Piero Pelù: «La pandemia ha colpito un sistema marcio, non so come ne usciranno i creativi» | Rolling Stone Italia
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Piero Pelù: «La pandemia ha colpito un sistema marcio, non so come ne usciranno i creativi»

Con ‘Spacca l’infinito’, a metà tra biografia e saga famigliare, il cantante racconta concerti, dischi e amori, con una costante: rimanere in piedi. Gli abbiamo chiesto come riuscirci in un periodo così difficile

Piero Pelù

Foto: Riccardo Bagnoli

Uno dei motivi per cui credo che molti musicisti scrivano memorie è per riempirle di pettegolezzi, “non-visti” e retroscena di quanto avviene da dietro il palco in poi. Ecco: Spacca l’infinito, il romanzo autobiografico di Piero Pelù, in uscita domani per Giunti, è un’eccezione che non segue la linea, perlomeno stando a sentire il frontman dei Litfiba. Che, mi dice, non si ritiene neanche una di quelle star da ammirare dal buco della serratura, «anzi vale la pena sempre stare lontani da quelli così, perché col tempo ho capito anch’io quanto la narrazione intorno a loro sia artificiosa».

Certo è vero che il libro è un’esperienza intima e atipica, che ripercorre la storia sua e della famiglia dalla fine dell’Ottocento – le guerre, il fascismo, l’alluvione del 1966 – fino alla Firenze degli anni ’80 da lui vissuta in prima persona, passando poi ai concerti, ai dischi, gli amori, la strada e il resto. Dal collettivo al solitario, con un dialogo costante col sé bambino a tenere il filo. Ma sempre con un profilo basso, parecchio concreto e poco mistico, in cui l’unico elemento per far saltare il banco è, banalmente, l’avercela fatta, a realizzare ‘sto benedetto sogno di vivere con la musica. Per il resto, è il ritratto lineare di uno che da quarant’anni vive sulle montagne russe (al top: 17 Re; in fondo: certa carriera solista), ha scritto dischi bellissimi e altri più deboli, è stato così a lungo al passo con le mode (la dark, la new wave, il grunge) che alla fine gli è stato riconosciuto come talento e che, soprattutto, non si è mai tirato indietro dal prendere posizione. Sempre da operaio del rock, sicuramente più umano e impegnato e arguto di quanto la sua versione à la El Diablo, così celebre, volesse lasciar trasparire.

Le costanti di queste pagine: rimanere in piedi, crederci sempre e il viaggio. Tant’è che per gran parte sono state scritte nell’unico momento di clausura, «durante il primo lockdown», precisa. «Ero frustrato, e mi sono messo a pensare di ciò che ho vissuto finora e a ciò che mi porto dietro con le mie radici».

Cosa ne è venuto fuori?
Un quasi-romanzo di formazione, in cui da un lato ci sono la strada, la vita, ovviamente la musica, e dall’altro il racconto della famiglia. Ho trovato in lei storie tipiche del Novecento, credo che le condividiamo in molti: per esempio, un nonno che ha combattuto la Grande guerra, e che a me personalmente ha trasmesso il pacifismo; e un altro che aveva aderito al fascismo.

Ecco, quest’ultima cosa come l’hai vissuta?
L’ho scoperta tardissimo, praticamente da adulto. Fa parte di ciò che le famiglie tengono nascosto, per il dolore. Ma del resto tutto ciò che è successo dopo l’8 settembre 1943, è una storia di sofferenza, e la nostra non fa eccezione. Il problema è che di quei tempi è stato esorcizzato il male in sé, com’era pure istintivo fare, mentre il fascismo vero e proprio non è mai stato preso di petto, affrontato, capito. Insomma: il contrario di quanto è avvenuto in Germania con il nazismo.

E che significa questo?
Che adesso la destra tedesca è Merkel, a segnare un abisso clamoroso per idee, modi in cui vengono esposte e toni con la nostra destra, di cui mi spaventa il ritorno. Vedo parallelismi inquietanti fra la fine della Prima guerra mondiale e la spagnola – che misero l’Europa in ginocchio favorendo i totalitarismi e i conflitti che ne seguirono – e la situazione di oggi. L’antidoto è uno: conoscere la storia. Però Spacca l’infinito non ha pretesa di colmare le lacune che la cultura imperante – di destra e di sinistra – porta avanti esorcizzando e mai capendo il fascismo. Ma del resto è un viziaccio italiano, questo. Che si ripercuote ovunque, persino nel mondo della musica, in cui non siamo in grado di elaborare quello che di buono o di cattivo è stato fatto e finiamo col dimenticare i grandi ed esaltare a dismisura gli altri.

Ok, però tu in questo contesto sei sopravvissuto alla grande: come si resiste quarant’anni nella musica italiana?
Evadendo dalla sua stessa gabbia. E viaggiando, tanto. La nostra fortuna è stata capire, già nel 1983, che dovevamo uscire dai confini, e così andammo in tour in Francia. Era il mio obiettivo dall’inizio, e portò alla nascita di esperienze e contatti che sono tornati negli anni, e che ci hanno arricchiti a livello culturale e direi pure interdisciplinare. Tra l’altro, ai nostri concerti c’erano francesi, belgi, tedeschi e pochi emigrati italiani.

Però, a parte esempi virtuosi come voi, la nostra musica non è molto propensa ad andare all’estero.
Sono stati persi i treni per farlo. Nel libro racconto di una ragazza francese che studiava belle arti a Firenze a cui diedi una cassetta con i primi provini dei Litfiba dicendole di vedere se da lei si muovesse qualcosa. Qualche anno dopo quella stessa ragazza mise in piedi un ufficio che, insieme al Ministero della cultura francese, intercettava le novità musicali del loro mercato per farle crescere, banalmente fornendo strumenti tecnici. Questo ha permesso ai loro artisti di elaborare progetti internazionali, da alti livelli. Qui invece non è mai partito niente di tutto ciò, tranne che in Puglia dove ancora c’è l’eco del lavoro fatto da Nichi Vendola negli anni Zero. Ecco: solo loro, da noi, sanno intercettare i fondi europei per costruire scuole di musica e di cinema, per esempio.

L’abbiamo visto con la pandemia: la cultura in Italia non viene considerata.
Sì, la gestione di questi mesi è stata l’ennesimo esempio di un modo di pensare tutto italiano, per cui: ok le grandi compagnie, ma il resto del mondo dello spettacolo non conta un cazzo. Non voglio immaginare in che condizioni ne usciranno i creativi e, in generale, i giovani. Siamo un Paese vecchio, che ha bisogno di rinnovarsi. Ma il sistema era marcio da tempo e la pandemia ne ha colpito i difetti uccidendo quel poco di futuro che c’era ancora. Ora mi aspetto un crollo delle nascite: chi avrà il coraggio, con così poche garanzie, di mettere al mondo un bambino? Per non parlare della morte: sono diminuiti gli screening tumorali; ora, mi gratto i coglioni anche se non serve a niente, ma anche da quel punto di vista dobbiamo prepararci al peggio. Comunque sono conseguenze ovvie di anni di privatizzazioni: per fortuna ora i medici lo stanno dicendo, di tornare alla sanità pubblica. Vedremo, mi dispiace perché vedo che all’estero è tutto meglio.

Sicuro?
Sì, l’ho scoperto viaggiando e non a caso è uno dei temi ricorrenti di Spacca l’infinito. Per capirci: viaggiare non significa andare nel Club Méditerranée del cazzo, ma mischiarsi coi mercati, la gente del posto e la loro cultura. Ed è stato così che ho scoperto quanto siamo arretrati, e come stiamo rovinando i giovani. Ribadisco: negli ’80, in tour per l’Europa incontravo pochissimi italiani; ci sono tornato nel 2011 e ho trovato solo cervelli in fuga. Ovviamente incazzati con l’Italia.

Un’altra costante di Spacca l’infinito è il rapporto col te bambino.
L’anima bambina è ciò che ho coltivato in questi anni, contro tutti e tutti. Famiglia, scuola, lavoro e in generale società obbligano ad ammazzare la parte naïf. Ma essere bambini significa coltivare curiosità, e vivere le cose come fosse la prima volta e non l’ultima, anzi.

Racconti anche dell’adolescenza, e di come ti sentissi estraneo da tutti. Alla fine dei ’70, c’erano quelli di sinistra impegnati, i neofascisti, gli ultras che sceglievano la violenza da stadio…
E persino il cattolicesimo esasperato, chiuso, terribile. Era un mondo diviso in tribù. Io ero fuori dal coro, non mi identificavo con nessuno e non è stato facile, nel senso che mi sono beccato tanti epiteti pesanti da tutti i lati della barricata. Mi gridavano: da una parte fascista, perché mettevo il giubbotto nero di pelle; da un’altra comunista, perché avevo idee troppo collettive; e da un’altra ancora anticomunista, perché criticavo i totalitarismi. Queste critiche sono rimaste negli anni, evidentemente perché sta sul cazzo che qualcuno possa dire ciò che pensa a prescindere dal calcolo di interesse, che io non mi sono mai fatto.

Certo venire su come musicista nella Firenze degli anni ’80 fu anche una salvezza, no?
Ero nel posto migliore d’Italia, perché al di là delle tribù trovai i fricchettoni, la controcultura, i primi locali gay. La Firenze di allora è stata un’esperienza pazzesca, underground, ma di cui le istituzioni non hanno capito minimamente il potenziale. Anzi, l’hanno disperso. E oggi siamo una città fantasma. Che rimane di quegli anni? Il Rock Contest, Contempo (che comunque è un privato) e poco altro.

Litfiba, Tetralogia degli elementi tour, luglio 2015, Piero Pelù, Ghigo, live, concerto, Torino, Gru Village, foto, gallery, Daniele Baldi

Litfiba, Tetralogia degli elementi tour, luglio 2015, Piero Pelù, Ghigo, live, concerto, Torino, Gru Village, foto, gallery, Daniele Baldi

In un’intervista qui su Rolling Stone, Ghigo ha detto che dei due tu sei quello dei compromessi col nazionalpopolare. Mi pare che per te questo non sia mai stato un problema, o sbaglio?
Io sono musicista a 360 gradi: non mi sono mai posto limiti, perché o sei un artista (e quindi lo sei a tutto tondo) o sei un musicista di genere. E a me questo non interessa, al limite vorrei essere un musicista de-genere (ride). Ho una cultura ampia, ascolto Brian Eno come Mahmood e come i Led Zeppelin; non riesco a non assecondare tutto quello che di musicale mi si affaccia di fronte. In sintesi: non guardo il genere in sé, ma l’intelligenza con cui quel genere viene portato ai massimi livelli.

Hai rimpianti nel tuo rapporto con la musica?
Essere arrivato tardi agli studi. Per un chi fa questo mestiere, è fondamentale iniziare presto. Ma la mia famiglia, per esempio, non ha intercettato subito la mia predisposizione a suonare e un po’ mi spiace, perché crescendo si diventa meno ricettivi, più pigri e in sostanza si impara meno bene, come è successo a me. Se avessi studiato di più e prima, avrei una conoscenza più completa della musica. Mia moglie Gianna invece è così, e tieni conto che spesso mi aiuta quando non mi torna qualche armonia. Per me, la parte istintiva rimane fondamentale nel lavoro. Ma sento sempre che mi manca qualcosa, sì.

Nel libro lo scrivi: avresti voluto fare il liceo artistico.
E invece mi sono rotto i coglioni su Dante e l’Odissea (ride). Che poi: li ho odiati sui banchi di scuola ma dopo li ho riscoperti, persino amati. Ripeto: la mia formazione è multidisciplinare; il teatro è fondamentale, Arlecchino è un maestro al pari di Iggy Pop e Dario Fo. E questo aspetto in Francia fece apprezzare tanto il mio personaggio. Qui in Italia, figurati, non l’ha mai notato nessuno.

Ma alle critiche che ricevi, quanto ci pensi?
Negli anni si è scritto di tutto, tonnellate di cattiverie comprese. Però: che cazzo me ne frega? Io voglio fare l’artista, devo pensare al mio percorso. E in un percorso possono esserci passaggi meno riusciti, amen. Non è l’insuccesso che ti rovina.

E allora cos’è?
Quando manca la creatività. Però la chiave è coltivarla sempre e, appunto, a 360 gradi. Non a caso amo teatro, mimo, cinema e musica pop, rock, hard rock, metal. È dalla multiculturalità che nascono le idee migliori e il mio lavoro è ibrido per definizione, altro che chiusura. Esempio: l’orchestra creata da Barenboim con israeliani e palestinesi. La musica deve veicolare messaggi.

Quali sono le battaglie più urgenti?
Per la cultura, creare qualcosa di moderno in questo Paese di vecchi. E lo stesso vale per l’ambiente, in realtà, che è il vero punto fondamentale del nostro tempo, perché ne vale la salute nostra e del pianeta. Ora c’è un nuovo ministero, spero non vengano fuori i soliti trabocchetti micidiali per impedire la svolta ecologica. Una rivoluzione è essenziale. Però chissà…

Stai diventando cinico?
Le rivoluzioni culturali e civili non sono mai facili, vengono ghettizzate; bisognerà ripartire dai giovani, e la scuola deve giocare la propria parte nell’educazione. Voglio avere ancora fiducia nell’intelligenza dell’essere umano. Anche se ultimamente l’Italia mi sta facendo ricredere anche su questo.

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