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Questo è il nipote di Hank Williams e non c’entra niente col nonno

«Non vivo la sua vita, ma la mia», dice il cantautore a proposito del leggendario avo. «Lui è cresciuto nelle campagne dell’Alabama negli ’30, io sono cresciuto negli anni 2000, da privilegiato»

Sam Williams

Foto: un particolare della copertina di 'Glasshouse Children'

Quando Hank Williams Jr ha cominciato a far musica negli anni ’60 non si è impegnato granché per smarcarsi dall’ombra di quel monumento che era il padre. Ha pubblicato un disco intitolato Songs My Father Left Me, ha interpretato Your Cheatin’ Heart e Hey Good Lookin’ in uno stile non dissimile da quello del genitore, è salito sul palco del Grand Ole Opry, l’istituzione che nel 1952 cacciò il padre. Grande era la pressione per riempire il vuoto lasciato da Hank Williams, morto a soli 29 anni. Quella pressione l’ha quasi distrutto.

Suo figlio Sam Williams, nipote di Hank, non ha di questi problemi.

Nel suo album di debutto Glasshouse Children crea un stile tutto suo, un mix di synth pop, emo-Americana e country-pop made in Nashville. In copertina non è vestito da cowboy in ghingheri. Indossa un completo metallizzato, ha la testa reclinata. Ci sono foto in cui ha le guance solcate da lacrime dorate. Questo per dire che Glasshouse Children è il disco d’un artista influenzato sì dal fantasma del passato, ma plasmato da estetica ed esperienze distintamente contemporanee.

«Non potrei mai fare classici country come quelli del passato semplicemente perché non faccio quella vita», dice Williams, 24 anni. «Mio nonno è cresciuto nelle campagne dell’Alabama meridionale negli anni ’30, nel Sud povero. Io no, io sono cresciuto nel Tennessee occidentale negli anni 2000, da privilegiato. Scrivo di cose che conosco, non fingo uno stile non mio».

Nove delle dieci canzoni del disco sono scritte da Williams in collaborazione con gente come Dan Auerbach, Brandy Clark, Mary Gauthier, Daniel Tashian. Alcune, come Wild Girl o 10-4, ricordano il country mainstream, quello ripulito. Altre, tra cui Can’t Fool Your Own Blood e Bulleit Blues, sono invece sporche e grezze. Da tutte emerge un filo di tristezza, persino da quella titolata Happy All the Time, scritta con Gauthier e cantata con Dolly Parton.

«L’ho scritta dopo che il mio editore musicale m’ha detto: ma sai che scrivi solo canzoni tristi? Perché non ne fai una allegra?».

È stato il manager a suggerire a Williams di scrivere a Parton una lettera nella speranza che contribuisse alla canzone, lettera che la matriarca della country music ha ricevuto tramite un’amicizia comune. Parton ha adorato il messaggio contenuto nel teso – “Se i soldi potessero comprare la felicità, sarei felice tutto il tempo”, recita il ritornello – e si è prestata a contribuire alle armonie vocali.

«È un altro modo di dire che i soldi non comprano la felicità», spiega Williams. «Se vendessero la felicità su Amazon, quanto spenderesti per essere felice? E poi mi piaceva l’idea di metterci aneddoti e storie personali». È un pezzo ancorato al presente: si canta di barattare amore e serenità con auto di lusso Escalade e diamanti.

La co-autrice del pezzo Mary Gauthier si dice colpita dalla volontà di Williams di prendere le distanze dai privilegi derivanti dal cognome che porta. «Sam viene da una delle famiglie reali della country music, sa che cosa significa questa cosa e vuole rendere onore ai suoi predecessori senza però imitarli. Vuole essere se stesso», dice Gauthier. «Ci hanno messi assieme a scrivere perché lui vuole essere un autore sincero. Amo il suo coraggio».

Gauthier c’era quando Williams ha debuttato al Grand Ole Opry nel 2019 e ha fatto amicizia con Hank Williams Jr., che guardava il figlio cantare dal lato del palco. Il ragazzo assicura che se ha imparato qualcosa dal padre, che tra gli anni ’70 e ’80 è passato a uno stile Southern rock più grezzo, è avvenuto per osmosi. «A papà non piace parlare di musica, non tanto. Preferisce parlare di caccia, di pesca, di metal detector, di guerra».

Comunque, ammette Williams, qualche parallelo fra il suo percorso e quello del padre c’è. È vero che non ha mai pensato di portare avanti la tradizione di famiglia, ma a un certo punto ha temuto di non essere in grado di diventare l’uomo e l’artista che voleva diventare. Qualche allusione a questa cosa è contenta nella title track, una canzone sulla fragilità tipica della giovinezza.

«È facile abbandonarsi al dolore o a ciò che ti tormenta», spiega. «È facile che diventi una parte importante della tua identità. Ed è difficile lasciarselo alle spalle per scoprire chi sei davvero».

Williams vuole sia affrontare, sia rispettare il suo lignaggio. All’Opry indossava il cappello del nonno e per lo show di Stephen Colbert ha cantato Can’t Fool Your Own Blood in una casa dove ha vissuto Hank Sr. Non esclude di ripetere esperienze del genere.

«Ho tutto il diritto di rifare canzoni della mia famiglia e sicuramente lo farò. Ma mi premeva iniziare con canzoni vere, con testi veri, con suoni veri e nuovi».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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