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Post punk e poesia del quotidiano: non perdetevi i Dry Cleaning


Riff hardcore, ritmi trascinanti, storie recitate da una ex studentessa d’arte alla ricerca di sé stessa. È tutto in ‘New Long Leg’, il primo disco prodotto da John Parish di un band londinese da tenere d'occhio

I Dry Cleaning

Foto: Rosie Alice Foster per Rolling Stone US

Da bambina, Florence Shaw sognava mucche. Collezionava foto degli animali e le distribuiva ai membri della sua famiglia nella loro casa fatiscente a sud di Londra, che si è presto riempita di bovini. «Mi piacevano da impazzire», ricorda. «Avevo una tazza a forma di mucca, una penna e 50 miliardi di peluche».

Cresciuta in un ambiente che definisce «apparentemente borghese, ma con pochi soldi», Shaw è sempre stata incoraggiata a seguire le sue passioni. Dopo le mucche e un periodo di ascolto costante di (What’s the Story) Morning Glory? degli Oasis, da adolescente è stata «una fan degli Strokes talmente osessiva da diventare triste». Ha avuto anche una breve fase nu metal e una goth. «Ho sempre avuto delle ossessioni», dice. «Vestivo di nero e passavo il tempo in soffitta, poi improvvisamente passavo a un’altra passione».

Oggi Shaw e la sua personalità così particolare sono al centro di una delle band più eccitanti del nuovo rock britannico. Sono i Dry Cleaning, che con l’album di debutto New Long Leg, in uscita il 2 aprile, daranno seguito a due EP che sembravano fuochi d’artificio in arrivo da un altro pianeta. Lo stile unico dei testi di Shaw è uno dei motivi principali che distinguono il gruppo da migliaia di altre guitar band sulla piazza. In canzoni come il singolo Strong Feelings, recita monologhi sconnessi con un tono inquietante e tranquillo, accompagnata dall’arrangiamento rumoroso e affascinante costruito dal chitarrista Tom Dowse, il bassista Lewis Maynard e il batterista Nick Buxton. “Sono una collezionista emo di roba morta / Roba che arriva al cervello / Ho speso 17 sterline in funghetti per te… sono ore che penso di mangiare quell’hot dog”. Il significato delle sue parole può essere oscuro o straordinariamente diretto, disturbante o divertente, e la musica non perde mai d’intensità. È una combinazione nuova e insolita, che poteva arrivare solo da tre veterani e da una cantante senza alcuna esperienza in una band.

«Non sembra per niente reale», dice Shaw. «È assurdo che questo sia il mio lavoro. Ma è anche stranamente naturale, forse avrei dovuto iniziare prima».

Per buona parte della sua vita, Shaw era convinta che avrebbe fatto l’artista visiva come i suoi genitori. Dopo aver studiato disegno all’accademia d’arte, si è iscritta a un master al Royal College of Art, poi la depressione le ha prosciugato ogni energia. «Ero davvero giù, sempre scoraggiata, non riuscivo a fare nulla, nulla aveva senso». È rimasta bloccata fino a quando un insegnante non le ha dato un consiglio pratico: «Mi ha detto: “fai un disegno al giorno, tutto qui. Magari su un piccolo pezzo di carta, così ti sembrerà facile. Non dev’essere su nulla in particolare”».

Ha iniziato a scarabocchiare vignette satiriche su quello che le capitava, spesso incorporando piccoli pezzetti di testo. «Iniziavo un disegno e veniva fuori roba goffa e strana, così pensavo: ora ci scrivo sopra. È iniziato tutto perché non mi andava di fare niente di particolare e questa cosa mi faceva sentire bene».

Dowse, che ha incontrato Shaw nel 2010, quando anche lui studiava al Royal College of Art, è subito rimasto colpito. «Aveva una personalità molto forte», dice il chitarrista. «Amavo la sua arte e la qualità delle sue idee, quelle osservazioni sul mondo piccole e surreali. È davvero intelligente, emotivamente sofisticata. Mi sembrava di aver incontrato uno spirito affine».

All’epoca lui era già un musicista esperto. Sconvolto dall’ascolto di Shady Lane dei Pavement, ha imparato a suonare accompagnando Sister dei Sonic Youth, poi ha lasciato l’università per suonare in una band hardcore. All’inizio della carriera, ha avuto l’occasione di aprire il concerto di una delle sue band preferite, i Converge, e ricorda ancora quanto i suoi eroi metal del Massachusetts si sono esibiti in uno spazio improvvisato. «Hanno fatto venire giù tutto. Hanno suonato come se fossero headliner all’Hellfest, tipo. Hanno dato tutto, ho imparato un sacco di cose da quel concerto».

Dowse amava stare in un gruppo, amava il rumore, gli strumenti, lo stile di vita. «Fondavamo una band per l’estate e finiva lì», dice. «Suonavamo parecchio in Europa. Dormi sul pavimento, mangi poco e vieni pagato ancora meno, ma era eccitante».

Quando è arrivato alla fine dei suoi vent’anni, però, i suoi gusti sono cambiati ed è tornato all’accademia d’arte. «Non ho mai pensato che l’hardcore fosse deprimente, oscuro o spaventoso. Mi è sempre sembrato un modo di esprimere gioia di vita», dice. «Col tempo, però, ho iniziato a perdere interesse nella cosa. A volte è musica molto dura. Fa davvero male alle orecchie, finisci per desiderare un po’ di melodia».

Foto: Rosie Alice Foster per Rolling Stone US

Aveva la vaga idea di guadagnarsi da vivere come illustratore freelance, ma quando ha preso il diploma nel 2012 si è reso conto che il lavoro scarseggiava. «Vivevo col sussidio di disoccupazione», dice. «Ho convinto i miei che il master fosse una buona idea perché avrei lavorato, per due anni non ci sono riuscito. Ero su una strada difficile. Flo è una di quelle persone con cui puoi esprimere liberamente la tua vulnerabilità, era una delle poche con cui sono rimasto in contatto dopo l’accademia».

Anche Shaw stava attraversando un momento difficile, poi Dowse le ha chiesto di ascoltare alcune demo che aveva registrato con Buxton e Maynard, amici comuni che frequentavano lo stesso giro. «Venivo da una separazione devastante, bevevo molto», dice. «Tom mi ha detto che stavano facendo musica e io non vedevo l’ora di ascoltarla. Poi mi ha proposto di diventare la frontwoman. Non esiste proprio, ho risposto, non riesco a immaginare una cosa che mi serva meno di questa. Era un rifiuto netto».

Dowse, però, non si è arreso. «Un sacco di gente si era offerta per cantare con noi, ma mi sembrava che fosse tutto già sentito», dice. «Volevamo qualcosa di diverso, ma non sapevamo cosa». Ascoltare la voce di Shaw su quelle demo gli ha dato un’idea e alla fine lui, Buxton e Maynard l’hanno convinta a rivederli. «Nick mi ha mandato un messaggio: “non devi per forza cantare, puoi anche recitare”», ricorda Shaw. Il batterista le ha consegnato una playlist con Private Life di Grace Jones, una canzone di Will Powers, alter ego della fotografa Lynn Goldsmith, e altri brani pop eccentrici, e lei ha iniziato ad abituarsi all’idea.

Si è presentata alle prove con una serie di testi recuperati qua e là, «cose scritte sui miei vecchi disegni, note del telefono, diari, frasi pubblicitarie che mi sembravano divertenti», e li ha letti mentre gli altri suonavano. «Sfogliavo quella massa di fogli freneticamente», dice. «Ero seduta sul pavimento con un microfono e pensavo: “Probabilmente non riescono neanche a sentirmi. Ma va bene. Proviamoci”. Alla fine erano entusiasti».

Shaw non riesce ancora a credere di essere uscita da quella stanza come membro della band dei suoi amici. «Era come la scena di uno di quei film stucchevoli, quando il gruppo scrive una hit e tutti vivono un momento magico», ricorda. «E io intanto pensavo: vabbeh, imparerò a cantare più avanti».

I Dry Cleaning hanno registrato piuttosto in fretta il primo EP Sweet Princess, poi hanno inciso un brano di cui si è parlato parecchio, Magic of Meghan, con un testo che Shaw ha scritto in un periodo in cui era «completamente ossessionata» dal matrimonio tra il Principe Harry e Meghan Markle. «Mi ero appena lasciata, mi aggrappavo a quella storia per distrarmi dall’abisso», ricorda. «Ho trapiantato i pensieri sulla mia vita nella loro storia, è andata avanti qualche settimana». Come succede ancora oggi, all’epoca Markle era travolta dai titoli inquietanti dei tabloid. «Il modo in cui scrivevano di lei mi disturbava. Alcuni giornali inglesi sono sfacciatamente razzisti. Credo ancora che il modo in cui parlano di lei sia orribile. Andassero a fanculo».

Dopo il secondo EP, Boundary Road Snacks and Drinks, i Dry Cleaning hanno firmato con una delle etichette più importanti del post punk, 4AD. Dowse e Shaw hanno lasciato il lavoro all’università e a marzo 2020 la band ha attraversato l’oceano per i primi concerti negli Stati Uniti, in alcuni club di Brooklyn. «È stata un’esplosione di gioia», dice Dowse, cresciuta idolatrando le band americane. «New York per me è un posto magico, mitico e musicale. Suonare lì è stata come un’esperienza religiosa».

Qualche giorno dopo, la pandemia li ha costretti a mollare il tour e tornare a Londra. Per fortuna, avevano già scritto gran parte del disco di debutto, che hanno registrato con John Parish, il produttore di PJ Harvey.

Il disco, New Long Leg, mette in mostra una tavolozza sonora decisamente più ampia, con influenze che vanno dal reggae fino a Black Sabbath e Led Zeppelin. I testi di Shaw arrivano in larga parte da esercizi di scrittura che accumulava su un quaderno a righe. «A volte non riesci a interessarti ai temi più importanti», dice. «Sei ossessionata da una scatola di fagioli, o dall’ultimo Star Trek. Pensi a quelle cose e te ne freghi del resto. Io scrivo tutto quello che mi viene in mente, i miei sentimenti. A volte passo da un argomento all’altro, l’importante è iniziare».

La cantante descrive Scratchcard Lanyard, il singolo di lancio del disco, come una fantasia di vendetta. «Ero arrabbiata, stanca dei ruoli che devi interpretare in quanto donna con più di 30 anni», dice. «L’obbligo di avere figli ti arriva addosso all’improvviso. Non ho niente in contrario, in linea di principio. Le madri sono le persone migliori del mondo. Ma era una sensazione tangibile, all’improvviso soffrivo pressioni che mio fratello e i miei amici maschi non sentivano».

Unsmart Lady mette insieme un ritmo stoner e un testo che parla dell’ossessione per il corpo. «Grassa, tarchiata, senza trucco: volevo trasformare in qualcosa di potente cose che solitamente provocano vergogna», spiega Shaw. «Volevo parlare di come sopravvivere quando ti senti sopraffatta, esausta, male con te stessa, ma pensi: non mi interessa, sto alla grande».

L’idea di trovare gioia in un mondo indifferente e crudele attraversa tutto New Long Leg. I monologhi interiori di Shaw suonano perfetti dopo un anno in cui tutti siamo rimasti bloccati nelle nostre teste, mentre i riff e i ritmi dei compagni della band sono perfetti per essere suonati a volumi sconvolgenti in un piccolo club.

«È lì che vogliamo stare, sul palco», dice Dowse. «Quando ci sarà la possibilità, spero che ci metteranno su un van e non ci facciano uscire fino al 2025».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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