Prima di Nick Cave c’è Emilíana Torrini | Rolling Stone Italia
Cult

Prima di Nick Cave c’è Emilíana Torrini

Condividono i registi e venerdì si esibiranno a La Prima Estate. Le abbiamo chiesto di spiegarci di com’è suonare a un festival, «affascinante e spaventoso», e come si fa ad avere un pubblico che ti segue «per le ragioni giuste»

Prima di Nick Cave c’è Emilíana Torrini

Emiliana Torrini

Foto: press/D’Alessandro & Galli

Sono passati più di vent’anni da quando la voce di Emilíana Torrini ha iniziato a comparire nei dischi, nei film e nelle playlist. Eppure, a differenza di molti suoi contemporanei, la cantautrice islandese di origini italiane non ha mai inseguito la velocità dell’industria musicale. Ogni suo progetto arriva quando è pronto ad arrivare. Nessuna fretta, nessun algoritmo da soddisfare. Alla vigilia del concerto del secondo weekend de La Prima Estate (venerdì 26 giugno, Lido di Camaiore, con Nick Cave, Sleaford Mods, Dove Ellis, Sara Parigi) abbiamo parlato di festival, radici italiane, social network, burnout creativo e del valore rivoluzionario di prendersi tempo.

Hai alle spalle una carriera lunga e molto particolare. Guardando a un progetto come Miss Flower sembra quasi il naturale approdo di un percorso che ha sempre mescolato memoria, racconto, tradizione e sperimentazione. Chi è oggi Emiliana Torrini?
In questo momento mi sento molto rilassata. E credo che la cosa più bella dei concerti chi farò questa estate sia proprio di non aver niente da vendere a nessuno. Non c’è un nuovo disco da promuovere, non c’è un’agenda particolare. Posso semplicemente salire sul palco e godermi il momento. Ovviamente ho sempre amato suonare dal vivo, ma è diverso quando non stai cercando di accompagnare un’uscita o sostenere un progetto specifico. Posso essere più presente e più tranquilla.

Quindi chi verrà a vederti dovrà aspettarsi una sorta di greatest hits?
Sì, in parte. Nei festival il tempo è sempre limitato e bisogna trovare un equilibrio. Ci saranno molte delle canzoni che il pubblico conosce meglio, anche perché ai festival capita spesso che qualcuno ti scopra per caso. Poi ci sono le persone che ti seguono da anni e vogliono ascoltare i loro brani preferiti. Quando fai un concerto solo e soltanto tuo puoi permetterti di essere più egoista, più personale, seguire il tuo percorso emotivo. In un festival devi costruire qualcosa che funzioni per tutti.

Emilíana Torrini - Jungle Drum (Official Video)

Ti piacciono i festival? Molti artisti li adorano, altri li trovano terrificanti.
Per me sono la cosa più spaventosa in assoluto (ride). Davvero. Mi mettono ansia molto prima di salire sul palco. Quando fai un concerto tuo puoi creare un’intimità che assomiglia quasi al soggiorno di casa tua. È lì che sento di dare il meglio come musicista. Posso raccontare storie, parlare con il pubblico, costruire una relazione più personale. Nei festival è molto più difficile. Ci provi, ma il contesto è diverso. C’è una componente di imprevedibilità molto più forte. Devi conquistare l’attenzione delle persone e costruire qualcosa insieme a loro. È questo che lo rende affascinante ma anche spaventoso.

Hai sempre avuto un rapporto speciale con l’Italia. Ti chiedono spesso delle tue origini italiane, ma vorrei capovolgere la domanda: cosa trovi nel pubblico italiano che non trovi altrove?
Credo che in Italia esista ancora una passione autentica per l’arte. Fa parte delle radici culturali del Paese. È qualcosa che sento ancora molto forte e che trovo bellissimo. Ogni volta che torno in Italia mi emoziono. E provo anche un po’ di vergogna perché non parlo la lingua. Lo so, lo so. Dovrei parlarla (ride).

Però il rapporto con l’Italia sembra andare oltre la semplice eredità familiare.
Sì, assolutamente. Quando cresci tra due culture c’è sempre una parte di te che rimane invisibile agli altri. Le persone che incontri conoscono una metà della tua storia ma non l’altra. Non conoscono la tua famiglia italiana, non hanno mai visto quel lato di te. Per anni quella parte è stata una specie di mistero anche per me.

In che senso?
Mio padre, per esempio, in Islanda sembrava completamente fuori posto. Era espansivo, emotivo, rumoroso. In una cultura molto più riservata sembrava quasi un alieno. Gli islandesi erano molto più contenuti, molto più formali. Poi arrivi in Italia e improvvisamente capisci tuo padre.

In effetti immaginarsi la storia di un immigrato italiano in Islanda negli anni ’70 è già un romanzo.
(Ride) È una sensazione difficile da spiegare. Quando sono in Italia sento che una parte di me si ricompone. Come se un vuoto si riempisse. Magari nessuno mi considera davvero italiana, ma io quella connessione la sento profondamente.

Emiliana Torrini - Black Lion Lane (official video)

Fai pochi dischi, non sei ossessionata dalla presenza costante.
Non voglio accelerare artificialmente il mio lavoro. È lo stesso approccio che ho sempre avuto con i social. Non ho mai voluto adattarmi a una logica che mi chiedesse di pubblicare continuamente qualcosa. La mia crescita è stata lenta, ma so che le persone che mi seguono sono lì per le ragioni giuste. Per me ogni progetto richiede il tempo che richiede. Non posso comprimere quel processo. Per fare musica bisogna vivere. Bisogna osservare il mondo, interessarsi ad altro, allontanarsi ogni tanto dal lavoro creativo per poterci tornare con qualcosa da raccontare.

Ti preoccupa il modo in cui l’industria musicale tratta oggi i giovani artisti?
Molto. Vedo tanti musicisti giovanissimi arrivare già esausti. Dopo il primo tour sono spesso completamente bruciati. E li capisco. Lavorano tantissimo, pubblicano continuamente contenuti, viaggiano senza sosta e alla fine si chiedono: qual è il senso di tutto questo? Perché sto facendo tutto questo se poi non riesco nemmeno a vivere del mio lavoro? Avere una storia alle spalle, un catalogo, un pubblico costruito nel tempo è diventato quasi un vantaggio.

A proposito di futuro: stai lavorando a nuova musica?
Sì, sono tornata a scrivere con Dan Carey. In realtà non abbiamo mai smesso davvero. Siamo molto amici oltre che collaboratori, anche se ormai è diventato una sorta di superstar (Carey ha prodotto, tra gli altri, i Fontaines D.C. e i Kneecap, nda). Inoltre, sto anche con Simon Byrt (suo collaboratore e ultimo produttore, nda) e ho parecchio materiale in lavorazione.

Quindi il prossimo disco esiste già, almeno in forma embrionale?
In qualche modo sì. Ma dopo gli ultimi anni avevo bisogno di fermarmi. Ci sono stati il disco e il film da The Extraordinary Miss Flower (diretto da Iain Forsyth e Jane Pollard, i registi di 20,000 Days on Earth su Nick Cave, che appare nel film di Torrini, e di Broken English su Marianne Faithfull, ndr), c’è stato un divorzio. C’è stata la vita.

Come dicevi prima, per fare musica bisogna vivere.
Esatto. Pensavo di buttarmi subito sul progetto successivo e invece mi sono bloccata. Ho capito che avevo bisogno di stare con i miei figli. Di passare del tempo insieme. Di andare al mare, vivere in una roulotte per qualche settimana, fare niente. Annaffiare il giardino. Nutrire la vita quotidiana. Prima o poi si ricomincia sempre, ma prima bisogna avere qualcosa da cui ripartire.

The Extraordinary Miss Flower - Official Trailer