Quando canta Yola stanno tutti zitti | Rolling Stone Italia
Home Musica Interviste Musica

Quando canta Yola stanno tutti zitti

È una delle voci più potenti del pop, ma la strada per diventarlo è stata accidentata. La volevano diva house. Lei ha preso in mano la carriera e ha folgorato Dan Auerbach, Brandi Carlile, Baz Luhrmann

Yola

Foto: Cedrick Jones per Rolling Stone US

Prima ti racconta degli ostacoli che ha dovuto affrontare in quanto donna nera nella scena musicale inglese. Poi ti spiega come li sta abbattendo. In collegamento Zoom da Madison, Tennessee, Yola illustra il significato di Barely Alive, una delle canzoni del nuovo album Stand for Myself. Indossa un dolcevita a righe dai colori vivaci che ben s’abbinano al suo buon umore. Intona un pezzo di ritornello: “Cerchiamo di tirare avanti”. La voce va su per l’ultima frase: “ma siamo a malapena vivi”.

E che voce. È una delle più potenti del pop contemporaneo e ha lasciato a bocca aperta un sacco di gente. Quando Yola ha chiesto a Brandi Carlile di armonizzare un pezzo di Stand for Myself, l’americana ci ha messo «tutto un cazzo di giorno» per ottenere una performance all’altezza di quella della collega inglese. Carlile scherza dicendo che per arrivarci le sono venuti «un gran mal di testa e la gola infiammata». Una volta Natalie Hemby ha seguito Yola a un festival. «M’è toccato farmi sa sola un discorsetto d’incoraggiamento: “Non potrai mai cantare come Yola, canta come Natalie”». Ruby Amanfu racconta della volta in cui camminava su una spiaggia in Messico e lì vicino c’era un festival a cui partecipava Yola. Il vento le portava l’eco della sua voce. «L’ho sentita e ho cominciato a correre verso la sorgente di quel canto».

È da un paio d’anni ormai che Yola suscita reazioni del genere. Il suo debutto del 2019 Walk Through Fire, in stile Americana, ha ottenuto quattro nomination ai Grammy. Non ha vinto un premio, ma alla cerimonia s’è trovata seduta a pochi posti di distanza da Billie Eilish e ha incassato i complimenti di John Prine. Baz Luhrmann l’ha voluta nella parte di Sister Rosetta Tharpe nel biopic di Elvis Presley che uscirà l’anno prossimo dopo averla sentita cantare nella colonna sonora.

È una vita che Yola, che ha 37 anni, si prepara a questo momento. «Sei pronta? È meglio che tu lo sia!», dice e per rafforzare il concetto colpisce con un pugno il palmo dell’altra mano. «Immagina come dev’essere per una come me che ha passato una vita ad aspettare di avere il fegato di essere se stessa, terrorizzata». Lungo questo percorso ha perso la voce, la band, la sicurezza. Ma questa è storia passata.

Come dice sorridendo dopo avere intonato quel passaggio di Barely Alive, «ti ho appena raccontato 30 anni di vita in un verso».

Quando parla, Yola alterna risate e momenti introspettivi. Il suo nome completo è Yolanda Quartey, è nata a Bristol, Inghilterra, ed è stata cresciuta dalla madre barbadiana, infermiera. Del padre ghanese, che ha divorziato dalla madre quando la cantante era piccola, non ricorda quasi nulla. Essendo una delle poche studentesse nere, a scuola era regolarmente bullizzata. «Dai 5 ai 10 anni non sai quante volte m’hanno fatto il culo per il colore della pelle», ricorda. «Eravamo isolati».

Ha capito di avere una gran voce alla scuola materna, ma la madre, che lei descrive come «una persona con tutti i tratti della psicopatica», non approvava l’idea di seguire la strada della musica. «Diceva che era rischioso e non aveva del tutto torto. Credo che l’abbia accettato solo quando avevo tipo 23 anni». Ai tempi delle scuole superiori Yola cantava in un gruppo rock e ha continuato a farlo negli anni del college, a Londra. «Ha una storia affascinante», commenta Hemby. «Ma te l’immagini che vuol dire tentare di soffocare una voce del genere?».

A salvare Yola sono stati il talento e anni passati ad ascoltare di tutto, da Elton John a Ella Fitzgerald. All’inizio degli anni 2000 sia a Londra che a Bristol ha fatto la topliner in singoli dance di Bugz in the Attic e 30Hz. Sono stati questi ingaggi a salvarla quand’è finito il prestito studentesco, ma all’epoca sentiva che non stava esercitando il controllo sulla sua vita. «Ero utile a chi cercava voci buone per la dance, vocalist potenti tipo Jocelyn Brown. Ma nessuno mi ha mai detto: “Siamo qui per te”. Erano lì per me finché aderivo alla loro idea di diva house. Ricordo cosa mi dicevano i produttori londinesi. Dicevano che nessuno vuole ascoltare una donna nera cantare il rock. Non facevano che ripetermi, tutti, di stare al mio posto».

Con amici di Bristol ha fondato i Phantom Limb. Suonavano una versione britannica dell’Americana, ma lo stress e l’eccesso di lavoro hanno finito per minare la salute di Yola. Nel 2007 le sono venuti dei noduli alle corde vocali e per un anno e mezzo non ha potuto cantante. Si è ripresa giusto in tempo per fare la corista nel tour britannico dei Massive Attack del 2008. Coi Phantom Limb ha fatto due dischi, ma si è allontanata da loro per la mancanza di «presenza internazionale» del gruppo, perché non c’erano soldi, perché le sembrava che nessuno la stesse ad ascoltare. A tal punto che oggi fa fatica a dire il nome della band. «Sto dando fin troppo spazio a gente che non lo merita», dice degli ex compagni.

L’ex chitarrista dei Black Crowes Marc Ford ha prodotto l’album del gruppo del 2012 The Pines. La voce di Yola ne usciva bene, ma era chiaro che le cose non filavano lisce. «Era evidente che stava passando un momentaccio» dice Ford «e capisco che non ne voglia palare. Quando fai brutte esperienze poi non ti va di rievocarle» (i membri del gruppo hanno preferito non essere intervistati o non hanno risposto alle e-mail).

A metà anni ’10 la cantante s’è reinventata, questa volta come Yolanda Carter, in onore della Carter Family e del cognome da sposata di Beyoncé. Ha usato i soldi ereditati dalla madre morta nel 2013 per reclutare nuovi collaboratori e dare una svolta alla carriera. La prima mossa è stata la registrazione nel 2016 di un EP country-folk che l’ha portata al primo AmericanaFest di Nashville. «Non appena mi sono cresciute delle vere tette, mi sono detta: farò le cose a modo mio».

Più o meno in quel periodo un amico comune ha fatto vedere un video di Yola a Dan Auerbach. «Mi sono subito chiesto: com’è possibile che una così non sia sotto contratto?», ricorda il leader dei Black Keys.

Lo ha fatto lui, per la sua etichetta Easy Eye Sound, e le ha prodotto l’album Walk Through Fire. A quel punto la gente per lo meno a Nashville si è accorta di lei, sicuramente più del 2010, quando era stata in città per cercare di trovare partner locali per scrivere canzoni e non ne aveva trovato nemmeno uno. In studio per registrare l’album delle Highwomen del 2019, Hemby ha fatto vedere dei video di Yola a Brandi Carlile. Quest’ultima ha invitato Yola a unirsi alla band (impegni già presi le hanno impedito di farlo in pianta stabile, ma canta in alcuni passaggi del disco e si è esibita con loro almeno una volta).

Carlile si è resa conto del potenziale di Yola aprendo a sorpresa un suo concerto l’anno scorso. «Sentivi che avevamo pubblici differenti. C’erano hipster e appassionati di folk britannico e gente d’ogni tipo. “Cazzo, che figata”, mi sono detta».

Per Stand for Myself, Yola ha tirato fuori canzoni che risalgono anche al 2013. La linea di basso di Break the Bough, per esempio, le è venuta in moto, di ritorno dal funerale della madre, mentre cercava di guidare nonostante le lacrime.

Quando lo scorso autunno ha iniziato a registrare, sia lei che Auerbach erano determinati a cambiare alcuni elementi del sound. «Abbiamo parlato a lungo di fare un disco uptempo, più movimentato», dice Auerbach. Il risultato è un album che riflette il suo viaggio, con canzoni che omaggiano vari tipi di R&B e musica dance. «Dentro ci puoi sentire la collezione disco di mia madre, l’amore che condividiamo per Earth, Wind & Fire e Smokey Robinson, la mia passione per le canzoni grandi e ariose di Aretha (Franklin) ed Ella (Fitzgerald)», dice Yola. Sia lei che Auerbach nominano Mary J. Blige come ispirazione centrale di If I Had to Do It All Again e Starlight. Yola ha anche co-firmato alcuni pezzi con Hemby, Amanfu e Joy Oladokun, cantautrice di Nashville che condivide la sua passione per Phil Collins.

Yola considera il disco un’orgogliosa opera autobiografica. «La sequenza dei pezzi contribuisce alla storia che voglio raccontare», spiega. «Il disco parla delle cose che vanno fatte per lottare per te stessa». Il tema attraversa sia Barely Alive che il singolo Diamond Studded Shoes ispirato dai commenti di Theresa May – ex primo ministro del governo britannico – sui tagli ai servizi sociali. «L’idea è che non possiamo cedere alle cose che ci dividono. Da donna di colore, non posso accettare questa narrativa alla divide et impera».

Yola è una delle poche persone di colore che fanno Americana, e racconta cosa significa in Be My Friend, scritta insieme ad Amanfu. «Abbiamo parlato tante volte del fatto che non vogliamo essere dei trofei», dice Amanfu. «Siamo felici di essere invitate a suonare, ma a volte viene da chiedersi: “Siamo qui per riempire una casella o perché facciamo parte di questa storia, di questa famiglia?”. La maggior parte delle volte non contiamo granché. Un conto è essere invitate, un altro avere la chiave di casa».

Yola ha chiamato Carlile a partecipare al pezzo. «In certe situazioni ci sentiamo entrambe estranee», dice Yola. «Abbiamo dovuto imparare a gestire questa cosa». Carlile ha definito il testo «un riconoscimento della nostra amicizia, una cosa che per me ha grande significato». Come dice Auerbach, i messaggi che Yola lancia nelle nuove canzoni dimostrano «che ora ha una piattaforma e non ha paura di usarla. Vuole essere la voce della sua causa. Non ha paura di quello in cui crede».

Alla fine dell’intervista, Yola cita un altro verso, questa volta dalla title track: “Non vuoi provare nulla / Esattamente come facevo io / Una codarda nell’ombra”. «Il punto è: non fate come me!», dice. «Non perdete tempo! Io ho iniziato a vivere a 30 anni. È questo che dico alla gente: per favore, vivete!».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

Altre notizie su:  Yola