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Prima le ragazze, poi i critici: intervista ai The Neighbourhood

Tantissimi fan, tantissimi ascolti, ma ai critici non arrivano. Forse è l'epoca sbagliata per una rockband? L'abbiamo chiesto direttamente a loro

The Neighbourhood

The Neighbourhood

Zachary Abels e Brandon Fried mettono su un discreto show anche sul divano di un camerino. Jesse Rutherford, il frontman, non è con loro: è in ritardo, pare si sia trattenuto in un negozio del centro di Milano – ma chitarrista e batterista sono simpatici, molto loquaci, e quando parlano è come se duettassero: tra un “totally” e un “absolutely”, sarebbe difficile attribuire una frase all’uno o all’altro. Eppure si conoscono da poco: Fried è nella band da due anni, avendo sostituito Bryan Sammis nel 2014. D’altronde tutto accade in fretta nella rockband californiana: formati nel 2011, debutto nel 2013, e subito gran botto del singolo Sweater weather (112 milioni di visualizzazioni su YouTube, 146 milioni di ascolti su Spotify). Il successo planetario è andato crescendo, il secondo album Wiped out! è come una pausa nel loro tour quasi continuo. Solo una cosa (…volendo) manca: il consenso della critica. Ma è un problema?

Posso chiedervi se è un problema, la freddezza dei critici nei vostri confronti?
Ne siamo stati un po’ sorpresi, ci siamo fatti qualche domanda – anche se non troppe. Probabilmente quando un gruppo rock debutta con una canzone che intasa le radio come è capitato a noi, si viene incasellati e paragonati a, mmh, vediamo, ecco, non abbiamo nulla contro gli Imagine Dragons, ma è il tipo di gruppo che la critica non prende in considerazione. Allo stesso modo, noi siamo diventati ‘Quelli che si sentono per radio’.

Per cui, se nel pop la popolarità è un valore, nel rock è un imbarazzo?
Chi lo sa, Pitchfork fa il suo mestiere, però certo si occupano di un sacco di nomi mainstream del pop o dell’hip-hop. Il tuo collega di Rolling Stone Usa ha scritto che per Wiped out! abbiamo adottato un ‘ponderous kind of cool’. Non discuto, però posso farti una domanda? Hai visto quante ragazze in coda davanti all’entrata, qui fuori?

Difficile non vederle. Ma perché me lo chiedi?
Perché o siamo un gruppo pretenzioso, o siamo un gruppo mainstream per ragazzine. Ma le due cose insieme, mmh.

Forse non si sa più cosa scrivere dei gruppi rock. Siete nell’epoca sbagliata.
Se piacciamo a tanta gente, siamo nell’epoca giusta. È la critica che è nell’epoca sbagliata.

Non mi sento di darti torto. Ma tornando al pubblico lì fuori, forse nel rock’n’roll ci si aspetta di vedere più maschioni.
Dipende anche dal luogo e dal contesto. Abbiamo notato che ci sono più maschi quando il concerto è all’aperto. C’è anche da dire che sui social network le ragazze sono molto più attive dei maschi. Probabilmente sono loro a determinare la popolarità di certi gruppi. Il che potrebbe sbilanciare il passaparola… Ma dai tempi di Elvis e dei Beatles, i critici si accorgono delle cose enormi solo dopo le ragazze. Quindi a noi va bene.

Ma voi cosa pensate di dare che altre band non danno?
Domanda pericolosa, potrebbe sembrare che ce la tiriamo. Non è che siamo arrivati noi e ta-dah, diamo una svolta al rock.

Va bene, cambio la domanda. Con un successo del genere, vi sarà capitato di pensare: stiamo facendo qualcosa di giusto, cerchiamo di capire cos’è.
Potrebbe essere la contrapposizione tra le atmosfere rock un po’ oscure che noi creiamo e l’attitudine di Jesse, che ha un atteggiamento molto hip-hop, e peraltro ha una voce molto calda, quasi rhythm’n’blues.

Per quale album potreste litigare all’interno della band?
Abels:
Non accetto che si discuta Abbey Road dei Beatles. Se pensi che a quel punto si odiavano, cosa sono riusciti a fare… Ogni canzone è la pagina di un libro, la giri e c’è qualcosa di nuovo, e tutte si compenetrano per il risultato finale. I Beatles sono una scoperta che ho fatto tardi.

Chi ascoltavi da adolescente?
Abels: Ero ossessionato dai Metallica. Ho guardato per ore e ore i loro video, i dvd dei loro concerti.
Fried: Io invece a 14 anni suonavo punk e hardcore. Ma per quanto riguarda l’album per cui posso litigare, per me è Ok computer dei Radiohead. Essere così sperimentali e audaci e nello stesso tempo riuscire ad essere popolarissimi, cosa credo dovuta alla naturalezza con cui gli è venuto… La gente non deve sforzarsi per capirlo, arriva da solo.

Nei giorni scorsi siete stati in Polonia e in Russia, state per andare in Germania, Francia e naturalmente Regno Unito. Cosa avete imparato uscendo dall’America?
Che cambiano i posti, ma tra i fan non ci sono molte differenze. Non sapevamo nemmeno dove fosse Minsk, ma il pubblico era grandioso. Ci aspettavano all’aeroporto. Le differenze le vedi in hotel: a Mosca erano rigidissimi, sembravano gestiti dall’Armata Rossa. Comunque, quello che abbiamo imparato è che l’America si sente al centro del mondo, se ci vivi è come se ti trovassi in una bolla, e la California è una bolla nella bolla. Poi ti trovi in giro, in un albergo a Praga per esempio, accendi sulla CNN e l’America ti sembra stranamente lontana, ridimensionata. C’è davvero un mondo enorme là fuori, e in America tendiamo a ignorarlo e a pensare che le persone nel mondo siano, come dire? Folkloristiche? È una fortuna avere la musica per parlare con la gente. Aiuta tutti a creare un contatto personale.

Alla fine, nel 2016 stare in una rockband di successo è un lavoro duro?
Ah, no. Però è un lavoro più duro di quanto uno possa pensare. Non è lavorare in fabbrica, ma dietro a un gruppo che funziona bene nasce una macchina che serve a portarti a suonare, andare in tv e in radio, avere rapporti coi media e coi fan, e questa macchina va forte. E ogni tanto non è lei che ti porta, sei tu che la rincorri, capito? Così non mi meraviglio se i Beatles che erano in cima al mondo, potevano avere tutto, erano arrivati a odiare il loro lavoro e odiare se stessi. Cioè, uno dice «No, a noi non potrà capitare» però poi capisci che se non stai attento, lo vedi, il modo in cui può capitare. Per cui devi tenere duro. E dare il meglio.

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