Questi due alieni si chiamano DOMi & JD Beck e hanno reso il jazz di nuovo figo | Rolling Stone Italia
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Questi due alieni si chiamano DOMi & JD Beck e hanno reso il jazz di nuovo figo

Lui suona la batteria, lei le tastiere, entrambi in modo pazzesco. Partiti da YouTube, oggi incidono per la Blue Note, suonano con Herbie Hancock, sono coccolati da Anderson .Paak, mettono assieme in modo originale accessibilità pop e ricercatezze nerd

DOMi & JD Beck

Foto: Tehillah De Castro

«Herbie ci conosceva già da YouTube. E quindi, quando Andy lo ha contattato, ha accettato immediatamente dicendo “certo, mandatemi qualcosa” e noi abbiamo pensato fuuuuuck! Non abbiamo avuto molto tempo per pensarci su, abbiamo dovuto subito metterci a scrivere».

Herbie è proprio Hancock mentre Andy è Anderson .Paak, attuale re della scena r&b striata di rap. Chi parla, invece, è Domi Louna, ragazza francese di appena 22 anni che assieme all’ancor più giovane collega JD Beck, un texano di 19 anni, forma il duo di abstract jazz DOMi & JD Beck, fuori con l’album di debutto Not Tight uscito proprio oggi su Blue Note. Sì, quella Blue Note. Lanciati dallo stesso Paak sulla sua etichetta Apeshit, sono il duo più cool del momento.

Com’è possibile raggiungere un simile traguardo così giovani? E soprattutto, com’è possibile riuscirsi così presto? YouTube indica il 27 agosto 2017 come data di lancio del canale che tante fortune regalerà al duo, anche se l’incontro fatidico fra loro avverrà solo l’anno seguente, in una serata jazz a Los Angeles andata maluccio. «Era il 2018», è ancora Domi a parlare, decisamente la più chiacchierona fra i due, «e la serata fu una merda totale. Molti musicisti e tutto suonava da schifo. Però ci siamo incontrati e siamo riusciti a divertirci tantissimo comunque ed ora eccoci qui».

Lei arriva da un paesino a un’ora di distanza da Parigi, lui è di Dallas, le loro vite ballano continuamente fra il Texas e Los Angeles. Dal momento dell’incontro non si sono più separati e hanno iniziato a suonare assieme – batteria lui, tastiere lei – caricando i propri lavori nel tubo dell’internet. Pochi mesi online e le visualizzazioni esplodono.

«Conoscevamo Anderson tramite internet e Instagram, e così abbiamo iniziato a parlare, ci siamo incontrati per la prima volta nel 2019. Nello stesso modo abbiamo conosciuto Mac De Marco e Thundercat che pure sono sul disco». I ragazzi sono bravi a farsi notare, il talento è evidente, ma il progetto svolta realmente nel momento in cui subentra Paak, un po’ produttore, un po’ fratello maggiore. È l’uomo del destino. «Ma in termini di produzione il disco è nostro. Ci ha presi per quel che eravamo e ci ha aperto gli occhi su cose che non eravamo in grado di vedere prima, spiegandoci molto sulla nostra musica. Quando ha sentito la prima versione del nostro disco ci ha detto che avremmo potuto fare di più, anche se non lo ha detto in questo modo (ridono). Ci ha invitato a casa sua, a Los Angeles, dove ha anche lo studio e abbiamo vissuto con lui, nella sua casa, per mesi. Abbiamo lavorato anche per sottrazione, eliminando tutte quelle cose che non ci soddisfacevano al 100% o quei brani che non sentivamo di poter suonare ovunque. E credo che il suo consiglio sia stato proprio questo: non puoi suonare canzoni per le quali sentirsi in imbarazzo, devi sempre sentirti al 100% in ogni cosa che suoni, indipendentemente da chi tu abbia davanti. Quello è stato il giorno in cui abbiamo cambiato approccio», dice lei. «Il disco», aggiunge JD «si è sviluppato in maniera organica. Non avevamo schemi. L’unico reale obiettivo che avevamo, e che abbiamo perseguito, era Herbie. Era l’unica cosa che volevamo davvero ottenere».

Obiettivo riuscito, raggiunto, colpito, affondato, smembrato. Hancock («siamo stati a casa sua e ci ha raccontato storie per ore, Herbie ha una storia su chiunque») è solo uno degli ospiti oggettivamente incredibile per l’album di debutto di due che assieme non fanno 45 anni. Oltre a lui, e ai già citati Paak, De Marco e Thundercat,  figurano anche il chitarrista jazz Kurt Rosenwinkel, altro amante delle escursioni musicali in territori trasversali, e due giganti del rap golden era, Snoop Dogg e Busta Rhymes, entrambi presenti nella splendida Pilot.

«Abbiamo fatto il beat nel 2020 e lo abbiamo fatto sentire ad Anderson e due giorni dopo ce lo ha rimandato indietro con sopra la sua strofa e quella di Busta. Siamo rimasti di sasso, anche se mancava ancora una strofa da fare. Quando poi abbiamo firmato il contratto, Andy ci ha chiesto chi avremmo voluto sul nostro album e abbiamo pensato che Snoop sarebbe stato perfetto per la strofa mancante. Ha risposto “no problem!” e ci ha presentati a lui. Siamo andati a trovarlo a casa sua dove abbiamo registrato il pezzo, ci abbiamo messo circa sei ore e questo è quanto».

Oltre alla maturità artistica, colpisce quella umana. C’è tanto hype attorno al nome del duo, eppure il fatto che il disco possa essere un flop non sfiora neanche lontanamente questi due alieni del jazz. «Teniamo a bada lo stress col lavoro e se il disco sarà un flop, pazienza. A noi è piaciuto», taglia corto Domi. JD invece la butta sulla propria realizzazione, personale e artistica: «Non me ne frega niente se nessuno lo ascolterà. Mi spaventa molto di più l’idea di non raggiungere il mio massimo potenziale, considerando quanto abbiamo investito su questo disco per farlo suonare al meglio. Questa è la nostra linea di pensiero, non badiamo molto a tutto il resto. Finché riusciamo a fare tutto al top direi che ci siamo».

I ragazzi suonano genuinamente coscienti del proprio talento, senza arroganza, per quanto il sospetto che alcune risposte siano parte di una strategia promozionale più ampia ogni tanto compaia. Capita anche che i due abbassino la guardia durante la chiacchierata transoceanica e che qualcosa riesca a filtrare oltre quest’attitudine low profile a tutti i costi. «Certo che c’è lo stress, ma vogliamo arrivare solo alle persone che amano la nostra musica, non ci interessa che qualcuno ci ascolti solo perché adesso siamo il nome cool del momento. Conta solo la musica. E magari grazie a questo album la musica commerciale diventerà vagamente più interessante. Ecco, questo potrebbe essere il nostro obbiettivo: portare più persone ad apprezzare accordi e musica nuova invece di quella roba tutta compressa che passano in radio, questo sarebbe grandioso», dice Domi.

Nessuno dei due può vantare chissà quale background artistico, non ci sono (apparentemente) parentele importanti con talent scout o direttori del marketing, le famiglie di origine avevano passione per le arti, ma nessun genitore musicista. Non sono i classici figli di. «Ho iniziato con una batteria finta», ricorda Domi, «che mi ha costruito mio padre, fatta di pentole e scatole e di cose coperte con le lenzuola. Poi mi sono spostata al piano anche se in casa non ne abbiamo mai avuto uno vero. Avevamo una tastierina elettronica, una vera merda, e nessuno in famiglia la suonava. I miei hanno cercato di instradarmi verso qualcosa che non fosse il classico lavoro da ufficio, ma io non ho mai voluto o chiesto a me stessa di essere una musicista. Eppure eccomi qua, è successo comunque, questa è la parte folle di tutta questa storia. Alla fine, è solo questione di pratica». Storia simile anche per JD, che curiosamente effettua il percorso musicale inverso, partendo dal piano per spostarsi alla batteria all’età di 7 anni. «Questo è quello che volevo fare e sono stato fortunato a trovare subito quel che mi piaceva».

Quello che poi piaceva a loro è piaciuto in realtà a molti. Giusto la settimana scorsa sono stati ospiti del popolarissimo late night show di Jimmy Kimmel, uno di quei trampolini di lancio (almeno in America) che proprio non si possono mancare se si è destinati al successo. Le scelte del duo non sono convenzionali, li troviamo a duettare con la pop star Ariana Grande con lo stesso piglio col quale costruiscono un set dedicato a un eroe del rap sotterraneo come MF Doom. Hanno ospiti importanti ma la maggior parte del disco è strumentale, riescono a mettere insieme Pat Metheny coi suoni d’avvio di una vecchia console Nintendo, in un continuo rincorrersi tra accessibilità pop e ricercatezze da nerd. Giovani ma già star, seri ma non seriosi. «È tutto così serio là fuori», chiosa uno sconsolato JD. Del resto, per capire che ai due piacessero le stramberie, bastava dare un’occhiata al loro sito ufficiale, dove si viene accolti da personaggi tanto buffi quanto improbabili, un topo che suona il sax e un investigatore di pecore, qualsiasi cosa significhi.

Il duo è atteso in Italia al festival Jazz Re:Found di Monferrato il prossimo 4 settembre («Venite a salutarci! Amiamo parlare coi nostri fan») anche se il materiale presente sull’album di debutto non è esattamente semplice da portare in tour, considerato il numero di ospiti presenti e la complessità delle loro agende. «Abbiamo diversi set e versioni per portarlo dal vivo, cerchiamo di riprodurre l’esperienza il più possibile, per quanto possibile, come nel disco. Ci saranno anche degli extra, ma sul palco saremo sempre solo noi due», spiega JD.

La certificazione definitiva di giovani alieni fuori dal tempo arriva con la domanda sugli ascolti. Sgt, Pepper’s dei Beatles, Zappa coi Mothers of Invention, Now He Sings, Now He Sobs di Chick Corea per Domi, qualsiasi cosa dei Police per JD, evidentemente fan di Stewart Copeland, altro batterista con la passione per i videogiochi. Mmm, ok. Qualcosa di uscito nel nuovo millennio? «NxWorries!», ovvero il duo rap formato dal produttore Knxwledge e, indovinate un po’? Anderson .Paak. Alieni sì, ma mica scemi.

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