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I Prodigy contro la monotonia dell’EDM | Guarda le foto del live italiano

«Non vorrei fare altri album, portano via troppo tempo». Liam Howlett, il produttore dei Prodigy, contro le logiche dell'industria musicale e la musica elettronica di oggi

I Prodigy durante il live al Campovolo di Reggio Emilia. Foto: Giuseppe Craca

I Prodigy durante il live al Campovolo di Reggio Emilia. Foto: Giuseppe Craca

Molto prima che i dj diventassero le nuove rockstar, i Prodigy erano un cavallo di Troia dell’elettronica, portando le loro hit in Top 40 e prendendosi diversi album di platino già nel 1997. Quasi 20 anni dopo, una traccia deep house è diventata la canzone dell’estate, Deadmau5 può essere l’headliner di una serata al Bonnaroo e i promoter dell’Electric Daisy Carnival possono contare su 130mila presenze a sera.

Mentre il mondo di Axwell e Ingrosso è in pieno boom, i Prodigy sembra possano partecipare solo ai festival rock, mentre il loro sesto album The Day Is My Enemy, è un raggio di croccante hardcore digitale, con ritmi più adatti a sfogare la rabbia che a fare festa. Rolling Stone ha incontrato il producer Liam Howlett, che ha raccontato com’è combattere contro l’EDM e contro il formato classico dell’album.

Siamo in tempo di boom per i festival di musica elettronica, soprattutto in America, ma voi sembra che possiate suonare solo a quelli rock…
Sì, lo so. Strano no? Penso che l’America sia un mercato musicale sempre più selettivo. Da noi, in Inghilterra, abbiamo cose tipo Creamfields. È un festival dance, ma ci sono band che suonano, gente con le chitarre e cose così. Negli Stati Uniti, invece, la mia impressione è che tutti vogliano stare al loro posto. I festival EDM hanno i dj, non mettono delle band in line-up, quindi è un po’ difficile per noi.

Avete portato questa ondata di punk-noise nel bel mezzo del momento dell’EDM…
Quando scrivo musica, è sempre una reazione a qualcosa. Abbiamo scritto cinque tracce nel 2012, ma poi le abbiamo messe nel cassetto. Non ci suonavano, non erano giuste per il momento. Però sì, tutta la scena EDM, elettronica è molto commerciale… non mi piace. È pop, e per me, è necessario che ci sia una band che rappresenti il lato più duro della musica elettronica, che è sempre stato il nostro lavoro. Principalmente, quello che ci guida è la performance dal vivo. Questo album non è stato scritto per le radio, è stato scritto esclusivamente per essere suonato su un palco.

Ci sono album rock, punk o metal che vi hanno ispirato?
Sì, credo di sì. Diverse cose, soprattutto quelle più dure. In Inghilterra, dopo la morte della dubstep, tutto il movimento è tornato nei club, riportando tutti verso la house. E ovviamente, quel suono non ci interessa. Penso che il disco sia una reazione a quello, alla monotonia dell’EDM, alla pigrizia della musica… Puoi sentire diverse ispirazioni nell’album, le cose che ascoltavo mentre lo scrivevo, ma quelle principali sono sempre quelle originali, i Public Enemy e cose del genere.

Quindi sei tornato all’old school, invece di ascoltare i Mastodon o cose del genere?
Certo che mi piacciono. Ma ascolto maggiormente elettronica. Ho ricominciato ad interessarmi alla drum’n’bass, perché per me è sempre stato un genere underground. È sempre stato lì. Se ci pensi, è un genere che non è mai scomparso. La dubstep ha avuto il suo momento. La drum’n’bass è stata ovviamente un grosso fenomeno negli anni Novanta, poi ha avuto un crollo, ma è sempre stata molto solida.

Quando hai capito che Smack My Bitch Up sarebbe diventata la “vostra” canzone?
Sappiamo che è il nostro “pezzo forte” in Europa e in Inghilterra. Lo sentiamo nelle serate house, quando il dj improvvisamente la mette in mezzo al suo set. È una di quelle tracce che potresti suonare dovunque e funzionerebbe sempre. Risveglia qualcosa di primordiale nella gente. Breathe e Firestarter hanno il volto di Keith e di Maxim. Smack My Bitch Up è senza volto. Potrebbe essere un pezzo da dj. Per questo è molto più vicina alle persone di Firestarter, ad esempio.

Quali sono le prossime tappe?
Mi sono riposato un po’ e posso ricominciare a scrivere. In realtà, non vorrei fare altri album perché portano via troppo tempo. Ci vuole troppo per far sentire la musica alla gente, troppo per noi. Vogliamo fare qualcosa che può essere immediata. Quindi abbiamo deciso di fare solo Ep da adesso in avanti. E penso che tutta l’industria musicale, se vuoi chiamarla così, stia cambiando. Siamo esaltati dall’idea di fare un disco di quattro pezzi, buttarlo fuori e nel mentre scrivere altre cose. È un modo più diretto per comunicare con i nostri fan. È più veloce. E per noi è molto meglio.

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