieme, con l’eccezione di qualche sovraincisione qua e là. Poi siamo andati in tour ed è andata molto bene.

Perché hai mollato nel 2000?
Sentivo di aver dato il massimo e a quel punto c’era molte tensioni nella band. Ho sempre avuto un sesto senso su ciò che stava per accadere negli Yes: Squire la chiamava «la sfera di cristallo». Sentivo che la line-up classica si stava per riformare: era qualcosa che vedevo all’orizzonte e mi sono tolto dai piedi. Un po’ come quando non ho accettato il posto da cantante. Così nel 2000 mi sono ritirato e ho avuto la straordinaria opportunità di lavorare con l’altro produttore di Union, Jonathan Elias. Era anche un musicista di grande talento e il proprietario di una delle case di produzione di jingle più prestigiose e popolari dell’epoca, a Los Angeles e a New York: la Elias Arts. Ho fatto jingle per circa due anni. Onestamente, non me la cavavo granché bene, non sono uno da musiche da 30 secondi. Quando sei abituato al prog, dove il criterio è «quanto dura?», comprimere tutto nello spazio di un jingle di 30 secondi o in quattro note è difficile. E io non avevo il talento necessario per farlo. Ho fatto qualche pubblicità di auto, qualche spot della Nintendo, cose così, ma non ero all’altezza degli altri. Dopo un paio d’anni ho deciso di tornare a fare quel che sapevo fare e che amavo, cioè registrare dischi.

Tony Kaye mi ha detto che l’hai salvato dalla pensione.
Subito dopo la parentesi dei jingle, ho iniziato a lavorare con una casa discografica di Los Angeles, la Purple Pyramid. Ho fatto l’album di Paul Rodgers con molti ospiti importanti come David Gilmour, Slash, Steve Miller e Buddy Guy. Quel disco ha aperto gli occhi ad altre etichette che mi hanno chiesto: «Puoi fare la stessa cosa per me? Puoi replicare quel modello e rifare la musica, ma portando altre icone e creando così un nuovo album?». Così abbiamo iniziato a fare album di quel tipo. Uno era un remake di The Wall dei Pink Floyd. Ho invitato Tony Kaye a suonare e l’ho stanato dal pensionamento.

Sei rimasto amico di Chris Squire negli anni in cui sei stato fuori dagli Yes?
Sì, siamo stati sempre molto vicini. C’è stato un periodo in cui abbiamo avuto un piccolo litigio, per una sciocchezza, e non ci siamo parlati per un po’. Ma abbiamo sempre saputo che un giorno avremmo fatto pace e sono contento che sia successo, perché, ora che non c’è più, mi avrebbe distrutto sapere che ci siamo lasciati male.

Raccontami dell’ultima volta che l’hai visto.
Stavo lavorando al mio album solista Citizen e l’ho invitato a suonarci. Sono andato a Scottsdale, Arizona, per registrarlo col mio studio portatile. Era sempre Chris. Era un omone e suonava alla grandissima. Siamo andati in un ristorante di lusso, uno di quelli dove i camerieri appoggiano sul tavolo i piatti all’unisono, come in una coreografia. Ho chiesto a Chris: «Ma dove mi hai portato? Quanto costa?». E lui: «Non preoccuparti, Billy, goditela e basta». Abbiamo bevuto un sacco di vino e mangiato bene, con la moglie e la figlia. Ridevamo e tiravamo fuori ricordi, come sempre.

Il giorno dopo, quando sono rientrato a casa, Chris mi ha chiamato: «Stiamo per fare un tour, ci saranno anche i Toto». E io: «Ottimo, mi piacciono i Toto, vi divertirete un mondo». E lui: «Devo però sistemare delle questioni di salute e non potrò andarci». «Stai bene?». «Sì, devo solo occuparmi di questa cosa, il momento non è dei migliori». Poi mi ha detto: «Non faremo il tour, credo. Questa cosa mi preoccupa molto perché i fan hanno già comprato i biglietti e non vorrei deluderli. E poi abbiamo una troupe di dipendenti che conta su questo lavoro, non voglio deludere neppure loro». Gli ho detto che lui era Chris Squire, che lo avrebbero aspettato, che doveva pensare a rimettersi in forma. Mi ha chiamato il giorno dopo e praticamente mi ha ripetuto le stesse cose. E il giorno dopo ancora, tanto che ho iniziato a innervosirmi. Gli ho detto: «Chris, ma che diavolo? Chiamali e di’ che non puoi fare il tour». E lui: «Billy, non hai capito: voglio che tu faccia il tour al posto mio». Ero sbalordito e… (scoppia a piangere)… scusami.

Dev’essere stato difficile.
(Sospira) È straziante ripensarci. Ero sotto shock. Ancora non sapevo la gravità della sua malattia. Così ho detto: «Se è questo che vuoi, ovviamente lo farò, amico. Ma devi fare un comunicato stampa, non voglio che si dica che hai problemi di salute e che ti ho soffiato il posto». E l’ha fatto. Cinque minuti dopo quella telefonata, mi ha chiamato sua moglie Scotland: «Non ti sta dicendo tutta la verità. Ha una forma molto rara di leucemia e dobbiamo portarlo in ospedale il prima possibile. Deve iniziare una terapia». Ero emotivamente distrutto. Mi ha richiamato Chris: «Immagino che te l’abbia detto, eh? Sistemerò questa faccenda e tornerò. Non metterti troppo a tuo agio». Abbiamo iniziato a sentirci spesso. Cercavo di fargli forza, ma le conversazioni si facevano sempre più profonde e pesanti, cose che non voglio raccontare qui. Sentivo che la fine era vicina.

Una decina di giorni prima dell’inizio del tour, stavo facendo una passeggiata mattutina. Ho iniziato a provare una strana sensazione. Quando sono rientrato, ho controllato le mail e ne ho vista una del manager. L’oggetto era “Chris”. Sono rimasto fermo per un minuto, con la paura di aprirla. Quando l’ho fatto ho letto la notizia che Chris era morto quella mattina stessa. È stato devastante.

Non riesco nemmeno a immaginarlo.
Ci è voluto molto tempo per superarlo. La perdita più grande e dolorosa per me, fino ad allora, era stata la morte di mio padre, molto tempo prima. La notizia mi ha colpito molto, molto duramente. Era difficile da accettare. Ed è stato ancora più difficile pensare: oh mio Dio, tra dieci giorni devo salire sul palco e suonare. Come farò a essere all’altezza? Questo è il miglior bassista del pianeta e se non funziona… la responsabilità è tutta sulle mie spalle.

Ho fatto del mio meglio per riprendermi, sono salito su quel palco e ho suonato. Ho trovato un modo per farlo con rispetto e per onorare Chris al meglio. Ma il primo tour è stato difficile, c’erano momenti in cui mi guardavo intorno e pensavo: come diavolo è successo tutto questo nella mia vita? Avrebbe dovuto esserci Chris lì e quindi parte di me si sentiva terribilmente in colpa. Era una gioia suonare questa musica straordinaria, ma sentivo anche un dolore intenso mentre lo facevo… era una strana lama a doppio taglio. Certe sere, mentre suonavo anche piccole parti semplici, come il bridge di Owner of a Lonely Heart, crollavo. Abbassavo la testa, mi voltavo e iniziavo a camminare verso Alan perché non volevo che il pubblico mi vedesse piangere. Questa era l’atmosfera del tour. È stato difficile trovare un equilibrio. Poi ho iniziato a dirmi che Chris voleva che suonassi, non che piangessi sul palco. Lentamente ho cambiato atteggiamento, ma forse quel primo tour è stato il più difficile che abbia mai fatto.

Poi hai visto Alan arrivare a un punto in cui riusciva a suonare solo pochi pezzi a sera.
Alan ha rappresentato un’incredibile fonte di ispirazione e di forza e una spalla su cui appoggiarmi, perché la mia amicizia con Chris mi legava a lui: erano molto vicini e ogni volta che ero con Chris, ero anche con Alan. Per me è stato un alleato e un amico per moltissimi anni ed è rimasto disponibilissimo fino alla fine.

Jay Schellen ha fatto un ottimo lavoro prendendo il suo posto.
Come me, anche Jay era un fan sfegatato degli Yes. Ecco perché siamo amici fraterni da un sacco. Quando ci siamo incontrati per la prima volta, prima che suonasse una sola nota gli ho chiesto: «Chi è il tuo batterista preferito?». E lui: «Alan White». Gli ho detto: «Penso che andremo d’accordo». Jay ha trovato un modo rispettoso di onorarlo. Ma anche per lui, come per tutti noi, la perdita di Alan è stata un brutto colpo. Ancora oggi è dura. Ci sono tanti momenti in cui siamo in viaggio, che non hanno niente a che vedere con il palco: magari ci troviamo in un aeroporto dove di solito ci incontravano per bere un cocktail prima del volo, e gli stupidi rituali che seguivamo non ci sono più, quindi ne creiamo di nuovi. Ma così è la vita. È dura.

Che ti è parso della Rock and Roll Hall of Fame? È stato strano, perché in giro c’erano due versioni degli Yes in competizione tra loro e hanno dovuto unirsi e suonare. E so che Tony era arrabbiato per il fatto che non sei stato coinvolto.
Mentirei se dicessi che non ero arrabbiato: Chris Squire avrebbe voluto che ci fossi, ma quella sera c’era qualcun altro al basso, con loro. Attenzione: quell’altro è Geddy Lee e non ho alcun problema con lui. È un mostro di bravura. Diciamo che c’erano ancora le lotte di potere interne degli Yes che avevo imparato a conoscere all’inizio. La situazione era molto tesa e non è un mistero, non sto certo violando un segreto di stato.

In quanto a me, volevo evitare qualsiasi grana. Non appena ho saputo cosa stava succedendo, mi sono tirato indietro e ho detto: «Non lo faccio. Trovate un altro modo. Non voglio essere coinvolto in questa storia. È troppo pesante». Hanno poi deciso che avrebbe suonato il basso Geddy Lee. Fantastico. Prima dello show ci siamo trovati nella green room; io non avevo mai incontrato Geddy, ma ero un suo grande fan. Mi sono avvicinato: «Ehi, Geddy, sono Billy Sherwood: piacere di conoscerti, amico. Sono un tuo fan». Le sue prime parole sono state: «Perché non suoni tu?». L’ho guardato e gli ho detto: «Sai quanto può essere difficile la dinamica interna di una band, vero?». E lui: «Sì». Gli ho detto: «Vai e spacca, fratello. Non aggiungo altro».

Mi sono seduto in fondo, come il [tastierista] Geoff Downes. Anche Tony Kaye si è seduto in fondo: è assurdo, perché c’era quando il gruppo è nato. Ma ognuno ha le sue motivazioni. Allo stesso tempo ero orgoglioso di vedere la mia band preferita entrare finalmente nella Rock and Roll Hall of Fame, cosa che ci si aspettava da molto tempo. E ho pensato tra me e me: adesso non sono lassù a suonare con loro, ma ci sarò domani sera, ovunque ci esibiremo. È stato comunque bello.

The Quest e Mirror to the Sky sono due dischi molto solidi che dimostrano il grande affiatamento della nuova formazione.
Sono d’accordo e sono orgoglioso dell’evoluzione che c’è stata. Sapevamo che fare un album troppo a ridosso della morte di Chris non sarebbe stato bello, non era giusto neppure pensarci. Ma il disco è comunque arrivato col passare del tempo, con l’accettazione dell’accaduto e col mettere ogni cosa nella giusta prospettiva. Sembrava la cosa giusta da fare.

C’ero l’anno scorso, nel Jersey, ed è stato bello vedervi fare canzoni come Don’t Kill the Whale e Machine Messiah. Ci avete fatto delle belle sorprese.
È stato impegnativo. Il riff di Machine Messiah è impressionante. Ogni volta che arriviamo lì, guardo Geoff che suona e penso: «Maledizione, fra una trentina di secondi devo farlo io». Poi mi butto e spero vada tutto per il meglio. È roba difficile. Comunque è una buona scaletta.

Secondo te è plausibile uno scenario in cui gli Yes continuano anche dopo il ritiro di Steve?
Oh, cavolo, non so nemmeno se mi va di parlarne. Cosa posso dire? La band si evolve e ha attraversato transizioni difficilissime, ma siamo ancora qua. Non voglio fare previsioni su questo fronte, ma posso dire che Steve è in ottima salute e il suo morale è altissimo, è ottimista e ispirato. Stiamo preparando un nuovo disco proprio adesso. Quando è stata l’ultima volta che gli Yes hanno fatto tanti album di fila in un lasso di tempo così breve? Lo dobbiamo all’ispirazione di Steve e alla sua volontà di andare avanti. Gli piace andare in tour. Ama suonare questa musica dal vivo.

Gli Asia sono ancora attivi?
Sì. Dovevamo andare in tour l’anno scorso, ma siamo rimasti bloccati perché Alan Parsons, con cui avremmo fatto la tournée, ha avuto problemi di salute e quindi è saltato tutto. Ma so che Geoff ci tiene, e io pure, quindi dobbiamo vedere come andranno le cose. Questa è un’altra situazione che non avrei mai immaginato. Ho ricevuto una telefonata che diceva: «John Wetton è malato e non potrà venire in tour: vuoi prendere il suo posto?». E Wetton è uno dei miei eroi. Ho prodotto Raised in Captivity, il suo disco solista, l’abbiamo scritto insieme. Sono stato onorato di prendere il suo posto. Abbiamo anche fatto un tour con i Journey ed è andato bene. Ci siamo ripromessi di andare avanti, in qualche modo, quando ne avremo l’opportunità e il tempo.

Pensi sia possibile che Jon e Steve tornino a esibirsi insieme?
Questa domanda andrebbe fatta a loro e io non ho intenzione di immischiarmi. Non lo so. Lo vedi anche tu come funziona la community degli Yes: non ho mai visto una band con una fanbase più frammentata, e in modi che mi confondono. Perché, alla fine, ciò che conta è la musica. Io, forse, sono forse l’unico componente degli Yes che ha suonato con le diverse line-up del gruppo. Tutti gli altri ragazzi hanno fatto le loro esperienze, ma la mia è unica e mi dice che in questa band non si può mai sapere cosa succede. Detto ciò, so che la formazione attuale si sta amalgamando benissimo, sia a livello di personalità, sia musicale. Steve, a questo punto della sua vita, è un grande paladino della semplicità e della leggerezza. Spesso io e lui facciamo colazione insieme, in viaggio, e non parliamo di musica. Parliamo solo di vita, famiglia, politica, qualsiasi cosa. On the road si capisce se i membri di una band si rivedranno l’anno seguente e mettiamola così: siamo tutti impazienti di lavorare ancora insieme. Questo è tutto ciò che posso dire.

Credo sia un bel modo per chiudere la questione. Grazie per averci dedicato così tanto tempo: la tua memoria per i dettagli è sorprendente.
Sai, trattandosi degli Yes, è difficile dimenticare.

Da Rolling Stone US.

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