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Quelli dell’Italo disco

E non solo, perché oltre a produrre grandi hit hanno sperimentato, allevato i cantautori romani anni '90, persino convinto quelli del Banco a mollare gli strumenti. Intervista a tutto campo ai fratelli Micioni

Paolo e Pietro Micioni

Foto per gentile concessione degli artisti

È raro nel mondo della musica trovare gente che oltre ad avere un talento indiscutibile è anche umile, generosa, disponibile e col “core in mano”, come si dice a Roma. La dinamica coppia dei fratelli Paolo e Pietro Micioni possiede queste qualità: habitué delle classifiche internazionali negli anni ’70/80 con produzioni che hanno fatto scuola come Gary Low e Gazebo, pionieri dell’Italo disco, si sono distinti per aver lavorato con la nuova scena tanto alternativa quanto cantautorale italiana dei ’90, prodigandosi anche in coraggiosi e stilosi esperimenti, strada che anche oggi percorrono con successo (vi dice niente Il Quadro di Troisi?).

Ci ritorviamo quindi per un’intervista conviviale tra compari (siamo tutti e tre originari di Torrevecchia, nel quartiere Primavalle) in una trattoria romana, come vecchi amici in vena di confessioni, facendo il punto dell’ evoluzione della musica pop tra un abbacchio fritto e bicchieri di vino sincero. Una chiacchierata in cui erano interessanti anche le ordinazioni dei piatti perché, come leggerete, annoiarsi coi Micioni accanto è impossibile.

Allora, io partirei subito dal vostro exploit estero: ovvero come nasce la premiata ditta Peter & Paul Micioni?
Paolo: C’è un antecedente, un po’ polemico… il direttore della RCA UK ci disse: con questa roba non andrete da nessuna parte. E invece poi abbiamo avuto successo in tutto il mondo.
Pietro: Ci ripetevano sempre le stesse cose: ma perché volete inserire un solo brano su un formato a 33 giri? All’epoca non lo faceva praticamente nessuno.

Ecco questo particolare del 33 giri mix: voi l’ avete importato dall’estero, giusto?
Pietro: E certo, nel ’77 per l’ esattezza. Perché noi comunque come dj usavamo questo formato. Nel formato 33 giri, ma addirittura anche nel formato a 45 giri, per dare più dinamica, dargli un suono migliore. Era tutto frutto dell’esperienza che avevamo acquisito come dj.

Ma come dj quando avete iniziato a esercitare?
Paolo: Ho iniziato io per primo nel ’73.

Ma all’epoca cosa mettevi? Roba psichedelica?
Paolo: No, molto rhythm & blues e funk.

E quindi quando è arrivata la disco music c’è stata una svolta…
Paolo: Sì, è stato con Cerrone e con Moroder.

E quello vi ha portato a fondare i Traks, giusto?
Pietro: Non proprio. Prima c’è l’esperienza degli Easy Going (Baby I Love You) prodotti da Claudio Simonetti e Paolo.

Primo esempio di Italo disco, diciamo.
Pietro: Sì, non c’era molto altro, se non alcune produzioni dei fratelli La Bionda e I’m a Man dei Macho.
La storia dell’Italo disco è un po’ confusa, anche perché la partenza di un genere può essere sempre un disco prima di quello che pensi tu, e magari è anche vero, però…

Poi con gli anni c’è sempre una revisione di come sono andate le cose…
Pietro: Beh sì. Nel nostro caso poi abbiamo avuto solo tante difficoltà. Perché quando andavamo dalle etichette, che so dalla PolyGram o dalla CBS e ti presentavi con dei prodotti che non erano lo standard che allora funzionava, eri praticamente fuori. Però abbiamo sempre creduto in quello che facevamo.

Come nascono gli Easy Going?
Paolo: Da Claudio Simonetti, che era cliente dell’Easy Going, che era il locale dove ero dj resident. Un giorno mi disse: vuoi venire in studio da me? Andammo, era al Bus Recording di proprietà di Gianni Boncompagni e della Carrà. Entrai e trovai Walter Martino, e Simonetti che mi disse: fagli fare una ritmica, decidila tu. Walter suonò per 16 minuti con la cassa in quattro. In pratica c’è buona parte dei Goblin negli Easy Going, come avrai intuito. Posso sicuramente affermare di essere stato uno dei primi dj ad aver messo piede in uno studio di registrazione.

Quindi non avete registrato con un progetto preciso in mente, solo per la voglia di suonare.
Pietro: Sì, però l’ idea di chiamare un dj fa di Claudio un precursore. Io ero piccolissimo, avevo 14 anni circa, poi diventai dj dell’Alibi l’anno dopo, nel ’78. Gli Easy Going e l’Alibi erano molto collegati, c’era un teatro al piano di sopra dove si esibivano le Sorelle Bandiera.

E gli Easy Going erano chiaramente tra le prime band gay friendly.
Paolo: Sì, certo, e sono stati anche un trampolino fondamentale per la mia carriera.
Pietro: Io ho avuto la possibilità di poter suonare della musica meravigliosa. Solo all’Alibi mi ballavano la Mahavishnu Orchestra… ballavano delle cose pazzesche! E infatti era un paradiso quel posto, io potevo mettere quello che volevo, non avevo problemi. Non c’era l’obbligo della pista e questa è stata una gran bella palestra.
Paolo: Il tutto con un impianto senza limiti di decibel.
Pietro: Esatto, andavi avanti fino alle 5 o alle 6 di mattina, io mi ricordo che ho passato anche pezzi di musica classica.

E dopo questa esperienza arrivano i Traks…
Pietro: Sì, vengono dopo, nel 1981, quando nel frattempo Paolo ha anche prodotto un mio disco.

Ecco lì volevo arrivare: il primo disco di Peter Micioni.
Pietro: Fatto completamente a New York, perché il matto qui presente (indica Paolo, nda) che è veramente un pioniere di questo mestiere, chiuse e missò il disco nello stesso studio degli Steely Dan, che erano lì a registrare Gaucho. La produzione però iniziò alla Balduina, nello studio dove registrammo l’anno dopo i Traks.

Dobbiamo fare una premessa a questo punto: voi siete di Torrevecchia, come avete fatto ad arrivare a New York?
Paolo: Con l’aereo (ride)! A parte gli scherzi, diciamo che in quel periodo per noi dj, New York era il crocevia più importante della musica dance e non solo.

E come andò il disco?
Pietro: Paolo lo portò a Bologna alla Dimar, fu uno dei primi esperimenti di musica indipendente, dalla produzione in studio fino alla distribuzione. Gli arrangiamenti furono curati da Alessandro Alessandroni Jr., il figlio del noto compositore.

Dal quale tu hai studiato chitarra, giusto?
Pietro: Sì, ho studiato chitarra con Alessandroni senior, un grande musicista. Prendevo l’autobus da Via Di Torrevecchia e andavo a studiare da lui perché ero amico del figlio. E da lui, che abitava dietro Piazza Dei Giochi Delfici, vidi per la prima volta un Moog. Era un Moog vero, quello di Keith Emerson per intenderci. Ce l’avevano in soffitta, ogni tanto ci smanettavamo. Comunque per farla breve il disco uscì su etichetta Speakeasy, che fece solo quel disco, ed era proprio auto-tutto. Vendette 10 mila copie, che per l’epoca era un flop, mentre adesso sarebbe nelle top 10.
Paolo: Poi dopo, al ritorno da una serata in Abruzzo ci venne l’idea di fare la famosa cover di Long Train Runnin’.
Paolo: Ma io e lui siamo sempre stati dei grossi fan dei Doobie Brothers, ci è sempre piaciuta la band. Quindi stavamo in fissa con quel pezzo, che era stata una hit del ’73. E tornammo in studio con i fondi che erano un aiuto di papà che all’ epoca ci prestò 800 mila lire per fare l’ album.

Stupenda questa cosa.
Pietro: Ebbene sì, il disco dei Traks costò 800 mila lire e fu ampiamente ripagato. Fu il nostro primo buffo (ride).

E fu anche il primo grande successo, andaste infatti a ritirare il disco d’oro al di fuori dell’Italia…
Pietro: All’Olympia di Parigi. Prendemmo il disco d’oro noi e gli Imagination con Just an Illusion. Poi Paolo alla fine degli anni ’90 ci lavorò anche insieme con Ashley Ingram, a Los Angeles per la produzione di un brano di Marina Rei.

La storia della vostra versione è particolarissima. Parlami di quel fatidico loop.
Pietro: Chiaramente riprovammo a fare la chitarra del pezzo originale, ma era talmente bella che anche coi turnisti più bravi non riuscimmo a rifarla uguale. Lì c’era il fascino della registrazione, allora la decisione fu tipo: noi dobbiamo fare in modo che la chitarra sia questa. All’epoca non c’erano campionatori, non potevi campionarla, quindi lì geniale fu il fonico di quello studio. Fu il primo esempio di campionamento, noi prendemmo il disco dei Doobie, lo registrammo su due piste con solo l’attacco di chitarra, prendemmo il loop, taglio del nastro e unito su due piste. Il loop era più lungo del giro del nastro, quindi prendemmo l’asta del microfono, mettemmo in tiro il nastro con quella per avere questo loop perfetto. In pratica proprio come funzionava il Mellotron, coi suoni su nastro. Il batterista era pronto di là, ritmica su un 16 piste Tascam, perché il nostro era uno studio povero altrimenti avremmo usato un 24. Che succedeva? Che dopo tre o quattro minuti che questo nastro strusciava sull’asta del microfono si smagnetizzava, quindi spariva come Cenerentola. Quindi dovevamo rifarlo e rimetterlo su ogni volta!

E il cambio armonico?
Pietro: Eh, dopo il giro va in Do minore poi in Mi bemolle, ma lì dopo siamo intervenuti noi suonando la parte. Poi Paolo partì per il Midem di Cannes con questa demo in tasca, e li è partito il successo. Platino in Francia, Germania, Spagna, Giappone.

E in America?
Paolo: No, in America non ci fecero entrare. Andai anche alla Warner americana perché erano gli editori originali del brano dei Doobie, per fargli ascoltare quello che avevamo fatto, ma ci ignorarono. Però qualche anno dopo entrammo nella top 10 in Inghilterra con Friends di Amii Stewart.

E lì entra in gioco Mike Francis…
Paolo: Sì, il pezzo è suo ed è cantato da Amii. Con Friends riuscimmo quindi ad entrare nelle charts inglesi , cosa che ritengo più tosta rispetto agli Stati Uniti.

Prima però c’è il caso Gazebo, di cui si è parlato recentemente anche qui. Come è stata questa produzione?
Paolo: Gazebo è una delle più belle persone che abbia mai incontrato in questo mestiere.

Come vi siete conosciuti?
Paolo: In quel periodo noi gestivamo un locale a Roma e Gazebo era il nostro selector alla porta

Ma dai, bella questa.
Pietro: Sì, di un locale che avevamo alla Balduina. Era figlio di un diplomatico, quindi parlava benissimo l’inglese. Perché in quel periodo noi lavoravamo insieme a Pierluigi Giombini, il figlio del grande Marcello Giombini, e stavamo cercando qualcuno con certe caratteristiche.
Paolo: Pierluigi era un bravissimo musicista, ma anche il padre: buttava l’olio delle candele bruciate sotto la sede dell’MSI.

Ah ah, però… E a proposito di zone rosse e nere, la produzione era sempre alla Balduina?
Pietro: Gazebo lo facemmo a Via Marziale, sempre alla Balduina. Lì registrammo una serie di produzioni perché ci trovavamo bene. Dopo Traks e Masterpiece di Gazebo, You Are Danger di Gary Low e poi Mike Francis.

Gary Low che poi è diventato un simbolo del movimento glo fi, campionato, rallentato, ad esempio dai Washed Out.
Pietro: Eh, ma l’hanno campionato in parecchi. Comunque in mezzo ci sono anche delle produzioni “minori” che non hanno avuto successo, direi anche parecchie.

Ma come è nata I Like Chopin?
Pietro: Noi avevamo prodotto Masterpiece e stavamo lavorando su I Like Chopin, ma poi abbiamo avuto una discussione e siamo usciti dalla produzione.

Cosa è successo?
Pietro: Giombini jr. cambiò un po’ i “patti”. Masterpiece era già al secondo posto in classifica in Italia e noi avevamo un accordo economico con lui che non rispettò, da quel momento le nostre strade si divisero.

Tornando alle produzioni miniori, io mi ricordo i curiosissimi Twilight.
Pietro: Certo, erano un trio di musicisti e grandi amici che abbiamo prodotto negli anni ’80
(Massimo Zuccaroli, Claudio Zuccaroli e Fabio Sinigaglia). Nonostante il brano My Mind sia passato in tutte le più importanti trasmissioni radio e televisive dell’epoca, il progetto non ebbe il successo che meritava.

E cos’altro è andato sotto le aspettative?
Pietro: Credo proprio Mike Francis. Mike prese un solo disco d’oro con Survivor, ma come artista meritava sicuramente di più. Grande qualità e grande talento che abbimo curato sempre con molta passione.
Paolo: C’è da dire che in quel periodo avevamo appena prodotto Gary Low con La colegiala, che riscosse un grande successo: ma non economico purtroppo, per colpa dell’etichetta francese che all’epoca gestiva le nostre licenze: l’idea della cover è nata mentre facevo colazione e sentii passaare alla tv la pubblicità del Nescafé. Faccio due o tre telefonate, era una vecchia cumbia peruviana di anni prima. Quindi dissi, tra mezz’ora tutti in studio.

Vorresti dirmi che quella hit nasce da una pubblicità e non il contrario?
Pietro: Paolo ha un intuito pazzesco. Ha chiamato tutti i musicisti che in quel periodo collaboravano con noi, Walter Martino, Max Di Carlo e Roberto Masala, al volo, tutti: «tra mezz’ora in studio». Prodotta in tre giorni, subito in vetta.

Ammazza, alla velocità della luce. Gary Low non faceva cumbia tra l’altro, questa cosa era abbastanza spiazzante.
Pietro: Però conosceva molto bene quel repertorio, quindi… A un certo punto, dopo il successo di Amii Stewart io e Paolo abbiamo avuto un rifiuto. Ci siamo chiusi in studio e abbiamo iniziato a produrre cose particolari, non più per la necessità di vendere i dischi. Abbiamo iniziato a fare scelte diverse, sicuramente più coraggiose. Aumentava la qualità e diminuivano gli incaasi, come di solito succede (ride). In mezzo però c’è il Banco del Mutuo Soccorso.

Nello specifico, Grande Joe, anno 1984.
Pietro: Esatto, presentata a Sanremo. Siamo stati chiamati dalla Sony per produrli e il Banco è un gruppo col quale siamo cresciuti. Abbiamo accettato di fare questa cosa cercando di metterci l’elettronica. È un disco in cui ci sono molte cose particolari. La cosa più bella comunque è stata la pre produzione del disco del Banco a casa nostra, a Via di Torrevecchia con un quatto piste Tascam e mi’ madre che faceva le fettuccine (ride).

E nel disco avete suonato tutto voi?
Pietro: Non abbiamo proprio fatto suonare la band (ride). Calderoni per esempio non ha suonato in quel disco. È la Linn, tutto programmato. Ci hanno un po’ odiato devo dire, soprattutto Francesco Di Giacomo e Vittorio Nocenzi (ride).

Ma dal vivo però la suonavano proprio, no?
Pietro: Sì sì, ultimamente l’hanno anche ripresa, ma per un periodo la rinnegarono.

Come voi a un certo punto avete rinnegato il pop per la musica sperimentale. Raccontateci questa mutazione…
Pietro: Qualche anno dopo il Banco aprimmo lo studio il Gimmick in Prati e da lì sono iniziate tutta una serie di sperimentazioni di musica elettronica fatte con tante persone. Abbiamo fatto il primo disco non prodotto da noi nel quale abbiamo comunque partecipato, il primo degli Almamegretta: il loro disco più bello secondo noi. Poi abbiamo avuto la fortuna di registrare un intero album di Billy Cobham che ha dato il nome alla sala, e poi Ernie Watts. L’ altro giorno mi sono scritto con Brian Bromberg che è un bassista pazzesco con cui abbiamo collaborato e gli ho mandato le foto di quando stavano in studio da noi, per dire. Abbiamo prodotto un disco di un pianista italiano che si chiama Gigi Pellegrino, roba di musica fusion. C’era un periodo che stavamo in fissa con la GRP Records, quindi ci piaceva quel suono, usavamo solo musicisti bravi e facevamo belle cose lì. E poi abbiamo fatto anche delle cose house di dance elettronica, abbiamo inziato con Marina Rei con delle produzioni nelle quali lei cantava in inglese e poi da li è nato il progetto in italiano con la Virgin. Per cui poi è partita tutta la fase Marina Rei, Tiromancino, Niccolò Fabi.

A proposito dei Tiromancino: Rosa spinto, che avete prodotto voi, è un disco particolarmente sperimentale posto nella fase ibrida della band, tra il pop che sarà e ancora l’alternative che precedeva.
Pietro: È stato un lavoro molto lungo, sopratutto in pre produzione per l’uso dei tantissimi sample che abbiamo usato e plasmato in tutte le tracce. Federico è molto bravo e l’ha dimostrato, ma Francesco era proprio in cerca di nuove sonorità, con lui in studio ci siamo permessi di sperimentare parecchio. Ad esempio su Cos’è bruciare c’è Lory D che fa uno scratch con i piatti. E anche Daniele Silvestri che ha scritto e interpretato due brani dell’album.

E poi Niccolò Fabi insieme a Riccardo Sinigallia. Le vostre mani sulla scena de Il Locale, praticamente…
Paolo: In quel periodo il Gimmick era un crocevia di molti artisti emergenti e talentuosi e noi eravamo particolarmente attenti e disponibili a registrare e produrre tutti quelli che avevano qualcosa da dire. Con Riccardo Sinigallia e Francesco Zampaglione avevamo addirittura registrato insieme anche al periodo dei 6 Suoi Ex. Collaboravamo con la EMI/Virgin e spesso venivamo cotattati per ascoltare e porre l’accento su tutti quelli che ritenevamo validi, vedi appunto Fabi o Max Gazzè, che per inciso è un grande musicista.

Di certo siete stati sempre molto eclettici, avete sempre rischiato.
Pietro: Non so se è stato un bene o un male, come dicevo prima, ma non abbiamo mai classificato la musica in generi.
Paolo: Tutto questo fa parte di quello che siamo stati e che abbiamo ascoltato negli anni, tipo Le Orme e gli Area, passando per i grandi musicisti americani, vedi Miles Davis, Pastorius, Zawinul, questo ci ha permesso di spaziare e amare tutta la musica senza porci problemi.
Paolo: Però, a parte tutto, i punti fermi ce li abbiamo nelle nostre cose.

Ecco, quali sono i vostri punti fermi?
Paolo: Per me il Banco Del Muto Soccorso e in particolare Vittorio Nocenzi, sono stati il mio gruppo preferito di sempre e un punto di partenza.
Pietro: I grandi musicisti, quelli inarrivabili, Cobham, Stanley Clarke, George Duke. Sto in fissa con George Duke.

Beh, senza di lui niente Daft Punk.
Pietro: Esatto, mi fa venire le lacrime. Se ne è innamorato anche mio figlio che è batterista. Se vogliamo invece parlare di miti…. Beh il mio mito è proprio Paolo.

Ma a questo punto parliamo dell’elettronica sperimentale e delle vostre produzioni in tal senso.
Pietro: La cosa è nata perché il nostro socio Massimo Zuccaroli, che si era appena diplomato in musica elettronica al conservatorio di Santa Cecilia con il maestro Giorgio Nottoli, ci propose di pubblicare alcuni CD dedicati all musica elettronica sperimentale. E infatti uscimmo con due compilation dal nome (Elettronica Italiana Vol 1 e 2 ) e il CD del maestro Nottoli, dal titolo Il pensiero elettronico. Paolo andò a Milano alla EMI e riuscì a convincerli a distribuirci, nonostante fossero prodotti difficili e con delle prospettive di vendita molto basse. Però sono sfide.

La cosa interessante è proprio che dai Twilight che tu diresti fanno Italo, invece sono preparatissimi, e all’interno di un circuito che non ti aspetteresti.
Pietro: Proprio perché non abbiamo mai messo confini alla musica e per questa nostra continua ricerca,
che nel 2004 è nata insieme al nostro socio Massimo Zuccaroli e alla Rai la collana Via Asiago 10, 27 pubblicazioni che hanno rappresentato la storia e la cultura del nostro Paese. Dalla ricerca delle opere al restauro audio, non abbiamo pubblicato solo musica, ma anche personaggi come Aldo Fabrizi, Alberto Sordi, Franca Valeri, ma soprattutto un inedito di Louis Armstrong e di Juliette Greco. Abbiamo stampato Matteo Salvatore, Domenico Modugno, registrazioni con Trovajoli al pianoforte, Modugno alla chitarra e Frank Sinatra alla voce.

In tutto questo quanto vi è servito crescere a Torrevecchia?
Paolo: La periferia è stata la nostra università.
Pietro: Ci ha dato la benzina.
Paolo: In tutti i sensi (ride).
Pietro: Eh, Paolo faceva il Castelnuovo, un liceo piuttosto movimentato…

Avete rimpianti?
Pietro: Qualche anno fa ti avrei risposto di sì, sopratutto per il fatto che il mestiere del dj che ho fatto per tantissimi anni, mi aveva portato a non avere il tempo per approfondire come avrei voluto gli studi della musica. Ora sono consapevole che senza quell’esperienza nei club non sarei quello che sono ora e non avrei incontrato grandi artisti come Donato Dozzy, a cui sono molto legato da una grande amicizia e con il quale ho riscontrato una grande affinità musicale, propio nel non avere confini musicali.
Paolo: Avrei voluto approfondire le amicizie tra le più disparate e mantenere ancora oggi i contatti,
con i grandi musicisti che ho avuto la fortuna d’incrociare nella mia vita lavorativa e non. Conoscere il lato umano di Michael Brecker, tra i piu grandi sassofonisti del pianeta, restare oltre il tempo di una foto abbracciato a Barry White e chiedergli: come va vecchio mio? Trovare il coraggio di condividere un po’ di tempo con Donald Fagen, ma forse è meglio così: forse è giusto mantenere le distanze con chi ha inventato i tratti fondamentali della musica, i quali non cadono in depressione, non si ammalano di cancro e soprattutto non muoiono mai.

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