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Piotta: «Roma è una Suburra scura, bipolare e schizofrenica»

Dopo aver cantato i ‘7 vizi Capitale’, il rapper torna a confrontarsi con la sua città scrivendo la colonna sonora della serie Netflix. «Ho fatto una mappa dei suoni che girano per la capitale»

Piotta

Foto: Alfredo Villa

Parafrasando (e qui chiedo scusa) i meme per cui “I Simpson avevano previsto x”, dove x sta per un qualsiasi evento accaduto a Springfield prima che a noi umani, si può dire che Piotta abbia anticipato Suburra, sia che si tratti del film o della serie. Lui, che ha sempre messo Roma al centro dei suoi pezzi, fra contraddizioni grottesche e fenomenologiche di politicanti col pelo sullo stomaco e supercafoni, già nella primavera del 2015 aveva pubblicato 7 vizi Capitale insieme al Muro del Canto. E il brano, all’inizio partito un po’ in sordina, due anni dopo è stato scelto come sigla – poi diventata famosissima – della serie Netflix sul malaffare capitolino. L’atmosfera cupa, la sete di potere millenaria, gli intrighi politica-malavita-Vaticano: era già tutto lì, in una città “santa e dissoluta” per niente distante da quella sacra e losca in cui si muovono Borghi e soci.

Certo, questo Piotta all’epoca non poteva saperlo, visto che all’epoca in giro c’era solo il romanzo omonimo di Bonini e De Cataldo, ma la canzone «era e rimane il ritratto di una città scura, schizofrenica, bipolare», racconta oggi. In concomitanza con l’uscita dell’ultima tornata di episodi della serie, infatti, ne ha curato la colonna sonora, con dieci pezzi ispirati ai vari personaggi, passaggi strumentali, testi che indagano gli uomini dietro i criminali. A cinque anni da 7 vizi Capitale, è un po’ la chiusura di un cerchio.

Allora prendiamola da lontano: che Roma raccontavi in 7 vizi Capitale?
Una città con tante sfaccettature, tutte complesse. Roma è il posto dove sono nato, in cui vivo e che conosco meglio. Per cui, posso dirti che è assurdo anche solo pensare che esista una Roma sola, di questi tempi, perché ha mille volti. E tutti, comunque, molto più scuri e arrabbiati rispetto a quando ho iniziato. C’è frustrazione in giro, figlia della consapevolezza di non poter fare determinate cose pur avendone, almeno in teoria, le capacità. Poi insomma: nel 2015 sembrava che Roma stesse addirittura peggio del resto d’Italia, ora invece questo sentimento di frustrazione si è diffuso in tutto il Paese. Ripeto: è una città bipolare, con tante contraddizioni. E forse per questo la serie ha avuto molto successo in Sudamerica: perché segue quel gioco di contrasti, un po’ à la Narcos, per cui i criminali prima pregano la Madonna e poi compiono una strage perché, beh, “andava fatto”, è il loro lavoro. Ovviamente tutto ciò è fuori da ogni logica, ma credo che nella realtà avvenga per davvero.

Appunto, la serie. Di cui 7 vizi Capitale è stata da subito la sigla.
Per me era un piacere che la utilizzassero come sigla, anche perché all’epoca Suburra era la prima serie prodotta da Netflix in Italia, e io (pur con tutte le polemiche del caso) adoro Netflix per come sta cambiando il linguaggio dei film. Con le sale inevitabilmente chiuse… cioè inevitabilmente, potrebbero benissimo stare aperte, ma comunque senza poter andare al cinema avere lo streaming è una salvezza. Tornando alla canzone: ovviamente la serie è romanzata, ha preso la realtà come spunto, mentre la canzone è più pertinente a esperienze che ho vissuto in prima persona; ma nonostante questo i tantissimi che l’hanno ascoltata lì, per la prima volta hanno pensato che fosse stata scritta di proposito per la serie. E, per quanto in molti non fossero neanche di Roma, ne hanno colto i riferimenti e l’atmosfera. Forse è merito della scrittura cinematografica, per immagini, che ho usato nel testo. Anche se poi c’è, anche qui, una differenza sostanziale: la musica è poco “giornalistica” e molto evocativa, dovendo risolvere tutto in pochi minuti; il cinema, al contrario, si esalta in primis con la fotografia.

Però per la terza stagione di Suburra hai composto proprio una colonna sonora originale, per cui i confini che dici, immagino, un po’ si perdono. O no?
Più o meno. Quando componi un album sei libero, ti dai dei paletti tu per non perdere il focus, mentre con le colonne sonore il focus c’è già ed è rappresentato dalle immagini girate. Le devi “commentare” con musica e parole e questo ti dà una forza creativa dirompente. Nello specifico, per questa terza stagione ho fatto da consulente musicale (come già nella seconda), ho curato la sigla (come già nella prima) e per la prima volta ho scritto anche i brani originali. E, in quest’ultimo caso, ho cercato di tirare fuori da ogni personaggio, anche da quello più oscuro, il lato poetico di ciò che fa, il barlume di umanità che ha dentro. Anche per ripercorrere, magari, la strada che l’ha portato a essere tanto cattivo.

E c’è un personaggio con cui lavorare a questo tipo di narrazione è stato particolarmente difficile?
In realtà no, nel senso che da quando sono piccolo sono abituato a confrontarmi con persone con gusti e pensieri molto diversi dai miei, senza pregiudizi. Ho cercato di entrare nell’anima di tutti personaggi, compresi quelli che – diciamo – hanno uno stile di vita molto estremo, poco comune al mio come pure a quello di chi fa gangasta rap, in realtà. Per esempio, di Samurai (a cui è dedicata Cuore nero, nda) ho studiato il rapporto che ha con Roma, che per lui è una madre, una patria idealizzata per cui morirebbe da martire. Eppure, con lei vive anche un contrasto: nella sua ottica deviata, le attività criminali servono a renderla migliore, a suo modo più accogliente.

E un personaggio che preferisci?
No, perché sono tutti troppo distanti da me. Però ho una canzone del cuore, quella sì, che adoro perché in Suburra funziona perfettamente, ma se le togli le immagini può andare benissimo da sé, visto che ciascuno può metterci dentro pezzi della propria vita.

Immagino parli di È ora di andare: molto malinconica; sugli errori commessi, i rimorsi.
Esatto. Per me potrebbe stare benissimo dentro Interno 7, il mio album di inediti precedente che non aveva nulla a che vedere con la serie. È un pezzo quasi cantautorale, comunque molto emotivo, poetico, evocativo, profondo. Indie-rap direbbe qualcuno, credo. Nasce sulle immagini di Suburra, ma – ripeto – credo riesca anche ad andare da sé.

Foto: Alfredo Villa

Prima di scrivere un brano del genere ti sarai chiesto come funziona la mente di un criminale, però. Che hai scoperto?
Allora, nella vita diciamo che non ho avuto come conoscenti dei grandi criminali, al massimo di più piccoli, di strada. Ma tanto mi è bastato per capire. Perché magari ci parlavo, erano molto anziani e mi chiedevo: “Ma davvero ‘sto vecchietto avrebbe fatto tutto ciò? Non è possibile”. I criminali mi sembrano due persone in un corpo unico, a cui improvvisamente scatta una scintilla e fanno cose terribili. Che poi, con le dovute proporzioni, è ciò che succede a me con la musica: nella vita sono super posato, da sempre; sul palco divento Hulk. Ma io lo faccio nel bene, ovvio (ride).

Tornando ai criminali: anche parlando con educatori dei carceri, che hanno avuto a che fare con gente ferocissima, ho scoperto che spesso, a primo impatto, sembrano affabili; poi gli parte la molla, diventano degli assassini in tempi ingestibili per una persona comune. E uccidono, come se niente fosse. Non so, ma credo che una persona comune abbia bisogno di vivere un lungo calvario prima di compiere gesti davvero spietati: come il canaro di Dogman, per dirti.

Una cosa che ho sempre amato di Suburra, però, è come riesca a trovare criminali a ogni livello: la strada, la politica, il Vaticano.
E questo è il grande mistero di Roma, che la renderà per sempre affascinante. Del resto: cosa ci affascina? Ciò che non possiamo definire. Qui in città hai tanti colori diversi che si mescolano e restano, comunque, distinti. Prendimi con le pinze, ma quando scrivo una canzone che la racconta provo come a dipingere un quadro di Caravaggio: apparentemente è tutto scuro; poi se guardi bene c’è un drappo rosso che spunta fuori, una luce che rappresenta – se non proprio la speranza – almeno il contrasto fra gli elementi che la caratterizzano. Roma: sacra e profana persino nel quotidiano. E piena di sete di potere. Che in Suburra, non a caso, accomuna tutti i personaggi. Ma anche il gioco di parole di 7 vizi Capitale si riferiva a questo: Roma, nelle sue tante contraddizioni, è la sintesi dei vizi capitali. E credo sia dovuto alle dimensioni: è enorme e variegata al tempo stesso.

A proposito di sintesi, il disco è un incontro di ritmi latini, pulsazione elettroniche, ritornelli pop, rap vecchia scuola. Ma Roma è ancora il crocevia di culture che emerge dall’album?
Decisamente, sì. E ho cercato di fare una mappa dei suoni che girano in città, dal rap più moderno, a quello classico in stile Colle der fomento o Cor Veleno, fino alla trap o ad accenni di reggaeton. Ma a me piace non avere un percorso netto. Per quanto, rispetto a quando ero giovane, sento che ora sia tutto più chiaro: prima soffrivo un po’ l’effetto compilation, adesso credo che l’idea di fondo dietro un album sia evidente, al di là dei generi con cui si contamina.

Tu, da artista, che rapporto hai con Roma?
Ne subisco il fascino. Ma io faccio parte del grande gioco solo in parte. Perché fare questo mestiere, scrivere testi, ti rende un voyeur della realtà, uno che se ne sta in disparte a osservare. Chiaro: ci sono i concerti, la dimensione fisica dei live che mi manca tantissimo. Ma non sento mio l’apparire, lo stare sempre sui social, l’andare in tv vestito nel modo giusto: preferisco, magari, starmene in studio a produrre o andare per mercatini a cercare vinile. E non sto dicendo di essere migliore degli altri, anzi. Dico solo che questa è la mia natura.

Però prima dicevi di non vedere più, da tempo, la Roma di quando avevi iniziato nei ’90.
I cambiamenti ci sono stati, e in peggio. Essere adolescenti in quegli anni a Roma ti dava l’idea di essere nella città d’Italia in cui, più di tutte, potevi realizzare il tuo talento. Poi a un certo punto ha iniziato a serpeggiare l’idea che il posto non riuscisse più ad accontentare le speranze di tutti, perché non garantiva alcune cose fondamentali per lavorarci come i trasporti o i luoghi di aggregazione. Si è smesso di investire sulla cultura. E dire che la cultura ha dato tanto a Roma e continua a farlo con artisti di tutti i generi musicali che ne stanno portando in alto il nome. Ma nei ’90, per esempio, nessuno di noi pensava di andarsene di qui; ora, invece, dover essere un migrante a Milano, per fare musica, è la normalità. E per molti, qui, è frustrante: sei sempre in una città enorme, che per di più è la capitale del Paese, possibile non si possa fare di più? Ma i problemi di questa città vengono da lontano, sia chiaro.

Ecco: a pochi mesi dalle elezioni, come vedi la situazione?
Serviranno progetti forti, perché il clima è sempre più teso e lo stiamo già vedendo in questi giorni. La risposta non saranno né la polizia, né l’uomo forte al potere. Anzi: serviranno progetti visionari, per ripensare il vivere comune. E servirà una persona carismatica, che democraticamente ci porti nella direzione giusta per mantenere lo stato di benessere a cui siamo arrivati. Sono cresciuto con mia nonna che ha vissuto i momenti più duri di questo Paese e mi raccontava che no, non c’è mai stato un momento scatenante: a poco a poco il quotidiano è degenerato. Ed ho paura succeda di nuovo, per questo bisogna stare allerta. Quando i partiti si decideranno a scegliere i candidati, farò le mie valutazioni. Sono sempre andato a votare, magari ogni tanto lasciando la scheda in bianco. Spero di non doverlo fare anche stavolta.

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