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Quando balli la musica dei Jungle dimentichi il mondo

Domani uscirà l'album 'Loving in Stereo'. Ce lo siamo fatti raccontare: la voglia di evasione, l'auto-campionamento, i video in cui «se presti attenzione ti accorgi che c'è qualcosa che non va»

Jungle

Foto: Anna Victoria Best

Il mondo dei Jungle è un luogo coloratissimo, pieno di personaggi misteriosi ma trasudanti stile e carisma che incedono a passo di danza nella vita come in scena. Ascoltando uno qualsiasi dei loro album o, meglio ancora, assiepati sotto il palco dei loro concerti, ci si ritrova catapultati in un universo parallelo in cui la musica prende il controllo dei nostri arti e rimanere immobili (men che meno tristi o abbruttiti dalle difficoltà quotidiane) è letteralmente impossibile. Il che si riassume perfettamente nel primo singolo estratto dal loro nuovo album Loving in Stereo. A ben guardare Keep Moving potrebbe essere un brano che parla dell’importanza di continuare a procedere allo stesso passo in una storia d’amore, senza mai sedersi sugli allori, oppure essere semplicemente una metafora sul ballo.

«Entrambe le interpretazioni sono corrette, l’importante è quello di cui sei convinta tu», dice Tom McFarland, che insieme a Josh Lloyd-Watson è il cuore pulsante della band, in collegamento via Zoom da Londra. «Cerchiamo di dare molteplici significati alle nostre canzoni e di creare storie che possano essere raccontate in centinaia di modi diversi. E in più non ci piace spiegare il significato dei nostri pezzi: la mia opinione sulle mie canzoni non è poi così importante, una volta che la pubblichiamo diventa la canzone di chi la ascolta, e ci interessa molto di più il suo parere che il nostro».

Il che vuol dire che siete grandi seguaci di Genius.com e delle interpretazioni che i vostri fan danno ai testi dei Jungle?
In realtà no (ride). L’unico motivo per cui andiamo su Genius è per correggere gli errori dei testi, perché a volte è davvero difficile capire bene cosa diciamo, perciò la gente a un primo ascolto li trascrive errati.

Tornando a Loving in Stereo, com’è stato scrivere un album così gioioso e ballabile in un periodo così oscuro?
Non è che intendessimo scrivere un album anti-Covid o anti-lockdown, ma ovviamente la musica per noi rappresenta anche uno stato d’animo. E, come immagino capiti a molte altre persone, è anche un modo per evadere dalla realtà e spostarci in un luogo in cui possiamo essere tutto quello che vogliamo. Il mondo era già pieno di problemi, e noi volevamo andare nella direzione opposta. Credo che ci siamo riusciti: è il nostro disco più energetico, finora. Sono contento che si percepisca.

Avete raccontato che, rispetto agli album precedenti, questa volta avete cercato di non pensare troppo…
È verissimo. Volevamo soprattutto cercare di non correggerci troppo, cosa che ci è capitata in passato. La maggior parte delle canzoni che senti su Loving in Stereo derivano dalle primissime idee che abbiamo avuto quando siamo entrati in studio: abbiamo cercato di incanalare quel mood e di non cambiarlo, di restare puri, in un certo senso. Quando cerchi di rifinire e levigare eccessivamente una canzone, è come se tu risucchiassi via tutto il divertimento e lasciassi solo la perfezione.

Vi siete anche auto-campionati, una procedura insolita.
Esatto, molto di quello che sentirete è frutto di auto-campionamenti. Linee melodiche e strumentali che abbiamo inizialmente registrato con un tempo diverso, o in una tonalità diversa, e che poi abbiamo trasformato. Piccole porzioni di basso, di chitarra, di batteria, che vengono fuori improvvisando. L’idea era che l’album suonasse come se avessimo campionato vecchi dischi, senza però doverli campionare. Crescendo abbiamo ascoltato tantissimo hip hop, e questo ovviamente ci ha avvicinato alla cultura del sampling. Adoriamo anche il modo in cui dà una sensazione più “umana” alla musica elettronica: Play di Moby è stato uno dei primi album che ho ascoltato da ragazzino, e ne sono rimasto profondamente affascinato. Prima di allora pensavo che l’elettronica fosse solo roba martellante, alienante, da ballare nei club.

A proposito di ragazzini, il titolo Loving in Stereo deriva da una canzone che avete scritto insieme quando avevate solo 14 anni. Di cosa scrivevate quando eravate così giovani?
Erano soprattutto canzoni d’amore, o comunque le classiche cazzate di cui scrive un quattordicenne! (ride). A quell’età non sei molto sicuro di te e quindi i tuoi pezzi tendono a suonare un sacco come la musica che ti piace, ma crescendo abbiamo preso confidenza e abbiamo trovato il vero suono dei Jungle. La nostra carriera è cominciata nel momento in cui abbiamo iniziato a scrivere dal cuore, e a capire che non assomigliavamo più a nessuno. Da allora, la cosa più importante per noi è sempre stata mantenere un’originalità di fondo.

In un mondo di band che durano solo un paio di stagioni, come siete riusciti a resistere così tanto?
Ci conosciamo da quando avevamo 10 anni, il che vuol dire che oggi conosco Josh da quasi 22 anni. Alcuni bambini crescono facendo sport, altri vanno in skateboard, e noi siamo cresciuti e diventati amici suonando la chitarra e scrivendo canzoni. Ancora oggi abbiamo un bellissimo rapporto: ci fidiamo l’uno dell’altro, abbiamo la stessa etica del lavoro e abbiamo una grande ammirazione per il talento dell’altro. È come se fossimo fratelli, ci vogliamo molto bene, e questo ci ha permesso di superare anche i momenti peggiori.

La musica non l’hai scoperta, quindi? È sempre stata un punto fermo, per te?
È la colonna sonora della mia intera vita: mi sveglio con il suono della radiosveglia, vado a camminare al parco con le cuffie, la ascolto in ogni momento disponibile, anche quando non lavoro. Il genere è irrilevante: la mia playlist va da Steve Lacy ai Funkadelic a Kaytranada, passando per Leon Bridges, Floating Points, Aphrodite’s Child, Herbie Hancock, Sault… Non sono un cosiddetto genre junkie: mi piace ascoltare di tutto, e per me una buona canzone resta comunque una buona canzone, che sia stata scritta da cinque ragazzi tedeschi che indossano una maschera o da un cantante che l’ha composta da sola nella sua cameretta di Londra.

Per la prima volta, in quest’album collaborate anche con altri artisti che non fanno parte della ristretta cerchia dei Jungle…
Volevamo provare a lavorare con altre persone già da un po’, ma doveva essere una cosa naturale, non forzata dalle dinamiche discografiche. Non c’interessava avere un artista di primo piano pagato 200 mila dollari a session, per intenderci, solo per fare uno scambio dei rispettivi fan su Spotify. Un sacco di gente lo fa, ma a noi sembra cinico. Abbiamo conosciuto Bas nel 2018 a un festival: dopo il nostro set era entrato nel nostro camerino urlando «Cazzo, ragazzi, voi spaccate tutto, dobbiamo assolutamente lavorare insieme!». Siamo rimasti in contatto e così è nata Romeo. Per quanto riguarda Priya Ragu, invece, è un’artista emergente eccezionale: è nata in Svizzera ma è originaria dello Sri Lanka, ha profonde radici Tamil. Ce l’ha presentata il nostro manager e ci siamo trovati benissimo, così siamo andati in studio e abbiamo provato a scrivere una canzone. Goodbye My Love è venuta fuori in maniera molto rapida e spontanea, e ci è sembrata la cosa giusta inserirla nell’album.

Un’altra prima volta rappresenta l’uso delle voci: ci sono parecchie persone che cantano in Loving in Stereo. Come mai questa scelta?
Abbiamo voluto sperimentare di più. Ci siamo resi conto che i Jungle siamo noi, e quindi qualunque cosa decidiamo va bene, si inserisce perfettamente nel nostro sound. Non deve esserci per forza sempre e solo la mia voce o quella di Josh. Adesso abbiamo abbastanza fiducia nelle nostre capacità da chiamare un intero coro a cantare in una nostra session.

I video tratti dall’album sono ambientati in un magazzino abbandonato in cui ogni tanto compaiono degli spazi surreali, come una cameretta adolescenziale e un giardino d’inverno…
Volevamo trasmettere una sensazione nuova, qualcosa che desse una sferzata di carattere. Siamo riusciti a fare quello che abbiamo sempre voluto fare, ovvero mettere un pizzico di inquietudine nella gioia delle nostre canzoni, per riflettere il nostro modo di vedere il mondo. Vogliamo trasmettere quel brivido a tutti, e l’ambientazione del video dà proprio quella sensazione: che tutto vada bene, ma che se presti più attenzione, in fondo c’è qualcosa che non va.

L’esperienza live è fondamentale per i Jungle, ma in molti Paesi europei i concerti sono ancora soggetti al distanziamento sociale e al pubblico seduto. Avete già pensato a come farete per il tour di quest’album?
In realtà no, però quello che è certo è che non vogliamo dare al nostro pubblico meno di ciò che si merita, perciò valuteremo caso per caso in base alla situazione di ogni singolo concerto. Adoriamo stare sul palco perché adoriamo entrare in connessione con il pubblico, emotivamente parlando. Quando non sarà possibile farlo, eviteremo del tutto di suonare, perché non ci piace fare le cose a metà.

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