Più che un rapper, Samuel Heron è un soul man | Rolling Stone Italia
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Più che un rapper, Samuel Heron è un soul man

Archiviato il progetto Bushwaka, il ragazzo di La Spezia sta portando un po' di freshness nella scena rap italiana. Vuoi per le sue mossette di ballo o perché ascolta solo soul

Foto: Stampa

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Man mano che si è sparsa la voce, ho capito che Samuel Heron o ti piace o non ti piace. Non ci sono vie di mezzo. In entrambi i casi però va riconosciuta al giovane MC di Spezia una certa originalità, qualcosa che in Italia non sta facendo ancora nessuno. Samuel nei suoi video non riesce a stare fermo. Per capirlo basta dare un’occhiata ai tre video usciti finora sul suo canale Youtube, ripreso in mano dopo quattro anni di Bushwaka, il duo rap di cui faceva parte. Per ridurli tutti a un minimo comune multiplo, sono tutti pezzi costruiti per ballare, sopra una dub elettronica che sicuramente deve molto a Diplo e i Major Lazer.

Un giorno, per caso, ho fatto vedere ad alcune colleghe il video TT OK. In quel preciso istante ho creato un Samuel Heron Fan Club senza volerlo, tanto che qui in ufficio qualcuno sa già tutti i tuoi pezzi a memoria e qualcun altro ancora ha fissato quest’intervista. Ora te lo devo chiedere: su quale meccanismo della psiche femminile fai leva?
Sai che non lo so? Me lo dovrebbero dire le ragazze.

Magari sono i tuoi balletti.
Sì, forse sono quelli. Mi sono avvicinato alla musica iniziando col ballo a La Spezia, la mia città. Solo in un secondo momento l’ho messo da parte.

Tu avevi un gruppo prima, giusto?
Sì, i Bushwaka. Con loro abbiamo avuto un percorso discografico piuttosto travagliato e poi ci siamo divisi. Ma meglio così, sia livello umano che lavorativo. Ognuno si sentiva di fare robe diverse.

Con quale tipo di ballo ti sei formato?
Sempre legato all’hip hop. Non roba tipo breakdance e capriole, si chiama New Style. In Francia va tantissimo, hai presente i Twins? Sono ballerini New Style famosissimi. Beyoncé se li porta dietro in tour. Insomma ho cominciato per strada con alcuni amici e poi sono finito in una scuola di danza, non una di quelle classiche. Semplicemente, un posto dove perfezionare un po’ di passi e magari farsi anche qualche competizione in Italia e all’estero.

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Quanti anni hai?
Ho 25 anni ma ho iniziato a ballare molto tempo fa. Ti parlo del 2002.

E quando hai creato Samuel Heron?
Sai che non mi ricordo di preciso l’anno? Ho aspettato tanti anni per tirare fuori le cose che ho dentro. Sono molto autocritico e super minuzioso nei miei confronti. Ho aspettato, aspettato, aspettato, alla fine quattro o cinque anni fa sono uscite un paio di tracce. Le ho lasciate lì, dimenticate sul mio canale YouTube finché i Bushwaka non sono finiti.

Samuel è il tuo nome vero, OK, ma perché Heron?
Sono un super estimatore della musica jazz ma soprattutto soul…

Ah, Gil Scott-Heron!
Esatto, lui è uno dei miei preferiti. Ho voluto rendergli omaggio così. Tra l’altro, mi sono mangiato le mani perché, quando ancora vivevo a La Spezia anni fa avevo comprato il biglietto per il suo concerto a Milano. Partiamo col pulmino io e alcuni amici, arriviamo a Milano: concerto rinviato e dopo una settimana è morto.

Cazzo, che sfiga. E i tuoi live invece come stanno andando?
Ho aggiunto una data a Pavia. Ora come ora però è presto per fare un live tutto mio, avendo pochi brani a disposizione. Non vado a fare pushing per farmi ingaggiare dai locali. Però non voglio nemmeno ritrovarmi a ripartire da zero, dalla gavetta di ritrovarmi 12 persone sotto il palco. Il primo live da solo l’ho fatto a Varese qualche settimana fa. Non mi aspettavo che potesse andare così bene, infatti ho cominciato a pensare: “OK, adesso però bisogna fare sul serio”, nel senso che l’entusiasmo del pubblico c’è, ma io convinto di poter dare di più. C’è da dire che ero anche ubriaco, sono salito sul palco con la bottiglia di vodka mezza vuota. Però, bomba! Chi se lo sarebbe aspettato di essere così famoso a Varese?

Ho notato una cosa. TT OK, Ci Sta, eccetera: sbaglio o c’è dell’ottimismo nei tuoi pezzi?
Eh dopo un periodo orrendo nella mia vita è la mia risposta naturale. Anche ieri che ci è saltato tutto lo studio, che ci vuoi fare? Dopo un periodo veramente brutto mi sono riacchiappato. Però il prossimo pezzo giuro che sarà un po’ più sostanzioso. Diciamo che finora sto presentando gradualmente le cose che so fare, compreso il balletto. È tutto in evoluzione, partendo dal rudimentale fino a qualcosa di più evoluto. Il prossimo pezzo infatti rappresenta già di più quello che voglio diventare.

Sarà sempre ballabile, giusto?
Certo, ma quello perché piace a me. Non so, sono nato bianco ma devo avere un qualche antenato black. Non c’è altra spiegazione. C’è da dire che in famiglia si è sempre ascoltata tanta musica nera, fa mia mamma e mia zia che spesso ha viaggiato in Africa.

Tu tra l’altro co-produci ogni tuo pezzo, no?
Le grezzate dei freestyle le faccio io e si sente [ride], con quei due suonini a cazzo. Sono ignorantissimo e non conosco le note. Invece, per le robe più ufficiali su cui serve un po’ più di attenzione co-produco con Pankees. Funziona così: io canticchio a lui il giro che voglio e lui, che ha studiato, me lo suona con la tastiera.

Hai previsto un album?
No, me lo stanno chiedendo un po’ di persone. Fare uscire singoli accoppiati a video è la strategia migliore in questo momento, guarda solo cosa sta facendo Ghali. Primo perché ti impegna di meno a livello di costi, un aspetto da non trascurare quando sei indipendente. Poi, impegna molto meno la gente in termini di tempo. Ho notato che Illegale, il primo video, cresce di visualizzazioni tanto quanto l’ultimo. Si vede che alla gente piace di più, è quasi un feticcio.

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Beh, insomma stai cominciando a pagarti le bollette con i tuoi video.
Infatti ho dovuto aprire un conto bancario perché non ce l’avevo. Drammi della vita, eh? Oddio, avevo un conto Deutschbank ma pare stia fallendo, quindi meglio cambiare aria.

Cos’è che hai scritto, lì, sul sopracciglio?
“Ambition”. È un tatuaggio molto importante, come tutti gli altri. In realtà non proprio tutti, alcuni sono degli sbagli. “Mambu” invece è per mia mamma, la chiamo così.

Come sei capitato a Milano?
Sono venuto apposta per fare musica quattro anni e mezzo fa. Sono ormai nella mia dimensione. Ho fatto anche qualcos’altro, ma prima di dirtelo devi spegnere il registratore [ride]. Mi ha spinto qui a Milano anche un fattore personale. Spezia è una città che per quanto bella offre poco. Per una persona come me, che ha bisogno di tanti stimoli e di confrontarsi con più persone possibile, era decisamente limitante. Poi, solo ora che non ci vivo più, ho imparato ad apprezzarla a pieno quando ritorno, magari d’estate.

Tra l’altro Spezia ha una grande tradizione di breakdance, me ne parlava un tuo concittadino l’anno scorso.
Sì i Passo Sul Tempo sono una delle crew più storiche, che hanno fatto più scuola di tutte. C’era Davide Paladini e anche Crash Kid, buonanima. Ripensandoci, ho un bagaglio molto hip hop. Andavo ai contest con lo zainetto a osservare le mosse, mi annotavo tutto. Non sembra ma sono un tipo che studia.

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