Questlove, gli attacchi di panico e la Forza

Il batterista dei Roots svela la più grande lezione imparata da suo padre. E racconta com’è essere Clark Kent piuttosto che Superman.
Questlove. Foto di Jérôme de Perllinghi/ Corbis Outline

Questlove. Foto di Jérôme de Perllinghi/ Corbis Outline


Chi sono i tuoi eroi?

Tutto ciò che so sul business musicale viene da mio padre (il cantante doo-wop Lee Andrews, nda). Ma la mia trinità è composta da Don Cornelius – il Padre -, Prince – il Figlio – e Michael Jackson – lo Spirito Santo. Ogni mattina, per prima cosa, mi guardo un episodio di Soul Train (programma televisivo americano dedicato alla black music in onda dal 1971 al 2006, ndt). Perché? Non lo so. Perché posso farlo. C’è sempre una sorpresa à la Prince dietro l’angolo. E le ultime tre interviste che ho mandato in onda sul mio podcast (Questlove Supreme, ogni mercoledì sulla radio online Pandora, ndt) hanno a che fare con Michael Jackson.

Qual è il miglior consiglio che hai ricevuto?

Il batterista Bernard Purdie nel 1975 stava preparando una sessione per mio padre. Papà gli disse “Bernard, spiega a mio padre come fai a mettere il cibo a tavola ogni giorno”, e lui rispose “Distinguendo sempre il due dal quattro, quando fai i conti”. Mio padre è sempre stato rigoroso, estremamente disciplinato, quando si trattava di risparmiare. Mi ha colpito molto. In un certo senso sono diventato mio padre, specialmente con i Roots. Lui diceva sempre: “Ricorda, figliolo: se non ti fanno sballare, non possono averti”. Aveva il terrore che andassi in giro a bere nei bar e rimorchiassi donne a caso. Questa è probabilmente la ragione per cui non bevo.

Che consiglio daresti al Questlove teenager?

Se potessi tornare indietro nel tempo e dire al me stesso 19enne che da lì a breve avrebbe affrontato una lotta lunga 25 anni con la vita, oggi sarei ancora in corsa? Negli anni ho avuto attacchi di panico, quando vedevo altri artisti conquistare immeritate copertine di Rolling Stone. Ho fatto scenate, rotto bicchieri. Molte volte ho mollato. Ma ho sempre avuto la speranza che un giorno ce l’avrei fatta. Mi sono tuffato nel fiume tra i piranha e gli squali, e, per quanto fossi preoccupato, ho messo 200 metri tra me e loro.

Il tuo nuovo libro (Creative Quest, uscito negli Stati Uniti il 24 aprile per HarperCollins Press, ndt), è “un libro di auto-aiuto per persone che hanno la musica e l’arte in testa”, come tu stesso hai detto. Dedichi un capitolo al fallimento. Perché?

Ho avuto un sacco di momenti “torta in faccia”. “Oh, sì, tu sei Questlove, sei un’icona, tutti ti amano”, pensa la gente. Non sanno quante volte ho pianto su una recensione negativa, e lavorato a progetti terribili. La gente deve saperlo.

Hai mai sofferto della sindrome dell’impostore?

Ogni giorno della mia vita. Di recente ho cercato di spiegarlo alla mia ragazza: “Ci sono alcune persone al mondo che mi trattano come se fossi Superman, ma si devono accontentare di Clark Kent”. Questo è il motivo per cui esistono i bodyguard e i cordoni rossi, perché tante celebrità non vogliono che tu sappia quanto sono normali, regolari. Io invece voglio uccidere ogni aspettativa, farti sapere fino a che punto io sia un totale imbranato.

Quali sono le tue regole di vita più importanti?

Libera la mente.Dovremmo tornare allo “stadio alfa”, in cui fai le cose in maniera naturale, senza soffocare il tuo cervello. So che rischio di passare per il classico “ragazzo strano” che fa strabuzzare gli occhi. I miei colleghi si riempiono la testa di merda, mi chiamano di notte per dire “Non posso farlo”. Il panico è il vero fallimento delle persone. Vuole dire che non si crede alla Forza. Sono costernato del fatto che Get Out of Your Own Way degli U2 non abbia avuto il meritato successo.

Hai scritto che la tua sensazione di fronte alla creatività e ai nuovi linguaggi altrui è una sorta di paralisi che ti sopraffà. Quando è successo l’ultima volta?

Quando Dave Chapelle ha fatto uno show privato di quattro ore durante l’ultimo All Star Game Nba. Chapelle è nel bel mezzo della fase “free jazz” di Coltrane negli anni ’60. Specialmente ora che la gente ha iniziato a trovare alcuni dei suoi lavori problematici. Vedere la sua fiducia in se stesso… ha parlato per 30 minuti di succo di zucca. 30 minuti! Subisco il fascino delle persone che gestiscono in maniera naturale il proprio lavoro. Lui sa di essere come Mel Blanc e Richard Pryor messi assieme. Mi ipnotizza.

Cosa ti ha spinto la prima volta a fare i tuoi famosi Dj set interminabili?

Quando scendo dal palco a mezzanotte e in pista è pieno di ragazze e alcool, io finisco per annoiarmi. Dovevo trovarmi un impegno, nonn voglio diventare un cocainomane. I piatti sono la mia droga.

Dove sarebbero potuti arrivare i Roots con il nome originale, Black to the Future?

(Ride) Da nessuna parte. Un disco al massimo, e basta. Ma alcuni cacciatori di vinili pagherebbero un sacco di soldi per avere quel disco, oggi.

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