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Piero Pelù: «Mi danno del pazzo, ma se voglio provocare lo faccio e vaffanculo»

La differenza fra rock e trap, il bello degli anni ’90, il presunto litigio con Vasco, i «maestri del marketing» Morgan e Bugo, le risposte a Fiumani e Canali. E il pubblico: «Esalta la mia parte migliore»

Piero Pelù

Foto: Riccardo Bagnoli

Se vi è capitato di incontrare Piero Pelù avrete forse constatato che quando non è su un palco è affabile come il leone che ha già mangiato. Poi, se qualcuno sbadatamente nel raggio di 10 chilometri accende un riflettore, perde ogni compostezza e inizia a ruggire in modo assordante e palesemente compiaciuto – tanto che a molti viene il sospetto che i ruggiti gli diano alla testa. Ma il Pelù di queste settimane ha subito un diabolico contrappasso: in quarantena, costretto in casa. Niente palcoscenici, niente riflettori, proprio nei giorni in cui sarebbe dovuta partire la promozione del nuovo album Pugili fragili. Come altri colleghi si è proposto con delle dirette Instagram con ospiti in collegamento. Le ha chiamate #casadolcecasa, quasi una forma di sberleffo al proprio personaggio di rocker selvaggio. Un personaggio che qualcuno trova forzato se non farsesco – e anche di questo gli abbiamo chiesto conto, altrimenti che gusto ci sarebbe?

Finalmente ti hanno messo agli arresti domiciliari.
Come tutti! È surreale, si perde un po’ la cognizione del tempo. Mi sono messo a fare #casadolcecasa perché in questo periodo bisogna inventarsi qualcosa per rimanere in tirella, se no si implode.

Ma dicono che in questo periodo possiamo approfittare per scoprire molte cose di noi e degli altri. Lo stai sfruttando?
Eh, ci si prova… Cerco di osservare come siamo noi italiani, come sono io; diventa naturale specchiarsi gli uni negli altri e poi guardarsi dentro. E a costo di ribadire il titolo dell’album, mi scopro una volta di più pugile fragile. Ho una gran voglia di tornare a sentirmi un gigante, ma non so cosa avrei fatto se io e mia moglie fossimo rimasti separati quando è scattata la quarantena – e sarebbe potuto succedere, se non le fosse saltata una replica dell’Elisir d’amore di Donizetti.

Qui è dove bisogna precisare ai lettori che mentre tu canti Picnic all’inferno, tua moglie Gianna Fratta dirige opere liriche ed è pianista di fama internazionale. C’è il potenziale per una sit-com.
La musica è stata un trait d’union fortissimo fin dal primo giorno in cui ci presentarono a Badolato, in Calabria, dove vado in vacanza da anni. A partire dalla musica, ci siamo attratti e raccontati. E poi è successo quello che doveva succedere. Io le ho fatto conoscere tutto il repertorio dei Beatles e dei Pink Floyd, lei mi sta facendo scoprire l’opera, a partire da Puccini del quale lei è grandissima interprete.

A lei è saltato Donizetti, ma a te è saltata la promozione dell’album. Avrai rivolto molti pensieri a nostro signore.
Guarda, avevo iniziato il tour promozionale nelle librerie, ma sono riuscito a fare solo la data inaugurale a Firenze, e complice anche il bel Sanremo che ho fatto c’era la coda in strada in piazza Duomo – uno spiscinìo di gente, come si dice dalle mie parti. Ma confesso che già quel 24 febbraio ero preoccupato da questa cosa del virus, a me secca passare per quello che rompe le palle agli altri, ma forse è più chiaro, adesso, che è il caso di occuparsi dei problemi del nostro ecosistema? Così, sempre passando per quello che rompe le palle, ancora prima che arrivassero le prescrizioni restrittive già quel giorno ho chiesto a tutti di stare a un metro nel momento della foto, niente abbracci né baci. E pure a Sanremo ero già attento a limitare i contatti. E mi è costato perché io sono molto carnale, credo si sappia che mi butto a braccia aperte sul pubblico in concerto.

È un bel cimento per te, stare senza pubblico. Non hai paura di sparire?
Ah ah ah, no, questo no, ma mi trovo di fronte a me stesso. Non si scappa.

Cosa ti dà il pubblico?
Siccome spesso faccio parte del pubblico anch’io, la mia teoria è che il pubblico è una specie di esaltatore delle cose migliori che tu sei. È un esaltatore di gusto come il sale quando si cucina. O forse l’olio, toh.

Il pubblico di Sanremo sembrava entusiasta di te, cosa che sembrava impensabile tanti anni fa. Hai pensato di vincere, a un certo punto?
No, né prima né durante. Di vincere non mi fregava nulla, ho fatto Sanremo per festeggiare i miei 40 anni di musica e il mio ventesimo album in modo clamoroso e decisamente diverso, dopo tanti anni che dicevo di no.

Durante Sanremo ho visto il tweet di una ragazza che è andata a vedere la tua bio su Wikipedia e ha trovato la frase che dicesti al concertone del 1993: “Papa, te non sai una sega”. Ha avuto 900 like e commenti del tipo “Ma veramente? Idolo!”. Per chi ti segue da anni è una cosa quasi archiviata, ma per i più giovani è una scoperta.
Ah ah ah… Però spero che la frase fosse contestualizzata. Non era una provocazione gratuita, era legata al divieto del papa Wojtyla di usare il preservativo. La gente moriva a migliaia per il virus dell’epoca, l’HIV. E per me il suo divieto era quasi irresponsabile. La cosa scatenò le ire di Celentano che mi scrisse dal Corriere della Sera. Io tra l’altro ero in Marocco e non sapevo del putiferio che avevo sollevato. Scoprii per esempio che in mia assenza Jovanotti e Ligabue avevano preso le mie difese e questo facilitò il nostro avvicinamento. Oggi abbiamo un papa che raccomanda l’utilizzo dei contraccettivi e il 90% dei consigli che dà questo papa io li condivido e sono legati all’attualità. Malgrado Wojtyla sia considerato un rivoluzionario, la sua lotta era essenzialmente contro il comunismo. Io non difenderò mai il comunismo e quando mi ci sono confrontato è sempre stato traumatico, sia in Russia che a Cuba che in Vietnam – dove ho avuto qualche dissidio con l’Esercito… Lì è meglio che non ci metta più piede.

Chiudiamo con Sanremo. Ci sono due domande inevitabili. Morgan e Bugo?
Io sono convinto che siano stati due maestri del marketing, più di Malcolm McLaren e della sua Grande truffa del rock’n’roll. Poi non so chi ha fatto cosa, ma il pezzo è bello, solo che rischiava di non essere valorizzato dal festival, così purtroppo ha avuto bisogno della gossipata. Buon per Bugo, che ho sempre stimato, i suoi primi dischi erano assolutamente geniali, mi auguro che ora torni bene sulle scene perché se lo merita.

E Achille Lauro?
Mi è parso un Renato Zero due punto… Zero. Lo dico senza ironia, però a vedere la sua provocazione non ho resistito e quando ho rubato la borsetta alla signora del pubblico poi ho detto che era la mamma di Achille Lauro.

È interessante che lui sia partito dal rap, e che si stia buttando sul glam rock. Ogni tanto sembra che in questo impero di pop e rap ci siano dei sobbalzi, come una sotterranea curiosità di altri generi.
Ci sono vampate un po’ a sorpresa. Io sono andato a vedere i Måneskin con la mia figlia più piccola, diciamo che lo spirito è abbastanza rock, poi loro hanno bisogno di maturare un bel po’. Penso che il rock debba trovare il modo di riproporsi con un sound che non sia più solo punk, metal, blues e ballad, ma anche raccogliere la sfida dell’elettronica, io con Pugili fragili ci ho provato.

Nell’album c’è un pezzo, Ferro caldo, che parla dei vent’anni. Ma la maggioranza dei ventenni non è presa dal rock. Non è che quando tu hai iniziato, fare rock in Italia fosse facile. Oggi però i ragazzi più arrabbiati sembrano proprio disinteressati. Da cosa pensi che dipenda? Dal fatto che è la musica dei padri se non dei nonni?
A parte che 10 anni fa tutti volevano essere deejay, era diventato l’escamotage per dire “Mi invento un lavoro facile e vi avrò tutti ai miei piedi”, dimenticando che la maggior parte dei grandi deejay sono anche musicisti. Penso il sound che piace ai ragazzi oggi rifletta il bisogno di immediatezza, di ottenere risultati immediati che il mondo chiede a tutti noi, ma soprattutto a loro.

Quali rapper ti piacciono?
Soprattutto quelli che derivano dal metal, a partire da Salmo, che racchiude in sé tanta musica, non solo rap. Sono andato a sentirlo e ha una band molto agguerrita e potente, non è il tipo di musica che puoi liquidare come “base”. È diverso quando hai solo elettronica sul palco, lì è facile che la musica sia irrilevante.

A livello ritmico in generale c’è stato un rallentamento. Al 90% l’energia va nelle parole, ma da anni nel ritmo c’è un che di abulico, specie dalla trap in poi.
Sia il rock che l’hip hop sono figli della strada, e quindi sono come piante opposte che hanno le stesse radici. Il rock viene dal blues e quindi dallo sfruttamento, l’hip hop viene dalla sofferenza o dall’insofferenza delle periferie, si possono trovare punti in comune, io qualche volta ci ho provato. Ma quello che tu dici dipende anche dagli strumenti, il computer, il sintetizzatore non convogliano quella pacca. E poi suonare uno strumento è un percorso lungo, sia alla chitarra che al basso e alla batteria devi dedicare moltissime ore al giorno. Oggi i social fanno sembrare tutto a portata di un clic, sia il successo che la verità sulle cose, senza uscire di casa.

Gira voce che tha Supreme non esca mai di casa. Però è l’opposto della mitologia del rock.
Forse allora tha Supreme ce l’ha tirata – sto scherzando, spero non se la prenda. Però evidentemente scrive cose che coinvolgono tutti, il che vuol dire che col suo computer e il suo smartphone riesce a comunicare qualcosa di attuale. E poi forse ha una casa bellissima e gli amici lo vanno a trovare, fa bene a non uscire, ah ah ah! Poi bisogna esser bravi a trovare l’ispirazione anche da casa, io senza andare in strada faccio fatica. Gigante è una canzone nata a diretto contatto coi carceri minorili napoletani, è a quei ragazzi che dico “Tu sei molto di più di quello che credi e quello che vedi”.

Foto: Riccardo Bagnoli

Gigante è diventata molto velocemente la tua canzone più ascoltata su Spotify come solista. Sai qual è quella dei Litfiba?
Potrebbe essere Il mio corpo che cambia.

Ok, giusto. Ma è un po’ una sorpresa. Come mai non Spirito libero o El Diablo, che l’hanno suonata pure i Metallica?
Negli anni ’90 dei Litfiba ci sono state due fasi. Diablo, Terremoto, e poi Spirito e la fase di Mondi sommersi, l’album che ha aperto al gusto più popolare. Ma non perché l’avessimo calcolato, anzi. Non era previsto. La canzone scatenante fu Regina di cuori, che era l’ennesima love song scritta dai Litfiba, la prima era Elettrica danza del 1983. Complice il fatto che accettammo di fare il Festivalbar, quella canzone divenne una hit pazzesca che non ci saremmo mai aspettati. Già El Diablo aveva venduto mezzo milione di copie ed era stato pubblicato anche in mezza Europa. Ma Mondi sommersi arrivò a un milione di copie, e lì per noi fu un terremoto: quando facemmo Infinito, pur essendo alla massima visibilità, vennero fuori una serie di magagne che, lo dico per la milionesima volta, sono state anche pilotate da fuori. Siamo stati la prima e unica band che ha litigato per colpa dei manager.

Beh, i Beatles non sono finiti per motivi molto diversi.
Ma se le sono giocata dando la colpa alle donne – geniata, ah ah ah! Poi per noi fan ci sono state le versioni più alte, no? “Si sciolgono perché uno vuol fare l’intellettuale e l’altro vuol fare il popolare…”. Comunque Il mio corpo che cambia è una canzone semplice, ma qualcosa nel testo ha colpito l’immaginario ancora più di Regina di cuori. Tra l’altro, volendo potrebbe essere applicata al momento attuale.

È emblematico che la gente ti associ a una canzone sul corpo.
Ah, forse. Sulla copertina dell’ultimo album le mie braccia sono coperte di squame. È un tema che io sento molto, quello della metamorfosi. Che per me significa Kafka, per altra gente è gestire quotidianamente le proprie mutazioni. O negarle.

Parlavamo degli anni ’90. C’è qualcosa che ti manca di quel periodo?
C’era una ingenua speranza nella purezza di fondo del mondo. Per quanto potesse essere puro un periodo in cui avevamo una guerra all’uscio di casa, nei Balcani… Però c’era un impegno che secondo me era sincero, da quello di Erri De Luca che fisicamente andava lì per aiutare, a quello di Pavarotti, che fece una scuola di musica a Mostar col Pavarotti International, a quello delle mobilitazioni contro i summit. C’era la sensazione che si potesse creare un legame tra diversi popoli nel pianeta. Invece qualcuno ha pensato di far crollare le Torri Gemelle di New York e resettare tutto in un clima di guerra globale. Ma sinceramente non arrivo a dire che “mi mancano” gli anni ’90.

Qual è il tuo punto debole?
Forse quello di non essere competitivo. È un mondo competitivo, ma a me non frega un cazzo, se gli altri vogliono viverla così, affari loro, per me porta solo problemi. Per me più si condivide, meglio si sta.

Ma nemmeno la competizione con te stesso, per rimanere su? Una volta mi hai raccontato un aneddoto tra te e Vasco, lui sentiva un po’ di competizione. E non pare che lo abbia logorato.
Io con Vasco non posso che complimentarmi, sta dimostrando una tenuta pazzesca a livello dei Rolling Stones se non di più, se pensi al suo bacino d’utenza cioè l’Italia. In quella storia riaffiora il management. Noi eravamo in fase di ascesa ed eravamo arrivati alla EMI, sua casa discografica di allora. In quel periodo non aveva fatto dischi memorabili, forse era in una fase di calo creativo, può capitare a tutti. Il nostro manager – non lo nomino nemmeno – ebbe la pessima idea di entrare alla EMI dicendo, nota bene trent’anni fa, una cosa tipo “Vasco è vecchio ora ci sono i Litfiba”, cosa che io non mi sarei mai sognato di dire. Tra l’altro io avevo partecipato a un concerto in cui c’era anche lui già nel giugno del 1980: i Mugnions di Firenze, i R.A.F. e Vasco Rossi.

Quindi qualcuno lo aizzò contro di voi.
Ci incontrammo nel 1995 a Vota la voce, presentato da Alba Parietti. Quando Vasco si presentò per fare le prove subito dopo di noi io lo salutai, e lui si mise a ringhiare un po’ (Pelù imita la voce di Vasco, nda): “Eh, questo qui, cioè mi vuol far le scarpe, ti faccio vedere io, ce ne vuole per fare il culo a Vasco, eeeh”. Ci rimasi di merda! Al momento abbozzai, ma la sera andai da lui a chiarire: “Vasco io non ho mai detto niente contro di te, tu fai cose che mi piacciono, altre meno, ma questo è normale”. Lui aveva allentato la tensione e mi disse “Ma sì, non siamo a scuola”, e iniziammo a scherzare. Poi negli anni successivi ogni volta che ci siamo incontrati abbiamo parlato tranquillamente.

C’è qualcosa che dicono di te che ti manda il sangue agli occhi?
Mi sono sempre disinteressato di quel che si dice di me fin dai tempi della scuola, mi faccio scivolare facilmente le opinioni altrui: da decenni mi danno del pazzo, del provocatore, ma se sento che è giusto provocare lo faccio e vaffanculo, se poi ci sono conseguenze da pagare le pago. Poi gli hater ci saranno sempre per tutti, anche quando fai una cosa che in teoria è inattaccabile.

Tipo?
Quando con sacchetto e guanti raccatto la roba per terra, nei luoghi naturali, le spiagge. Qualcuno mi ha ghignato dietro vedendo il personaggio famoso che si china in spiaggia a tirare su la plastica. “Si fa pubblicità, non serve a un cazzo…”. Oh, col Clean Beach Tour abbiamo raccolto più di 7 tonnellate di plastica con centinaia di volontari, persone straordinarie, e con gli amici di Legambiente, WWF, Greenpeace, Fridays for Future. Chi critica queste cose fa mai qualcosa di concreto? Nei giorni scorsi ho fatto un piccolo video per Annalisa Durante e Lea Garofalo. Magari gli hater pensano che non sia sincero, ma quanti sanno di chi sto parlando? Se ho spinto qualcuno a informarsi non è del tutto una stronzata. Non puoi farti fermare dagli hater, loro fanno quello che sanno fare, ma anch’io, e non farei cambio con loro. Se mi fossi preoccupato di quello che pensano di me non avrei nemmeno cominciato a cantare. Quando mandammo il primo provino dei Litfiba alla Italian Records dissero: la band non è niente di che, il cantante fa cacare. Dicemmo: ok. Magari ora quella gente si è pentita un po’, avrebbero fatto qualche soldo con noi.

Bene. Se non ti preoccupa cosa dicono di te, niente ti ha dato fastidio di alcuni recenti articoli su Rolling Stone? Ci sono una recensione di un tuo concerto, e dichiarazioni dei tuoi vecchi amici Federico Fiumani e Giorgio Canali.
Volete che risponda qualcosa? Mi è arrivata voce di alcune frasi di Fiumani, ma non ho approfondito, non ero particolarmente interessato.

Non proprio, è solo per sapere se proprio certe critiche nei tuoi confronti ti sono indifferenti.
Ok. Che hanno detto?

Fiumani ha detto “Pelù è un borghese che gioca alla rivoluzione”. E poi “Con me non è stato molto carino negli ultimi anni” e “La sua ultima partecipazione a Sanremo, dove si è proposto come un buffone (…) Sia il testo della canzone che il suo atteggiamento erano impregnati di falsità, di retorica buonista, di un voler stare sempre dalla parte dei più deboli e salvare il mondo, ma alla fine di cercare solo il proprio tornaconto e di salvare se stesso. È un vero paraculo. Lo è sempre stato, ma ultimamente ha toccato il fondo, per cui mi risulta insopportabile”.
Okay (ridacchia, nda). Devo replicare? Senti, conosco Federico dal 1978 ed è una persona molto portata a vedere il bicchiere vuoto. Io invece lo vedo mezzo pieno. E me lo scolo. Quindi anche se negli ultimi tempi l’ho coinvolto in alcune cose, come la canzone Buchi nell’acqua cinque, sei anni fa, e nonostante io abbia fatto di tutto per averlo come supporter a un concerto dei Litfiba a Firenze, e nonostante lo abbia assecondato in varie sue fantasie, dice che non l’ho mai aiutato, ma sono inesattezze storiche molto importanti. Preferisco Fiumani quando scrive belle canzoni, e non quando usa il mio nome in modo polemico per tornare sulle pagine dei giornali.

Canali invece ha difeso il tuo impegno. In compenso ha detto “Pelù da sempre vuole arrivare al grande pubblico, anche i Litfiba ne erano la dimostrazione. C’è da dire che i Litfiba hanno iniziato a fare dischi di merda, lì non ci piove e ci ridiamo spesso ogni volta che ci vediamo”.
Mi sembra MOLTO strano che abbia davvero detto queste parole. È stato a casa mia la settimana scorsa e abbiamo parlato di tutto tranne che dei dischi dei Litfiba, abbiamo pure abbozzato un pezzo insieme che spero riusciremo a finire. Giorgio è imprevedibile, a me fa incazzare che lui faccia dischi con bellissime canzoni che però sono registrate ed eseguite in maniera approssimativa, e che lui sprechi il suo talento con il piglio scazzato di chi si è rotto i coglioni. Con Giorgio però il rapporto è molto schietto, quindi davvero, non credo possa avere detto che ho riso con lui dei dischi dei Litfiba – anche perché io in quei dischi ci sputo l’anima. Poi possono piacere o non piacere, ma per me sono importanti.

Avrai notato che ho messo le domande spiacevoli alla fine.
Eh… A chi tocca ora?

C’è una persona, e non è un papa, con cui un Primo maggio di tanti anni fa hai avviato un contenzioso risoltosi qualche giorno fa.
Io da lui sto aspettando la querela.

Ma sui giornali ho letto che avete trovato un accordo economico con vincolo di riservatezza. Per capire come funziona un vincolo di riservatezza: tu non puoi più parlare di questa persona e di questo argomento? E se sì per quanto? Per 3 anni, 10 anni, o per sempre? Come funziona?
La risposta l’ho data alla conferenza stampa per l’album, scrivendomi “No comment” sul petto.

Ok, ho afferrato… Ultima domanda: la famosa matita al seggio elettorale.
Guarda che quella cosa era serissima! Subito tutti a ghignare del complottista Pelù, ma se è scritto che si debba usare una matita copiativa, lì non dovevano esserci matite normali portate da casa. Io a votare ci tengo, mi sono fatto anche i chilometri per dare il mio piccolo voto.

Quindi quella non era una matita copiativa?
No! Quello era il punto. E invece l’hanno girata come se avessi detto che le elezioni erano truccate, ma io ho detto semplicemente che in quel seggio di Firenze c’erano matite non legali, mi sembrava giusto dirlo, cazzo: è il voto delle persone.

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