Home Musica Interviste Musica

Quentin40, il signore oscuro dei numeri

A 24 anni, Vittorio Crisafulli è già riuscito a ubriacarci con la sua ossessione per numerologia e parole tronche nelle rime. Fra le vittime c'è pure Fabri Fibra, che in "666GAP" rappa "Dove ho messo la colla'/ dai non fare la putta'"

Quentin40

Foto di Vic Quezeda

C’è una sottile linea rossa che parte da Pitagora, passa per Dante e Ficino, e finisce con Quentin40. Non riguarda tanto l’originalità di inventarsi qualcosa di davvero concreto per cui essere ricordati – il giovane rapper di Thoiry è riuscito pure a far rappare Fabri Fibra con le sue caratteristiche parole tronche – quanto piuttosto al pallino per i numeri e le mille teorie che li riguardano.

Quest’anno Vittorio Crisafulli (vero nome del rapper romano) compie 24 anni, ma il suo primo album in uscita oggi (29 marzo 2019) si chiama 40 come le cifre nel suo soprannome. Esisterà una legge che mette in relazione questi numeri con alcuni dei brani del disco, come Giovane1, 13-40 o 666GAP? Forse sono solo io che voglio incasinare un po’ il tutto, quando in realtà è tutto molto semplice: Quentin è quanto di più originale della trap italiana degli ultimi anni e il suo album quanto di più divertente. Incontro Vittorio una mattina in Sony, lo trovo seduto su un divanetto, sguardo un po’ pensoso e un po’ scoraggiato per la giornata intensa di interviste che lo aspetta.

Sei un tipo mattutino, tu?
In realtà sì, mi sveglio sempre verso le 9. Ma erano anni che non mi svegliavo prima delle 8 come oggi.

Tra l’altro i numeri ricorrono molto spesso nei tuoi pezzi. Sei un fissato di numerologia?
Sì, sono proprio in fissa con i numeri. Già a partire dal mio soprannome. È nato da un gioco di parole con un mio amico. Scherzavamo su Quentin Quarantino storpiando il nome del regista. Sono in fissa coi numeri e fidati che sarà sempre più così. Sto preparando delle cose che sono ancora più sui numeri di ora. Ultimamente ho scoperto che ci sono tante teorie che mettono in relazione l’umore e i numeri. Mille studi matematici, mille regole matematiche dietro alla musica. Mi piace studiare e andare a sviscerarli, anche se poi so’ cagate.

Come andavi in matematica?
Ero forte. Solo che a scuola non sono mai andato bene. Però mi piaceva. Mi affascinava, anche se poi ho fatto una scuola che non c’entrava nulla. Ho fatto il liceo aeronautico. Non pensare a niente di che, comunque era un istituto pubblico e niente di militare, però le materie erano molto tecniche. Forse troppo. Magari, di tecnico, avrei dovuto frequentare un istituto. Me la sarei cavata meglio.

Ma l’hai comunque finito, no?
Sì, non sono mai stato bocciato. Qualche debito qua e là, ma niente di serio.

Università niente?
No, zero. Appena finito il liceo ho iniziato a fare un paio di lavoretti grazie all’aiuto di un mio amico. Ho cominciato a lavorare coi muratori che rifacevano il campetto, cose così. Fino a che sono andato a lavorare per Leroy Merlin, reparto vernici. Ero pure bravo, anche se per certe cose basta avere due braccia e due gambe. Facevo le pitture, mischiavo i pigmenti con le macchine. Non mi dispiaceva troppo.

Parliamo del disco. Tiki Taka è il tipo di traccia che ti distingue. Quella che fa pure ballare.
All’inizio di tutto ci immaginavamo un percorso quasi esclusivamente così, che andasse a prendere un po’ tutte le sonorità, spesso e volentieri con dei BPM sostenuti. Poi ci siamo allargati, a volte rallentando il ritmo in altre tracce.

Foto di Arianna Canali

Ci sta, anche perché forse ci eravamo tutti dimenticati di quanto è importante ballare. Invece quando è esplosa Thoiry la gente si è ricordata di quanto è bello dimenarsi in discoteca
Anche per me allo stesso tempo è stata un’arma a doppio taglio. Perché non volevo neanche questo. Però poi mi sono fatto due conti e mi sono detto: “Però cazzo, ‘sta roba la gente la balla”. Pensavo che fosse solo una roba d’impatto, giuro. Ho cominciato a pensare che potesse funzionare ‘sta roba del ballo. Ma non è mai stato il nostro obiettivo iniziale. Ce ne serviamo tutt’oggi.

Tu non frequenti più i club?
No, non più, semmai suono nelle discoteche. Ma non mi godo troppo la vita in questo periodo, sto pensando più che altro al nostro futuro (guarda verso Dr. Cream, il produttore).

Te l’avranno chiesto mille volte, ma: come nasce ‘sta cosa delle parole tronche? C’entra banalmente la tua romanità?
Esatto, infatti il primo pezzo che abbiamo troncato anni fa, che non era nemmeno afro trap, è Mamma Mia. Già all’epoca non volevo fare solo strofe e rime troncate, né lo voglio fare ora. È stata una cosa un po’ così, campata dal nulla. C’erano anche i miei amici che mi sentivano troncare le parole e mi guardavano come se fossi uscito di testa. Solo lui (il produttore) stava zitto, ci siamo detti: “Oh, ‘sta roba spacca!”.

E poi sei riuscito a far rappare con le parole tronche pure Fabri Fibra, ci credi?
Questa cosa ancora non riesco a processarla, è ancora un sogno. Anche quel pezzo è stato di fondamentale importanza per me. È nato tutto per caso, io non conosco personalmente Fabri Fibra, io sono un suo fan. Parlandone insieme con il mio manager, mi diceva: “Dai, facciamolo” ma io non capivo se lo diceva sul serio o è una di quelle cose che dici così. Alla fine piano piano ha preso forma, e praticamente ci siamo stati appresso tutta l’estate. Più di ogni altra cosa. Le cose sono andate molto lentamente, e all’inizio i ragazzi del mio entourage erano spaesati perché avevamo un pezzo insieme, ma lui nemmeno aveva ripostato la foto, e sai che al giorno d’oggi sono importanti queste cose. Ma io mi sono sempre detto “Aspettiamo il disco”. E poi alla fine è andato tutto bene.

La scelta iniziale dell’unico featuring è sempre stata lui, Fibra.
Lui, solo lui. Per questo alla fine è stata una scommessa. All’inizio c’è stato un secco “No”, ma penso che Ale, il mio manager, abbia poi usato quelle poche parole a disposizione nel migliore dei modi. Ha chiamato Paola Zukar, la manager di Fibra, e le ha detto “Paola, ti chiedo solo di ascoltare questi due pezzi e di farli ascoltare a Fibra, senza fretta”. Che oltretutto non sono neanche i due pezzi con cui poi abbiamo fatto i featuring. Un giorno Paola si fa risentire e ci chiede: “Su quale pezzo volevate fare il feat?” E noi abbiamo risposto “Su quello che volete”, tanto era importante per noi questa cosa. Allora ci ha proposto di farne due e poi scegliere quale far uscire. Registrati entrambi, Fabri se ne esce con: “Ma perché dobbiamo sceglierne solo uno? Facciamo uscire uno prima come singolo e poi l’altro nel disco!”. È andata così.

Tu stai sempre a Roma?
No, ora sto qui a Milano con gli altri. Sto in Bovisa, in Tiki Taka quando dico “a DM27” mi riferisco alla palazzina dove vivo. Devo dire che mi trovo molto bene, Milano è un gigantesco dormitorio per ragazzi. Possiamo fumare, teniamo la musica alta fino a tardi, tutte cose che nei palazzi non sarebbero normali. Lì c’è il politecnico, sono tutti ragazzi. L’ambiente è a nostro favore. Noi comunque non siamo gente che suona all’una di notte: io alle 9 sono sveglio. Se devo registrare mi butto giù dal letto e butto giù dal letto anche lui (Dr. Cream). Se non lo sveglio io, questo si alza alle 2 del pomeriggio. Però lo faccio perché ci credo molto in questa cosa, penso che lavoriamo bene insieme.

Foto di Arianna Canali

E poi si vede che vi divertite. C’è il pezzo reggaeton, Farenheit, che è proprio divertente.
Pensa che quello è l’unico pezzo che ci siamo mixati da soli, in casa nostra. Eravamo così in fissa con quel pezzo che alla fine è il mio preferito del disco. Ignorantissimo, ma lo adoro. Casalingo quasi. Io ascolto molto Drake, mi piace molto il concetto di un disco che può variare dalla trap, al reggaeton, al pezzo dancehall. Musicalmente mi piace così, non mi chiuderei mai su un unico genere. Forse un purista e un fan sfegatato potrebbe concepire un disco mono tematico, ma io no.

Quando hai iniziato a rappare?
Neanche troppo tempo fa, diciamo tre anni e mezzo. Prima di conoscere Dr. Cream non ho mai messo piede in uno studio, quindi non avevo mai registrato nulla. È lui che mi ha detto un giorno: “Oh, dai, mettiamoci a fare un pezzo!”. Per quello ti dico che collaboreremo sempre.

Come vivi il palco?
Per me era proprio la bestia nera. Io impatto con le persone che non conosco. Ci ho lavorato tanto, quindi oggi riesco a parlare e il palco me lo gestisco. Ho ancora qualche problema negli instore day, ma ci sto lavorando. Non è mai abbastanza, tutti i giorni mi sveglio e ci lavoro perché credo molto in questo. Ma sono consapevole di non essere un esibizionista, mi piace però riportare sul palco i pezzi che facciamo nel modo più fedele possibile alla versione studio.

Sembri anche un tipo molto umile, tutto l’opposto del cliché trapper.
Assolutamente. Ma conoscendo molti colleghi nell’ultimo anno, non capivo perché molti di questi mi guardavano un po’ storto. Forse è un po’ la mia musica, forse che non sono bravissimo nelle interazioni con gli altri.

Magari è perché a differenza di tanti hai trovato qualcosa di davvero originale da proporre.
Be’, grazie mille. Io penso di aver fatto anche tanti errori, è stato il giusto percorso naturale per arrivare qui. Vedo già altri ragazzi intraprendere lo stesso percorso. Prima tutti incazzati poi più conscious, che fanno funzionare il cervello. Noi nel nostro piccolo abbiamo dimostrato qualcosa.

Leggi anche