Piero Pelù: «Vi farò godere come maiali» | Rolling Stone Italia
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Piero Pelù: «Vi farò godere come maiali»

«Quella rockstar bugiarda e tossica non sono io», dice di Gabriele Arcangelo, il personaggio che interpreta nella dark comedy di Claudio Amendola 'I cassamortari'. E poi: il singolo 'Sete di vita', il «bastardissimo Putin», i colleghi che lo fanno rabbrividire, il tour coi Litfiba

Piero Pelù

Foto: Riccardo Piccirillo

Sessant’anni lo scorso 10 febbraio. Mentre lo senti parlare, fatichi a crederci. Mentre se la prende con chi aziona il martello pneumatico durante l’intervista, insulta Putin, si gasa a pensare al tour che sta per partire, si infervora parlando del film in cui interpreta la rockstar Gabriele Arcangelo nel divertente e alla fine pure commovente I cassamortari di Claudio Amendola (da oggi su Prime Video), tu non ci credi che Piero Pelù sia un classe 1962. Figuriamoci quando lo vedi in gran forma nel film di un altro ragazzino, Claudio Amendola, che ha esordito troppo tardi alla regia visto il talento che ha dimostrato nel percorrere la commedia (La mossa del pinguino), ma anche, con Il permesso – 48 ore fuori, il dramma più cupo, per arrivare, ora, alla dark comedy. Con la stessa naturalezza che ha da attore nel cambiare registro.

La sorpresa di questo suo terzo film è proprio il rocker toscano, a suo agio nella veste di attore, nella parte di una rockstar tanto famosa quanto ipocrita. Cosa c’entri con una società di cassamortari, appunto, la cui azienda di famiglia è rivale agguerrita di Taffo, lo scoprirete guardando il film. Tutto il resto, invece, lo saprete da questa intervista.

Allora, Piero, come ci si sente dentro questa carriera d’attore lanciatissima?
Lanciatissima! Mi fai ridere. Tutto quanto fa spettacolo, come diceva una vecchia trasmissione su Rai 2. La verità è che io sono onorato di essere in un progetto così, con questi attori e con un regista come Claudio Amendola, avendo avuto la possibilità di lavorare pure alla colonna sonora. Loro sono attori veri, loro fanno il cinema, è stato un privilegio far parte della squadra.

Il pezzo che hai scritto per il film è una bomba. Musicalmente, ma pure il testo non scherza.
Sete di vita lo amo molto, non è stato facile scriverlo perché doveva aderire alla sceneggiatura ma allo stesso tempo volevo metterci parecchi dei valori a cui tengo, del mio punto di vista su questa epoca, su questa società. Non volevo fosse solo una canzone legata a I cassamortari, ma che potesse essere più universale. Starà a chi ci guarderà e a chi ascolterà il pezzo giudicare, ma spero che possa essere entrambe le cose.

Non possiamo fare spoiler. Ma possiamo dire che non tutti avrebbero accettato questo ruolo.
Non sono scaramantico, non ho avuto paura del destino del mio personaggio (per intenditori: diciamo che per metà del film sta laddove Piero usciva, a Casablanca, nel 1982, durante la Mephisto Festa, nda). Questa è una black comedy senza rete, un genere che non ha una grande tradizione in Italia. Mi viene in mente Giulietta degli spiriti sul grande schermo, Eduardo a teatro, anche per questo Claudio è stato coraggioso ad affrontare questo viaggio. Va detto che I cassamortari è stato scritto e pensato prima di questa maledetta pandemia che ancora ci porta notizie dolorose. Mi hanno chiamato a inizio 2020 e non sembrava strano parlare di morte, di raccontare un rapporto con l’ultima tappa della nostra vita meno tradizionale di quello che viviamo in Italia. Ma poi se guardi altrove, dalla Spagna al mondo anglosassone, troviamo da sempre ironia, leggerezza, disincanto di fronte a questo evento. Penso alla Fiesta de los Muertos, ci ho girato pure due videoclip, o a quel capolavoro della Sposa cadavere. Questo film si riallaccia più a questi filoni culturali, a una certa cultura latina, del sud, e ora si incastona in una tradizione di commedia in Italia già molto ricca.

Piero Pelù, un’icona iconoclasta. Ti piace la definizione?
Non so se posso riconoscermi nel primo sostantivo, non devo essere io a dirlo. Ma mi riconosco nell’aggettivo iconoclasta, su quello ci metto la firma. Non a caso ho accettato questo ruolo. Gabriele Arcangelo è una rockstar che non mi rappresenta, solo ai più superficiali poteva sembrare naturale che io potessi interpretarlo. Contro quel modo di intendere musica e showbiz mi batto da quando ho cominciato a fare musica, io sono un rocker e non ho mai voluto essere una rockstar. E non lo sono, infatti: so quanto sono viziati certi personaggi, e lui incarna la peggior forma di star system. Per questo odio Hollywood, quel cinema raramente mi conquista e quello star system che lì prende la sua forma peggiore e migliore, per me è stato sempre l’esempio da non seguire. Ti assicuro che non è stato scontato e facile vestire i panni di un personaggio del genere per me. Anzi. La rockstar ipocrita, falsa, bugiarda e tossica che è Gabriele Arcangelo, uno dipendente dagli stupefacenti che poi fa le campagne contro la droga, che si spaccia per animalista e ha la casa piena di trofei di caccia, zanne d’elefante comprese, a me fa schifo.

Uno star system che si sta mangiando anche il mondo della musica. A partire dai social, dagli influencer, dai concerti pieni di smartphone. Ok, ora mi sento vecchio.
Chiaro, chi come i millennial è nato con un cellulare in mano è attratto da ogni tentazione digitale, dai social, vive con naturalezza quello che per noi è strano e a volte pure dannoso. Lo vedo con la mia terza figlia, ormai è la mia consulente per tutte le ultime tecnologie e forme di comunicazione. Da come trattare il mio pc a come scaricare le app, mi devo rivolgere a lei. Nel film a un certo punto madre e figlia si dicono: «Non è vero che la cucina indiana è troppo speziata, va trovata la misura per apprezzarla». Ed è così: se sei nei Tool, se sei un punk duro e puro, se vuoi fare grande musica, devi confrontarti comunque sempre con la misura e l’equilibrio, tra un riff, un acuto e la scrittura. Se tieni alto il basso, la cassa e il rullante, sai che cannibalizzeranno tutti gli altri strumenti, tutto il resto del mix. Bisogna saper raccontare, saper vivere: ogni rapporto umano, ogni nostra forma d’espressione non può prescindere dalla misura. Social compresi.

Detto da te fa un certo effetto. Ricordo dei live in cui misura e Pelù non potevano stare nella stessa frase. Anzi, neanche nello stesso pensiero.
Senza la misura non apprezzeresti i momenti in cui ti concedi momenti di massima, totale e totalizzante libertà. Stare sul palco per me lo è, ma anche là ho imparato a essere libero senza che alla data successiva debba imbottirmi di cortisone!

Io però questo spoiler lo faccio. Potevo aspettarmi tutto nella vita, ma non che il Diablo, l’anticlericale Pelù che un giorno se la prese anche col Papa, finisse un giorno vestito da angelo.
Capisci? Pensa che livello di cinismo raccontiamo nel film, travestire da arcangelo un diavolo, uno che era l’esatto opposto di quello che voleva far credere al mondo. Quell’immagine ti dice che commedia amara, dura sia I cassamortari, sull’ipocrisia umana e su cosa possiamo diventare se ci dimentichiamo chi siamo davvero. Amo questo film perché ridi, ha momenti divertenti, ma puoi anche riflettere molto, ha piani di lettura sociali, politici, antropologici notevoli. Sta qui il motivo per cui mi sono appassionato tanto a un progetto così ricco di chiavi di lettura. E anche per questo ho amato scriverne la colonna sonora con Valerio Carboni. In Sete di vita dico “Una stronzata detta bene dentro i nostri social paga ogni nostro vizietto”, ed è una sintesi del film ma anche di quello che può accadere nella vita di qualche influencer, per dire. Viviamo in un gioco di apparenze, di specchi e di finzioni, di fake news e artifici, il film è una fotografia perfetta di molte cose che viviamo oggi: dalle stronzate di ognuno di noi sui social alla propaganda del bastardissimo Putin.

Per chi dovesse storcere il naso sul fatto che parli di politica, posso ricordare che contro le guerre ti schieri da decenni?
Ricordiamolo, me lo posso permettere di parlare di politica. Io contro la guerra ci sto da quella nei Balcani, e perdonami ma io non me lo dimentico chi è Putin: la Siria, Beslan, l’orrore che ha seminato ovunque. E non scordo neanche l’incredibile escalation di errori dell’Occidente nei confronti di questo maledetto dittatore. E parlo anche, ma non solo, di quelli che son partiti da qui per andare a leccargli il culo.

Passami la battuta: sventurato il Paese che ha bisogno di un comico per resistere a un dittatore e di un rocker per ricordarci che razza di criminale sia.
Ma che cazzo mi frega che Zelensky sia un comico. I comici che conosco sono persone serissime: lui ora è un politico straordinario, un uomo eccezionale che sta facendo cose incredibili per difendere il suo Paese e il concetto stesso di democrazia. Sta combattendo anche per noi, senza paura. Basta con questa categoria del comico, quasi come fosse una connotazione dispregiativa. E poi avranno il diritto anche di rivendicare la loro serietà e nel caso anche la loro mestizia? Lasciamo i pregiudizi agli altri.

E a dirla tutta – così mi sento meno vecchio – lui dimostra che il problema non sono i social. Ma noi.
Ovvio. Guarda come li usa lui, il problema sta nel fatto che la maggior parte di noi li usa di merda. Ho solo paura che le fake news possano rovinarlo, che possano trovargli o inventargli scheletri nell’armadio. Abbiamo bisogno di questa integrità pazzesca del presidente ucraino: andrà riconosciuta quando questo inferno finirà e ci sarà bisogno di una lunga e dolorosa ricostruzione.

Stai pensando come per i Balcani a concerti, canzoni, raccolte benefiche per l’Ucraina?
Stiamo tentando di mettere insieme qualcosa che possa aiutarli. Ora lì arrivano aiuti umanitari e militari da ogni parte del mondo e la paura che possano essere dirottati c’è, come avvenuto in Africa in altre occasioni. Ma non è solo ora che dobbiamo mobilitarci, lì ci sarà bisogno di noi per anni, decenni. Ci sono generazioni di bambini che cresceranno prima sotto le bombe e poi in un Paese devastato, annientato, a pezzi. E pure il popolo russo, come successe ai tedeschi con i lager, non uscirà con il sorriso sulle labbra quando aprirà gli occhi. Si sono aperte crepe e ferite molto pesanti e profonde, servirà un lavoro attento di ricucitura. Quando successe in Siria – ancora la Russia di mezzo – ero tra i pochi a parlarne e ora siamo ancora meno a continuare a farlo, ma abbiamo tanti troppi fronti aperti: lo Yemen, l’Afghanistan, i diritti civili delle donne e degli uomini iraniani. Non sono mai rimasto sordo alla sofferenza della maggior parte del mondo. E nessuno di noi può più farlo. Abbiamo il dovere di combattere per e con gli oppressi.

Nel film a un certo punto c’è una tua foto molto kitsch e la didascalia “Non escludo il ritorno”. Un po’ come la tua carriera, piena di fughe in avanti e ritorni.
Dai, è un po’ come il giro d’Italia. Ci sono le tappe più tranquille e quelle con gli strappi in montagna, puoi forare e cadere, puoi vincere. Io con l’Eroica le facevo le gare sul Chianti, ricordo quei saliscendi, che fatica. Il ciclismo è una metafora perfetta di tutto, per me. La corsa, il movimento porta a imprevisti, insuccessi, vittorie, crisi, demotivazioni, sbagli nel prendere la strada giusta. E ti rendi conto che quello che conta più del traguardo è il percorso, il modo in cui affronti tutto. A me fanno ridere e rabbrividire quando i miei colleghi parlano di carriera. Un artista fa un percorso di scoperta, rinunce, rischi, non va a lavorare in posta o in banca. Loro hanno una carriera, il nostro è un viaggio.

All’inizio del tuo viaggio, avresti mai pensato a quanto e come i Litfiba sarebbero entrati nell’immaginario collettivo?
Mai avrei pensato che i Litfiba sarebbero arrivati a questo livello di penetrazione dell’immaginario. E mai ci ho pensato e voluto farlo, non ho mai scritto una canzone per calcolo ma solo per l’urgenza di esprimermi, dire la mia, raccontare. Se vivo momenti eccitanti sono fertile e prolifico, se mi annoio non riesco neanche a prendere la penna in mano, figuriamoci la chitarra. Non so muovermi strategicamente per riuscire a farmi notare di più e neanche mi interessa. Io ho sempre bisogno di stimoli, di essere bombardato, questa è l’unica cosa che conta per me.

Litfiba. Foto: Riccardo Piccirillo

Dopo tanti anni puoi dirci il tuo segreto.
Non c’è. Ma so una cosa: essere coerenti è rimanere fedeli a se stessi, non rimanere uguali a se stessi. Amo gli AC/DC, ma non capirò mai come sono riusciti a fare 30 album tutti uguali. So che i fan si incazzeranno, ma è così. Tu non troverai mai un disco dei Litfiba o mio da solista che suonerà come un altro già fatto, farai fatica persino a trovare riferimenti particolarmente decisi al passato. E poi devi sempre metterti in discussione. Devi prenderti per il culo. Non sai quanto è bello farlo, quanto è fondamentale. Anche perché ti consente di prendere per il culo tutti gli altri. Cosa che a Firenze e in Toscana ci insegnano fin da piccoli. Un po’ adoro Roma anche per quello, quella strafottenza geniale la sento vicina.

Per tutti questi motivi si può tornare sul luogo del delitto?
Si può tornare ad essere i Litfiba perché sei sempre una cosa diversa ma anche perché quell’esperienza, quella realtà è dentro di me, non è mai uscita. Litfiba è la scuola di vita, di musica, di rapporti umani più importante che ho mai avuto. Il progetto più lungo della mia vita: 42 anni. Io che neanche pensavo di arrivare a 27 anni, di vita. Certo ci sono stati tremila scazzi nel mezzo, separazioni, quello che vuoi, ma alla fine ci siamo sempre.

E ora si torna a far concerti.
Il tour sta venendo una bomba atomica, sto riarrangiando i pezzi di un tempo con uno spirito modernissimo. Il mio scopo è farvi ballare e cantare e urlare così tanto da farvi dimenticare i telefonini, di riempirvi così tanto di adrenalina che non avrete il pensiero di accendere lo smartphone per fare video o altro. Sono gasatissimo, voglio farvi godere come maiali. Partiamo ad aprile!

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