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“Qualcuno mi canti un disco puro e sincero” come quelli dei Dexys Midnight Runners

Un po' bizzarri, un po' zingari, conquistarono le classifiche di tutto il mondo nel 1982 con il singolo 'Come On Eileen' e l’album ‘Too-Rye-Ay’. Ora a quarant'anni di distanza, il leader Kevin Rowland ha voluto rimettere mano a quel celebre disco. Ci siamo fatti raccontare perché

Foto press

Nel 1982 un vivace pezzo danzabile e folkeggiante con tanto di violini, banjo, fisarmonica e sezione fiati diventava a sorpresa il singolo più venduto dell’anno in Inghilterra mettendosi alle spalle Fame di Irene Cara, Eye of the Tiger dei Survivor, The Lion Sleeps Tonight nella versione dei Tight Fit (chi la ricorda?) e Do You Really Want to Hurt Me dei Culture Club. Si intitolava Come On Eileen ed era il brano di punta dell’album Too-Rye-Ay: secondo LP dei Dexys Midnight Runners di Kevin Rowland, padre padrone di quella band proveniente da Birmingham che s’era reinventata un nuovo sound e un nuovo look zingaresco capace di aprirle anche le porte dell’America con il sostegno della giovanissima e arrembante MTV.

Compare ancora regolarmente nei sondaggi e nelle classifiche delle migliori canzoni degli anni ’80, quel pezzo dotato di un’energia contagiosa, ed è rimasto nella memoria collettiva di una generazione. Un paio di anni fa è finito persino nel mezzo della campagna presidenziale americana, dopo che in rete era cominciato a circolare il filmato di una banda militare che lo eseguiva a ritmo di ska durante un raduno di sostenitori di Donald Trump ai piedi del Monte Rushmore (sul suo profilo Twitter la band si dissociò subito dall’iniziativa precisando la sua netta opposizione).

Anche l’album è invecchiato bene e oggi, dopo un’attesa durata quarant’anni, Rowland è riuscito a togliersi un fastidioso sassolino dalla scarpa e a realizzare un vecchio sogno, ripubblicandolo “come avrebbe dovuto suonare allora”. Un capriccio o un sacrosanto desiderio di riappropriazione artistica? Ognuno può esprimere il suo giudizio ascoltando Too-Rye-Ay (As It Should Have Sounded), remixato da Rowland e dalla violinista Helen O’Hara con l’aiuto sostanziale del produttore e fonico Pete Schwier, responsabile materiale del restauro e dei ritocchi apportati al disco: qualche sostituzione o correzione nelle parti vocali, un ingresso di fiati anticipato in Plan B e un penny whistle al posto di un trombone in Until I Believe In My Soul, sempre usando parti originali registrate all’epoca (il materiale di rinforzo delle edizioni deluxe comprende lati B di singoli, outtake, rarità e un intero concerto registrato nell’ottobre dell’82 allo Shaftesbury Theatre di Londra).

Mentre si riprende gradualmente da un incidente motociclistico di cui è stato vittima in Thailandia e che ha portato alla cancellazione del previsto tour di promozione, Rowland ci racconta dalla sua casa di Londra il perché di questa tardiva ma fortemente voluta director’s cut.

Riascoltandolo in questa nuova versione, Too-Rye-Ay sembra avere in effetti un suono più naturale, più aperto, con parti vocali in risalto e nuovi strumenti che si affacciano nello spettro sonoro.
Il motivo è semplice. Ho sempre pensato che l’album fosse ben suonato e che le performance fossero convincenti, ma nel corso degli anni ho imparato che anche le buone esecuzioni possono finire per perdersi in fase di missaggio. È molto facile seppellire il feeling di un disco, magari ricoprendolo di troppi effetti. Non so spiegare tecnicamente cosa venne fatto all’epoca, ma mi accorsi subito che ascoltarlo tutto in una volta diventava faticoso, c’erano troppe alte frequenze. Suonava troppo stridente, e in quel missaggio non c’era abbastanza sensibilità. Quel che volevamo non era renderlo meno grintoso – anzi, in certi passaggi oggi lo è più di prima – ma dargli più dinamica. Un po’ come fossero un’orchestra classica, ai Dexys piaceva alternare momenti delicati e tranquilli ad altri suonati a tutto volume. Tutto questo nella versione originale del disco non c’era.

Sembra un paradosso: il vostro album più amato è quello che ti ha sempre provocato il maggiore imbarazzo.
Credo che sia il più famoso ma non necessariamente il più amato. Tra i tre album che pubblicammo negli anni ’80 i fan che ci seguono in tour sembrano preferire Don’t Stand Me Down.

Perché ci è voluto così tanto tempo per rimettere le cose a posto?
Perché non mi era mai passato per la mente che fosse possibile farlo. Pensavo di doverci convivere così com’era, anche se ogni volta che qualcuno mi diceva di averlo appena risentito gli suggerivo di ascoltare qualche altro nostro disco. Qualche anno fa, mentre passeggiavo nei dintorni di casa mia, ho pensato che si stava avvicinando il quarantennale e che magari la casa discografica avrebbe potuto remixarlo. Lo dissi al mio manager, lui ne parlò con l’etichetta, la Mercury/Universal, e la risposta fu affermativa.

All’epoca di Too-Rye-Ay i Dexys avevano appena cambiato pelle, sound e formazione. Mischiando folk e soul, violini e ottoni, Van Morrison e Otis Redding, la Jackie Wilson Said inclusa nel disco e Respect che suonavate dal vivo.
Sentivamo l’esigenza di evolverci. Nel 1981 avevamo pubblicato un singolo intitolato Show Me in cui erano gli ottoni a fare da traino, ma già prima di allora pensavo che avremmo dovuto cambiare qualcosa e introdurre una sezione d’archi. Cominciammo a sperimentare con queste nuove sonorità ma le cose non andavano particolarmente bene. Ascoltai un demo registrato dal mio amico Kevin Archer, che era stato nella prima formazione dei Dexys, e mi resi conto che suonava molto meglio dei nostri provini. Avevamo in mano delle buone canzoni ma il sound non era all’altezza, mentre nei pezzi di Kevin c’era questo fantastico violino. Gli chiesi chi lo suonava e mi disse che era una musicista del Music College, Helen O’Hara. Sarebbe perfetta per la tua band, mi disse, e così andai ad ascoltarla. Ammetto che il nostro sound del periodo fu molto influenzato da quel che stava facendo Archer, ma ora lui riceve regolarmente delle royalty e dunque… L’ho rivisto qualche tempo fa, quando abbiamo suonato a Birmingham per i Giochi del Commonwealth. Gli ho chiesto che ne pensava di questa operazione e non ha avuto nulla da ridire.

Un disco come Too-Rye-Ay, nel 1982, sembrava proprio arrivare da un altro mondo, considerando che allora impazzavano il post punk, i New Romantics e il techno pop. Ti sentivi un alieno?
No, mi sentivo perfettamente a mio agio. Non ero un purista anti tecnologico, nulla del genere, anche se abbiamo sempre desiderato avere un suono e un’immagine diversa dagli altri. Volevamo distinguerci.

Kevin Rowland. Foto: Sandra Vijandi

In sintonia con lo spirito dell’epoca c’era la vostra volontà di pubblicare singoli di successo, dopo essere entrati in classifica con Geno
Ero un grande fan dei Roxy Music, un gruppo che riusciva a combinare album artisticamente credibili con singoli che andavano in classifica. Non eravamo snob, non guardavamo al mercato dei 45 giri dall’alto in basso, non ci preoccupavamo come molti altri gruppi di conservare il meglio del repertorio per gli album. Pensavamo anche in termini di mercato, convinti che se scrivi una buona canzone alla gente piacerà. Non che apprezzassimo tutta la pop music di allora, spesso prodotta con una mentalità cinicamente commerciale, ma credevamo nelle buone melodie.

Prima di Come On Eileen pubblicaste diversi altri singoli: Plan B, Show Me, Liars A to E, The Celtic Soul Brothers, tutti poi inclusi nell’album. Nessuno però replicò il successo di Geno: fu un motivo di sconforto?
Eccome. Ci sentivamo sotto pressione.

Ti eri fatto un’idea sui motivi di quel relativo fallimento?
No. Ero convinto che Show Me sarebbe stato un grande successo, pensavo che fosse molto accattivante. Scoprii solo in seguito che la forza vendita della casa discografica, gli agenti che avrebbero dovuto garantire la distribuzione del 45 giri nei negozi di dischi che influenzavano l’andamento delle classifiche, quella settimana s’era presa una bella vacanza. Così, almeno, mi venne raccontato in seguito: il singolo aveva esordito al numero 16 e sembrava che dovesse scalare posizioni nelle settimane successive. Lo speravamo tutti, invece si interruppe anche l’airplay radiofonico e finì tutto lì. Ne fui molto dispiaciuto. Pensavo che anche Liars A to E e The Celtic Soul Brothers avrebbero potuto comportarsi bene, ma le cose andarono diversamente. Mentre ci preparavamo ad andare in studio per registrare il resto dell’album il morale era piuttosto basso.

Ma poi Come On Eileen cambiò tutto. Ti rendesti subito conto che aveva qualcosa di speciale? In fondo non era un singolo canonico, con quei cambi di tempo e di tonalità.
Sì, me ne resi conto quando scrissi quella melodia ascendente, il pezzo che fa “Too-ra-loo-ra too-ra-loo-rye-ay“. A un certo punto cambiai gli accordi che accompagnavano le strofe per semplificarli. È un po’ come se il pezzo si fosse scritto da solo, come se la musica mi avesse indicato su che strada portarla. Ero convinto che avrebbe potuto avere una ottima accoglienza. L’A&R della casa discografica, una brava persona, voleva pubblicare come primo singolo la cover di Jackie Wilson Said, ma dopo avere discusso animatamente lo convinsi a fare uscire per prima Come On Eileen.

Cosa volevi esprimere con il testo della canzone? Un desiderio di rivalsa rispetto alla morale sessuale imposta dalle tue origini irlandesi e dalla tua educazione cattolica?
Non parlavo tanto di liberazione sessuale, quanto del fatto che la morale cattolica sembrava suggerirti che le ragazze non le dovevi proprio toccare… Non solo in Irlanda, ma anche in Inghilterra, la chiesa cattolica irlandese esercitava allora una forte influenza.

A volte sembravi scrivere come se stessi dialogando con qualcuno, altre volte seguendo un flusso di coscienza.
È vero, anche se non in quella canzone in particolare. In un pezzo come Until I Believe in My Soul, in effetti, il testo scorre in libertà.

Avevi qualche modello di riferimento letterario?
Non leggevo molti libri e non lo faccio neanche ora, a essere sincero. Mi limito ad ascoltare musica e a guardare film.

Nel testo di Come On Eileen citavi un cantante degli anni ’50, Johnny Ray. Non c’era il rischio che i vostri giovani ascoltatori non capissero di cosa stessi parlando?
Non me ne preoccupavo proprio, pensavo solo a trovare le parole giuste per la canzone. Se cominci a pensare a ciò che desiderano gli ascoltatori ti metti nei pasticci. Ovviamente mi interessa creare melodie e canzoni che possano piacere a qualcuno, ma non posso mettermi a fare congetture su quel che il pubblico gradisce. Diventerebbe tutto troppo complicato.

MTV e la musica da vedere erano diventati fondamentali nella pop music e voi vi presentaste con quel look bizzarro e un po’ zingaresco che saltava subito all’occhio. Come saltò fuori l’idea? Consideravate l’abbigliamento una parte essenziale della vostra proposta artistica?
Non saprei dirti. Quello che ricordo è che circa sei mesi prima di pubblicare il disco cominciammo a pensare ai vestiti che avremmo dovuto indossare in pubblico per distinguerci restando in sintonia con la nostra personalità e con la nostra musica. Iniziammo a provare capi di vario genere finché una ragazza di nome Debbie, che ci creava abiti su misura, ci suggerì di abbinare le salopette ai berretti, alle sciarpe e al nostro stile già vagamente trasandato.

“Qualcuno mi canti un disco che suona puro e sincero”: era una frase del testo di Let’s Make It Precious, forse anche una dichiarazione di intenti?
Certamente. Prima di metterci a scrivere ascoltavamo insieme canzoni che ci piacevano, come per fissare un obiettivo verso cui tendere. Non dischi degli anni ’80, ma musica soul: cose come Just a Little Misunderstanding dei Contours, un gran pezzo con un bellissimo riff di piano. Amavamo anche il sound di Philadelphia (tanto da eseguire dal vivo il classico TSOPnda), molta roba degli anni ’60 che pensavamo ci avrebbe fornito una prospettiva diversa.

Sembra che in Too-Rye-Ay la sequenza delle canzoni sia molto importante: il disco comincia con una introduzione e si sviluppa come un viaggio. Un po’ come il Sgt. Pepper’s dei Beatles.
Esattamente! E questo è uno dei motivi per cui abbiamo voluto remixarlo. Clive Langer e Alan Winstanley erano degli eccellenti produttori pop, ma faticavano a capirlo. Li rispetto e li ringrazio, dal momento che ci hanno permesso di ottenere il nostro successo più grande, ma eravamo su piani differenti. Ricordo il momento in cui ero seduto davanti a Clive e stavamo mettendo giù la scaletta. Cercavo di spiegargli la sequenza che avevo in mente e lui mi suggerì invece di mettere le tre canzoni migliori come traccia 1, 2 e 3. Io ragionavo in maniera completamente diversa e pensavo al modo migliore per far scorrere l’album dall’inizio alla fine.

In Until I Believe in My Soul si ascolta anche un intermezzo jazz. Sembra quasi di sentire un musical…
È vero, e il nuovo missaggio mette ancora più in risalto questa caratteristica. È stato il frutto di una stretta collaborazione tra me, Helen e Pete. Per prima cosa Schwier ha voluto rintracciare il nastro originale per ripulirlo da ogni scricchiolio e scoppiettio. Oggi la tecnologia permette di farlo, e ci sono volute un paio di settimane. Poi ha assemblato un mix di base cominciando dalla prima traccia, The Celtic Soul Brothers (More Please). Helen e io gli condividevamo commenti e osservazioni, lui ci rispediva i missaggi corretti e siamo andati avanti così, brano per brano, fino a quando tutti siamo stati soddisfatti dei risultati.

Stavolta avete scelto un altro brano, Old, come pezzo di lancio dell’album. Già ai tempi avevi intenzione di pubblicarlo come singolo, ma la cosa non andò in porto.
Proprio così. Siccome ci eravamo imposti per avere Come On Eileen come primo singolo, dovemmo lasciare alla casa discografica la scelta del secondo e loro puntarono su Jackie Wilson Said.

Ai tempi veniste in Italia, anche se solo per qualche apparizione promozionale. Ricordi qualcosa?
Ricordo che non facemmo concerti, forse perché in Italia non eravamo abbastanza famosi tanto che anche in seguito non ci hanno mai chiamato a suonare. Rammento la partecipazione a uno show televisivo a Roma, condotto da una ragazza (era Discoring, nda). Ci arrivammo dopo un lungo viaggio in bus da un posto in cui ci avevano fatto esibire in una struttura al coperto insieme a diversi altri artisti. Regnava il caos più totale.

I Dexys oggi. Foto: Sandra Vijandi

Dopo questo maquillage, ritieni che Too-Rye-Ay possa stare al passo con le vostre cose migliori?
Personalmente continuo a preferire One Day I’m Going to Soar, il nostro album del 2012, ma forse questa nuova versione di Too-Rye-Ay può stare al livello di Don’t Stand Me Down. All’epoca canzoni come Until I Believe in My Soul o Old non avevano la forza che avrebbero dovuto avere. Non avevano abbastanza anima, oggi per fortuna l’hanno recuperata.

Quando uscì Don’t Stand Me Down, tre anni dopo, qualcuno lo considerò una mossa suicida.
Volevamo di nuovo fare qualcosa di diverso e molti dissero che non aveva potenziale commerciale. Io la penso diversamente: Listen to This era una bella canzone e This Is What She’s Like avrebbe potuto funzionare se avessimo fatto l’edit giusto.

Avevate un tour in programma per promuovere dal vivo la nuova versione di Too-Rye-Ay. Dopo il tuo incidente è stato rinviato o definitivamente cancellato?
Definitivamente cancellato. Dopo avere cantato Eileen ai Giochi del Commonwealth in agosto mi sono sentito totalmente esaurito. Avevo trascorso quattro o cinque mesi su una sedia a rotelle o muovendomi con le stampelle. Solo nel mese precedente le avevo abbandonate ma ero ancora dolorante. Non riesco ancora a muovermi bene, e sostenere uno spettacolo della durata di un’ora e mezza o di due ore comporterebbe una preparazione fisica che al momento non ho. Non abbiamo voluto programmare nuove date perché ora vogliamo concentrarci sul nuovo album. Se riusciremo a finirlo entro il 2022 faremo dei concerti l’anno prossimo; a quel punto la scaletta sarà incentrata sul nuovo disco anche se sicuramente proporremo qualche pezzo di Too-Rye-Ay. Jim Paterson, Sean Read e Mike Timothy sono musicisti che lavorano con noi da tanti anni. Insieme abbiamo già scritto quasi tutte le canzoni e inciso un demo, e un paio di pezzi sono praticamente completi.

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