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Quando Ezio Bosso era un Mod

Nel 2016, lo scrittore Giuseppe Culicchia incontrò per Rolling Stone il musicista che suonava la classica come un’opera rock. «L’emozione della musica deve scatenare qualcosa, altrimenti è solo vapore acqueo»

Nel servizio, Ezio Bosso veste Born in Berlin - Mattia Balsamini/Luz Photo

Nel servizio, Ezio Bosso veste Born in Berlin - Mattia Balsamini/Luz Photo

«Ma io sono una persona. Non sono un personaggio». Eccolo, Ezio Bosso. Alle prese col fotografo di Rolling Stone, che gli ha appena chiesto una posa da star in uno dei saloni barocchi di Palazzo Barolo a Torino, lì dove l’autore di The 12th Room prova al suo Steinway quando è in città. Così, sarebbe facile scrivere a questo punto che Ezio Bosso sta tutto in questa frase, detta col sorriso, ma allo stesso tempo bella decisa. E invece no. Ezio Bosso, “il Maestro”, come lo chiamano tutti anche se si vede subito che lui ne farebbe tranquillamente a meno, non sta in una frase.

Ezio Bosso è nato a Torino 44 anni fa. Ex bassista degli Statuto, poi pianista, compositore e direttore d’orchestra, nel 2011 è stato colpito da una malattia autoimmune - Mattia Balsamini/Luz Photo

Ezio Bosso nasce a Torino nel 1971. Ex bassista degli Statuto, poi pianista, compositore e direttore d’orchestra, nel 2011 è stato colpito da una malattia autoimmune – Mattia Balsamini/Luz Photo

 

Ha una storia lunga 44 anni. «Sono nato a Torino in una borgata, Borgo San Donato, in cui la mia famiglia era la sola piemontese di tutto il caseggiato. Era il 1971. La Torino della mia infanzia era molto diversa rispetto a oggi. Se ripenso a quei giorni mi vengono in mente innanzitutto gli anni di piombo. Torino allora era davvero una città operaia. La tensione la sentivi nell’aria, quando andavi a scuola o sentivi parlare i ragazzi più grandi, e gli adulti. Io ero un bambino dalla socialità differente: anziché parlare e parlare, come fanno in tanti, preferivo ascoltare. E ascoltando percepivo parecchie cose».

Torino oggi è proprio grigia e piovosa, come vuole lo stereotipo anni ’70 che ormai si è lasciata alle spalle, anche se in realtà ci sarebbe di che ringraziare il cielo, dopo mesi di siccità e smog. Ezio, elegantissimo nel suo total-black con tanto di stivali molto rock & roll, sorride reduce dall’ennesimo sold out. Ha cominciato a raccontarsi poco fa in un bar all’angolo con via Garibaldi, dove tutti lo conoscono e lo salutano. Perché anche se vive ormai da 11 anni a Londra dalle parti di Islington e la sera si trova con gli amici inglesi al Drapers Arms, classico pub di quartiere, Torino è sempre casa sua. Sono qui le sue radici. Almeno le prime. «A un certo punto della mia esistenza mi sono reso conto dell’importanza delle radici. Da ragazzi pensiamo che siano un impedimento, che ci trattengano. Invece è nella natura dell’uomo mettere radici. Cosa che non impedisce di metterle in tante realtà diverse». Sta di fatto che in quella Torino anni ’70 Ezio Bosso ha scoperto la musica. «In un certo senso, a dire la verità, è stata la musica a scoprire me. Io da bambino ero attratto dagli strumenti musicali. Non avevo nemmeno 4 anni, ma ero già felice per il solo fatto di toccarli. È stato mio fratello maggiore ad accorgersene. Devo a lui e alla mia famiglia il fatto di aver cominciato molto presto a studiare musica. E col fatto che ero nato e cresciuto in un quartiere popolare, da ragazzino poi è stato naturale diventare Mod».

Già: Ezio Bosso, detto Xico, per un certo periodo ha suonato negli Statuto. «Solo due anni, a partire da quando ne avevo 14: poi mi hanno cacciato, perché producevo troppe note». Ride, scuotendo la testa, e mi fa venire in mente la critica rivolta dall’Imperatore Giuseppe II a Mozart nell’Amadeus di Milos Forman, “Troppe note, caro Mozart, troppe note”. «Oh, ma io sono sempre Mod, tu scrivilo! Che c’è chi mi definisce ex senza sapere che, quando uno scopre di essere Mod, poi lo rimane per tutta la vita!». Ok. Scritto.

Arriva John Cage
Intanto però, tra la scoperta assai precoce della musica e quella adolescenziale del Modernismo, il Conservatorio. «L’ho fatto qui a Torino, ma a un certo punto sono scappato. C’era un insegnante che usava metodi un po’ troppo violenti, avevo appena 11 anni e lui gridava, certe volte arrivava perfino a usare le mani. Un giorno, nell’aula dove questo presunto maestro mi stava maltrattando, è entrato un signore coi capelli grigi. Si è seduto e mi ha chiesto di ripetere l’esercizio che stavo eseguendo. Quando ho finito, si è rivolto all’insegnante: “A me sembra molto bravo. Perché grida?”. Era John Cage. E gli sarò sempre riconoscente. Dal Conservatorio sono scappato, anche se poi mi sono diplomato. Ed è a Vienna che ho studiato seriamente: lì ho trovato veri Maestri, come per esempio Ludwig Streicher. Perché i Maestri sono quelli che non si limitano a insegnarci qualcosa, ma ci aiutano a comprendere la nostra natura».

Quando è tornato in Italia, come tanti altri ragazzi ha fatto il servizio civile. Ottenuto il congedo, l’inizio di una vita fatta di tournée, orchestre, palchi, aerei, alberghi, taxi. Ma soprattutto studio e prove: tra Roma, Parigi, New York, Melbourne, Sydney, Città del Messico, Houston, Buenos Aires. E poi daccapo. Perché Ezio Bosso non si ferma: non lo si ferma. Suona o dirige alla Royal Festival Hall di Londra come alla Sydney Opera House, vince premi in America e in Australia (unico non australiano ad aggiudicarsi il Green Room Award), ma anche a Bologna, città che lo scorso 7 novembre lo ha insignito del Nettuno d’Oro all’indomani della sua esecuzione integrale del movimento finale della Sinfonia N. 4 Alma Mater, da lui composta e dedicata alla Magna Charta dell’ateneo felsineo.

Le 12 Stanze
Ezio Bosso, compositore, pianista, direttore d’orchestra, Mod e persona, non personaggio, tutte queste cose non te le dice. Come non ti dice di aver debuttato in veste di solista ad appena 16 anni a Lione, per poi esibirsi con la Wiener Kammer Orchester o alla Carnegie Hall, e comporre concerti e sinfonie. Dice, invece, gli occhi che trasmettono a chi li incrocia un’energia, chiamiamola così, fuori dal comune: «Ho avuto la fortuna di avere tante vite, e tutte belle». Gli chiedo di un misterioso libro proibito che compare nelle pagine che accompagnano The 12th Room, intitolato proprio Libro delle 12 Stanze. «Ah, quello di cui parla Helena Blavatsky, la fondatrice della Società di Teosofia!», si entusiasma lui: «Pensa che l’hanno appena citata in una delle ultime puntate di Supernatural, la serie tv americana sul paranormale. È un libro scritto in Senzar, una lingua sconosciuta antecedente al Sanscrito, conservato dai monaci di un monastero in Tibet. La Blavatsky veniva considerata una sorta di strega mistica. È stata osteggiata, perché c’è chi sostiene che le sue teorie esoteriche siano state in parte riprese dai Nazisti. Non a caso la storia misteriosa di questo libro che nessuno ha mai visto o letto a parte lei, appassiona i complottisti. Sia come sia, nel libro vengono nominate queste 12 stanze, che sono poi le 12 stanze del disco». Prende fiato, ordina una spremuta. Io intanto scrivo, perché non mi piace registrare, però sono costretto a sostituire la matita: la verità è che si fa fatica a stargli dietro.

Il disco
L’album, che poi è doppio ed è stato registrato quasi live in quattro giorni al Teatro Sociale di Gualtieri, contiene 12 tracce nel primo cd, intitolato 12 Rooms, e 3 (ma si tratta di una sola Sonata, la N. 1 in Sol Minore, composta da tre movimenti per un totale di 45 minuti senza interruzioni) nel secondo, intitolato The 12th Room. Il primo brano, Following a Bird, che poi è quello con cui Ezio Bosso apre tutti i suoi concerti, è seguito dalle parole Out of the Room. Il secondo da The Burned Room. Il terzo da The God’s Room. Il quarto da The Dark Room. E così via, tra una Breakfast Room e una Painroom, una Building Room e una Waiting Room. Mi verrebbe da chiedergli per quale ragione abbia scelto l’inglese per battezzare questi brani, in cui accanto al suo nome trovano posto quelli di John Cage, Johann Sebastian Bach – il “bigio Maestro tedesco” del drugo Alex in Arancia Meccanica – e Frédéric Chopin, ma lui mi precede. «Vedi, in inglese c’è questo modo bellissimo di dare un nome alle stanze: hanno la Tea Room, la Ball Room, la Play Room… noi invece le nostre stanze le esageriamo, diventano salotti, saloni, sale da pranzo. Io volevo scrivere un disco sull’importanza delle stanze per noi esseri umani. Mi viene da ridere: sono un po’ l’esploratore di ciò che diamo per scontato. In vita mia ho lavorato sul respiro, sul meteo, sui cartelli stradali… e ora? Sulle stanze». Si stringe nelle spalle, e ride davvero. «La musica mi ha insegnato che ogni problema è un’opportunità che va colta come un’occasione. Per tornare alla questione delle radici: a me piace andare alle radici delle parole, alla loro etimologia. La parola stanza ha a che fare col fermarsi, ma anche con l’affermarsi. Dunque col prendere coscienza di sé, col rispettare se stessi».

Ricordare tutto
Gira gira, torniamo sempre alle radici. Ovvero alla memoria. «Ah, la memoria…», mi fa, alzando gli occhi al cielo. «Io ricordo tutto, tutto, ma proprio tutto! In concerto non guardo mai lo spartito, non ne ho bisogno. Ma una memoria così può anche essere una condanna. Mi ricordo tutte le conversazioni, le singole frasi, ogni cosa. Sai com’è, a volte noi umani parliamo senza dare troppo peso a ciò che diciamo, ma io ricordo anche le inezie». Ma per ricordare a memoria tutto uno spartito dev’esserci per forza di cose un grande esercizio quotidiano. «Beh, io sono un tipo metodico. Mi alzo tutte le mattine alle sei e mezza, poi la colazione, gli esercizi, le medicine e lo studio. Ogni giorno comincio da Bach e finisco con Bosso. E anche se ho in programma una serata dedicata tutta a Beethoven, Bach resta imprescindibile». Bach. Che con John Cage e Chopin è finito in cima alle classifiche di vendita, dopo l’esibizione di Bosso a Sanremo. «Non è fantastico?», si entusiasma lui. «Anche i ragazzi ascoltano Bach e con la sua musica si divertono ai concerti! Io con questi autori mi confronto da tutta la vita, non potevo non ospitarli nelle stanze del disco. Vedi, quando scrivo, scrivo di getto. Ho studiato la tecnica e mi viene facile, certe mattine mi sveglio e dentro di me ho già un brano che non aspetta altro che essere suonato. Ma quando si è trattato di pensare a un disco, mi sono detto che volevo metterci dentro il meglio. Io traduco la musica, certo, ma sono anche un interprete, un direttore, e perciò ho un repertorio. E questo repertorio ha formato il mio gusto personale. Poi la musica per me è un prodotto d’amore». E mentre lo dice, ha gli occhi che bruciano di passione. Ezio Bosso decisamente non ha bisogno di un addetto stampa.

Piazza Statuto
«Ieri sera, al concerto, quando ho attaccato il Preludio a Il clavicembalo ben temperato di Bach c’è stata un’ovazione, capisci?». Capisco. Capisco l’ovazione, capisco la gioia del pubblico e la sua, lì, sul palco, mentre suona un brano meraviglioso composto tre secoli fa. «Le persone che ti ascoltano ti danno la cosa più preziosa che hanno: il tempo. E allora tu ti senti responsabile, e cerchi di dare loro il meglio. La mia Sonata dura tre quarti d’ora, e io la eseguo tutta di fila, senza mai fermarmi, e il finale è un crescendo: una fatica che non ti dico… ma per me poterla suonare è fantastico». Prende fiato. Sorride. Gli chiedo che cosa ha intenzione di fare prossimamente. «Ora mi fermo per un mese, riposo e riordino le idee. Poi però ad aprile riprendo a suonare dal vivo. Fosse per me non farei altro».

Gli chiedo che posti frequenta quando è in città, nel momento in cui finisce di provare. «Ah, io sono rimasto l’outsider di sempre, il ragazzino che il sabato pomeriggio si trovava con gli altri Mod di piazza Statuto. Cerco posti che mi somiglino, in cui possa sentirmi a casa. Qui a Torino vado da Pietro, un bar di via San Domenico aperto una vita fa da un sardo che faceva panini buonissimi, oggi gestito da due ragazzi veneziani che sanno fare lo spritz come si deve, e alla vineria Brosio di via del Carmine: è frequentata da tanti giovani che abitano nel quartiere, ma ha ancora i suoi anziani che giocano a carte, e questi bisognerebbe metterli in una teca, conservarli il più a lungo possibile. A Londra invece vado in un pub di Islington, anche lì ogni volta ritrovo degli amici con cui posso rilassarmi. Uno di loro mi ha detto che, col fatto che ho 44 anni e da 11 vivo a Londra, ormai sono per un quarto inglese».

Vapore acqueo
A un tratto mi viene da fare una domanda stupida: perché Ezio Bosso suona? «Perché mi fa star bene. Perché se fa star bene me, spero che faccia star bene anche chi mi ascolta. Poi, certo, quando mi trovo a salire su un palco è sempre una grande emozione, e per calmarmi devo salutare il pubblico, dirgli ciao. Dopodiché attacco Following a Bird e suonarla mi fa stare così bene che potrei fare qualsiasi cosa, anche Rachmaninov. Se ci pensi, andare a un concerto significa perdere tutto quello che c’è fuori per seguire qualcos’altro. L’emozione della musica deve scatenare qualcosa in chi la ascolta, altrimenti è solo vapore acqueo».

Intanto, mentre parliamo, usciamo dal bar all’angolo con via Garibaldi e raggiungiamo sotto la pioggia Palazzo Barolo, che per Ezio Bosso è la stanza torinese in cui studia e prova e compone. Un gruppetto di ragazze lo riconosce, lui sorride, saluta e fondamentalmente se ne frega dell’acqua che scende giù dal cielo. Su, nelle dorate stanze, il fotografo di Rolling Stone e il suo assistente hanno preparato il set. Ezio guarda il telo nero che copre la magnificenza barocca del luogo in cui ogni giorno ha appuntamento col suo pianoforte.
Esce sul balcone. Si fuma una sigaretta.
Quindi rientra, e il fotografo gli spiega che cosa vorrebbe da lui.
«Ma io sono una persona. Non sono un personaggio».

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