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Quentin40: «Non sono solo quello di ‘Thoiry’»

Come diventare se stessi. In 'Dare gas (Veloce)' il rapper racconta che cosa accade a chi è folgorato dal successo istantaneo. «La sfida è scrivere rime che possano rimanere per sempre»

Vittorio Crisafulli ovvero Quentin40

Foto press

I rapper generalmente sono identificati come personaggi particolarmente spavaldi e boriosi. Quentin40 dà esattamente l’impressione opposta: la sua voce al telefono è riflessiva, dolce, a tratti addirittura timida. Il che stride un po’ con il personaggio che tutti si immaginano: è diventato famoso all’improvviso nel 2017, con un brano – o meglio, il remix di un brano, Thoiry, con Achille Lauro, Boss Doms, Gemitaiz, Cream e Puritano – che è entrato nell’immaginario collettivo grazie alla sua trascinante e tracotante energia. Il video, poi, era ancora più audace: grazie a un flashmob improvvisato, gli autori avevano riunito oltre 2000 aspiranti hooligan in Piazza del Duomo a Milano, un assembramento talmente chiassoso e appariscente che la questura aveva finito per indagare la società produttrice per disordine pubblico.

Con oltre 20 milioni di visualizzazioni, è ormai diventato una specie di inno generazionale, e sull’onda di quel successo Quentin40, all’epoca un anonimo ventiduenne di Acilia (Roma), aveva ottenuto un contratto discografico con una major e, dopo aver proseguito il suo percorso con una serie di singoli, all’inizio del 2019 aveva pubblicato 40, il suo primo lavoro ufficiale. «In realtà, di fatto era una raccolta che conteneva materiale registrato nei precedenti due/tre anni, e non era un vero e proprio album realizzato da zero», racconta. E forse per quel motivo, o forse per l’imperscrutabile volere del destino, non ottiene il successo sperato, tanto che per lungo tempo sembra che se ne perdano le tracce.

A parziale spiegazione del perché, è uscito un nuovo singolo, il primo di un nuovo percorso discografico: si intitola Dare gas (Veloce) e racconta molto dello stato d’animo e della situazione in cui si ritrovano all’improvviso molti giovani rapper folgorati da un successo istantaneo. Anche il video è la rappresentazione di un tunnel reale e simbolico che Quentin40 si è trovato ad attraversare negli ultimi anni. «Ho iniziato a fare musica abbastanza tardi rispetto a chi fa il mio stesso genere: la prima volta che ho registrato qualcosa avevo vent’anni», spiega. «Io e Dr. Cream, il mio storico produttore, lo facevamo per noi, più che per gli altri. Era una roba tra amici, anche se come tutti i ragazzi della nostra età condividevamo i pezzi su YouTube».

Il suo più grande desiderio è fare qualcosa di personale, dice, e dei riscontri esterni gli importa relativamente poco. «Però, come tutti i ragazzi che iniziano a fare rap, anche io mi chiedevo se agli altri piaceva la mia musica. E mi accorgevo che i brani in cui credevo di più, quelli a cui tenevo, erano sempre quelli che funzionavano meno, e all’inizio ci rimanevo davvero male». In un certo senso Thoiry – un brano puramente stilistico che sfoggia un particolarissimo flow tronco e nel ritornello cita uno degli zoo più grandi e famosi di Francia – è una conseguenza di tutto questo, dei risultati mai ottenuti con pezzi che sentiva molto più suoi. «Non essendo riuscito a sbloccare la situazione a modo mio, ho cercato di trovare una maniera per farmi conoscere che fosse un po’ più accattivante e in linea con quello che facevano gli altri».

Lentamente, qualcosa comincia a succedere. «Vedevamo che i nostri numeri cominciavano a crescere e le persone sembravano parecchio gasate da quel pezzo. La mia fortuna è stata quella di essere contattato da Achille Lauro, che ha mostrato interesse nei confronti del brano e ha voluto fare il remix. Prima di allora non ci conoscevamo di persona, ma ero un suo fan, quando anche lui era ancora era un artista romano underground: sapere che gli era piaciuta la canzone è stato bellissimo».

C’è un problema, però: né Thoiry, né il suo remix rispecchiano la musica che Quentin40 fa e ascolta di solito. «A quel punto la vera sfida, per me, era far capire che non ero solo quello di Thoiry». Proprio per questo è molto felice quando pochi mesi dopo pubblica un nuovo singolo ben più introspettivo, dal titolo Scusa ma, che lo rappresenta molto di più. «Avrei tanto voluto uscire subito con un brano così, per far capire immediatamente alla gente chi sono e cosa provo davvero. In quel periodo mi sentivo come se avessi una missione, come se dovessi accontentare il pubblico che mi aveva portato così in alto. Avevo molta paura di sbagliare, non perché ricevessi delle pressioni, ma perché c’era una tensione generalizzata da parte di tutto il mio team per tirare fuori degli altri brani come Thoiry. Io volevo che gli altri fossero felici, ma la verità è che probabilmente non lo ero io in primis, e solo oggi mi rendo conto di quanto fosse importante esserlo».

Foto press

Dare gas (Veloce) è soprattutto uno sfogo, spiega Quentin40. «Non voglio rinnegare il passato, ma c’è un motivo se dopo il grande successo e i risultati deludenti dell’album sono rimasto quasi due anni senza tirare fuori nuova musica: sentivo il bisogno di lanciare un messaggio forte». Dopo questo lungo periodo di stop, quando è cominciato il lockdown, «ho ricominciato a scrivere, e ho capito di essere finalmente in grado di esprimere ciò che volevo. Mi sono venute le lacrime agli occhi, quando me ne sono reso conto. È qualcosa che ha cambiato totalmente il mio modo di vedere le cose».

Oggi è al lavoro su un nuovo disco, in cui gli piacerebbe anche parlare di come il successo troppo veloce cambi del tutto le carte in tavola. «Per me è stato molto difficile, e credo che anche per tanti altri ragazzi la fama precoce sia una fase molto delicata: non hanno ancora chiaro al 100% chi sono, e quindi è facile sbagliare e fare cose che non si vogliono». Dopo tanto tempo, sa che l’unico modo per sbloccarsi è scrivere solo per se stesso, assecondare innanzitutto i suoi desideri. «Voglio pensare alle parole che mi riempiono il cuore, anziché a quelle che potrebbero riempire il mio profilo Spotify», afferma deciso. «Per la prima volta mi sento davvero contento e soddisfatto: la vera sfida, per me, è scrivere delle rime che possano rimanere per sempre, anziché durare solo lo spazio di un attimo».

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