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Pierpaolo Capovilla: The RS Interview

Da oggi il disco da solista del frontman del Teatro degli Orrori, che si difende dalle accuse di essersi venduto: "I vecchi fan possono star tranquilli"

Pierpaolo Capovilla: The RS Interview

Pierpaolo Capovilla: The RS Interview

Di Silvia Danielli

Obtorto collo, il primo album solista di Pierpaolo Capovilla è un disco d’amore. Non si allarmino i fan del suo gruppo, il Teatro degli Orrori. O forse sì, se cercano lo stesso tipo di rock “genuino, autentico e in fondo non per tutti”, come lo definisce lui stesso.

L’amore secondo Pierpaolo Capovilla può avere diverse accezioni ma, in primo luogo, non racconta soltanto la storia di due persone quanto quella di una società intera, come negli anni ’70, dove “parlava di tutta la nostra vita”.

Dopo l’uscita del primo singolo, Dove vai, in molti avevano gridato allo scandalo sui social network: Capovilla si è venduto?

Sguardo sicuro e limpido, abito scuro d’ordinanza, il cantante abituato tanto ai reading d’autore (con testi di Pier Paolo Pasolini, di Majakovskij e del cantante-scrittore Matteo De Simone) quanto a dominare dal palco le folle del rock, inanella parole che si susseguono precise.
“Io me ne infischio dei miei detrattori”, esordisce, “ma nello stesso tempo mi addolorerà vedere l’ingenerosità con cui verrà accolto questo lavoro da alcuni fan perché lo vedranno come il tradimento di tutto ciò che già conoscono. Volevo comporre un lavoro totalmente diverso, soprattutto dal punto di vista musicale. Per l’aspetto narrativo non ho cambiato così tanto rotta, perché sono testi duri e dolorosi e parlano di ciò che a me sta a cuore: di indifferenza sociale e anche di temi scomodi, come la morte”.

“Credo che questo album piacerà di più alle donne, ne sono quasi certo anzi”, era stata la sua premessa sulle scale della casa discografica Universal (Obtorto collo esce su etichetta Virgin/La Tempesta Dischi per Universal Music) per introdurre un disco che richiama molto Scott Walker e Tom Waits, cantautori prediletti da Capovilla.

Alcuni titoli dei brani sono spiazzanti per la loro semplicità: Invitami, Il cielo blu, Come ti vorrei, La luce delle stelle: li hai scelti apposta?
Ovvio. Lavoro molto con le metafore e le allegorie ma in fondo anche le parole che scelgo sono semplici, perché è giusto che siano così nelle canzoni. Spero nascondano un’altra complessità narrativa.

Quanto è contato il lavoro di Taketo Gohara che ha prodotto tutti i brani (a parte Irene e Dove vai, co-prodotti insieme a Giulio Ragno Favero), scelto da moltissimi artisti italiani da Vinicio Capossela a Samuele Bersani, dai Baustelle a Brunori Sas?
Direi che è stato a dir poco fondamentale. Una notte gli ho scritto una mail di getto in cui mi rammaricavo soltanto di una cosa: non aver lavorato con lui prima. Taketo capisce benissimo dove voglia arrivare l’artista e gli regala anche di più. In fase di composizione ho lavorato molto con lui e con Paki Zennaro e poi ho aggiunto i testi. È nato tutto in maniera molto spontanea ma abbiamo anche litigato moltissimo tra noi tre per trovare la soluzione migliore. Devo ringraziare, poi, tutti i venti musicisti che hanno suonato per me in questo lavoro.

Hai dovuto sostenere molte situazioni Obtorto collo in questi anni?
No, non ho subito molto e sai perché? Il titolo lo possiamo interpretare in due modi almeno. Il primo è “obtorto collo” nel senso di malvolentieri e si verifica quando ci si lascia vivere nell’indifferenza. Il secondo si riferisce al senso di costrizione al quale ci si vuole ribellare a tutti i costi. Credo di sentire più vicina a me la seconda definizione.

Mentre la prima definizione la senti più appropriata per la maggior parte delle persone che ti circondano?
Temo di sì.

Hai anche votato “obtorto collo” domenica?
Sì perché io ero un elettore del Pd, avevo anche la tessera ma di quello di Bersani, che considero persona perbene, onesta, competente, in grado di comprendere la realtà. In Italia però, dopo gli anni di Berlusconi, non riusciamo a evitare chi ha una chiara connotazione populistica, cioè Renzi. Quindi stavolta ho votato per la Lista Tsipras.

Ottantadue ore è la storia dell’omicidio di Francesco Mastrogiovanni, un pezzo molto forte…
È la storia di questo maestro elementare di 58 anni morto perché sottoposto a un TSO, trattamento sanitario obbligatorio. Ho capito quanto sia banale il male, e quanto possa essere inflitto con indifferenza parlandone con Luigi Manconi, presidente della Onlus “A buon diritto”. Mastrogiovanni è stato costretto a letto per 82 ore, si possono anche vedere i video su YouTube. Quindi io mi chiedo: perché vengono inflitti i TSO? Ne dobbiamo parlare perché la prima cosa che non funziona nel nostro Paese è la nostra indifferenza.

E ora? Andrai in tour?
Sì, questa estate suoneremo nei club, nei teatri spero. E poi sto lavorando a un nuovo album per il Teatro degli Orrori che rimangono sempre e comunque la mia priorità. I vecchi fan possono star tranquilli.

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