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Phoenix, la dance malinconica della “bande à part”

Thomas Mars racconta 'Alpha Zulu'. I Phoenix l'hanno registrato di notte al Louvre, sentendosi come in un film di Godard. L'intervista e un servizio fotografico on the road negli Stati Uniti, in attesa di vederli a Milano il 18 novembre

Phoenix

Foto: Shervin Lainez

La prima cosa che ti viene da pensare mentre chiacchieri con Thomas Mars è quanto sia così incredibilmente… francese. Sarà l’inglese pesantemente accentato stile ispettore Clouseau (benché viva da anni a New York, dove ha messo su famiglia con la moglie Sofia Coppola), sarà la faccia da furetto o il tono vagamente blasé nelle risposte, per quanto cordiali e articolate, ma uno così non puoi che immaginartelo come frontman di una delle band simbolo del French touch.

Per giungere al culmine della francesità mancava solo di incidere un disco dentro il Louvre, ed è esattamente quello che i Phoenix hanno fatto. Per la precisione nelle sale del Musée des Arts Decoratifs, tra un trono di Napoleone e un Mondrian. In piena pandemia, Thomas e soci hanno colto al balzo la generosa opportunità offerta dalla municipalità parigina, registrando (e sostanzialmente scrivendo in presa diretta) il loro settimo album in una carriera ormai lunga 25 anni.

Nato in mezzo a tanta bellezza, Alpha Zulu non è un capolavoro – la freschezza dell’esordio United e la brillante maturità compositiva di Wolfgang Amadeus Phoenix restano lontane – ma è comunque un esperimento interessante e nel complesso un buon disco, che scorre piacevolmente mescolando ritmi sintetici, flussi di coscienza verbali, la consueta scanzonatezza (giusto un po’ più composta, vista l’età) del gruppo e a tratti una certa tristezza di fondo. La definizione dance malinconica non è il massimo dell’originalità, ma a Thomas piace e annuisce con una risata.

«Sì, è giusto. In effetti tutto l’album è incentrato sulla contraddizione: ottimismo e angoscia per i tempi che stiamo vivendo, serenità e senso di perdita, bellezza del passato e futuro distopico. I temi possono essere tristi e la musica no, e viceversa. Ma in generale è un disco figlio della situazione ambientale molto particolare in cui è stato creato, quello che volevamo era riflettere con le canzoni le emozioni che ci attraversavano mentre eravamo lì a suonare».

E com’è che vi siete ritrovati lì a suonare?
Si è trattato di un’offerta che non potevamo rifiutare (sorride). Allora, devi sapere che a Parigi in questo momento si vive proiettati interamente sulle Olimpiadi del 2024, la città è un immenso cantiere, ovunque vai vedi solo impalcature. Con tutti questi lavori in corso, alcune aree sono inagibili e chiuse al pubblico, e quindi diverse istituzioni stanno affittando i loro spazi ad artisti di varia estrazione. L’obbiettivo è da un lato monetizzare e dall’altro dare la possibilità di fare arte in contesti diversi. Quando ci è stato proposto di registrare un disco al Louvre non ci abbiamo pensato due volte. Quando ci ricapita un’occasione simile? Poi per me il Louvre è un luogo magico, da ragazzino abitavo a cinque minuti da lì e ci passavo davanti tutti i giorni quando andavo a scuola. Anche in passato abbiamo sempre cercato location particolari per lavorare sui nostri dischi, siamo stati anche in una stazione radio in disuso dell’ex DDR a Berlino. In questo caso è stata una esperienza incredibile. Eravamo in pieno lockdown, il museo era chiuso e noi potevamo accedervi solo di notte, tra l’altro dovendo fare un giro lunghissimo. Per cui camminavi al buio in mezzo a tutti questi capolavori, ci sentivamo come i protagonisti di Bande à part di Godard. Pensa che figata, però, avere le chiavi del Louvre.

Il 9 settembre alla Radio City Music Hall di New York

Immagino. Però pensandoci bene un museo è non solo un luogo in cui l’arte viene conservata ma anche quello dove viene in qualche modo definitivamente separata dalla contemporaneità. Mi chiedo se c’è dell’ironia nel volersi presentare, appunto, come pezzi da museo…
Ah ah, in un certo senso sì. Come dicevo prima è un disco che gioca sui contrasti. Ma non c’è un concept preciso dietro, serio o ironico che sia. Soprattutto è la celebrazione di quel momento particolare in cui ci siamo ritrovati tra un lockdown e l’altro, come persone tornate da un esilio che poi hanno dovuto tornarci, in quell’esilio. Tuttavia, in mezzo a tutta quella distopia, siamo riusciti a creare qualcosa che, mi auguro, possa anche servire a dare una spinta per ricominciare.

Parlando di musei, cosa pensi di questa nuova forma di protesta con gli attivisti della lotta ai cambiamenti climatici che tirano passate di pomodoro addosso ai quadri?
Mah, sono combattuto. Il riscaldamento globale è probabilmente il tema più importante che ci sia, è giustissimo richiamare l’attenzione sull’argomento e pungolare i governi, però che colpa ha Monet? (Ride) Non lo so. Capisco la generosità e l’incoscienza dei giovani, e so perfettamente che chi compie questi raid ha ben chiaro il fatto che ci sia un vetro davanti alle opere, che a volte non sono neanche quelle originali, ma mi pare che alla base ci sia un po’ lo stesso concetto del clickbaiting. Se alla fine si parla più di una zuppa gettata su un quadro che del collasso climatico, lo scopo si perde. Comunque i musei spesso attraggono atti di violenza e di rabbia. Forse è perché sono percepiti anche come luoghi di potere, oltre che di bellezza.

Coi Porches, che hanno aperto il tour nordamericano

Torniamo al disco. È anche, dichiaratamente, un omaggio a Philippe Zdar (metà dei Cassius, maestro del French touch anni ’90 nonché produttore e collaboratore dei Phoenix fin agli inizi, scomparso nel 2019). Che ricordi hai di lui?
Ho il ricordo di un uomo carismatico e pieno di talento. Ci ha insegnato tanto. Non era solo un producer, era un artista totale pieno di curiosità nei confronti della musica e del mondo. Veniva dalla techno ma produceva anche artisti hip hop come MC Solaar. Quando facemmo il nostro primo disco, United, arrivò alla fine a raddrizzare la situazione perché noi non sapevamo letteralmente da che parte andare, ci avevamo messo dentro troppa roba. Il suo mix diede un senso e una direzione al disco, e da allora ho sempre avuto questa immagine di Philippe come di un cavaliere in armatura che arriva a salvarti. Aveva una conoscenza sterminata della musica e una curiosità senza limiti. Mi piace pensare che da qualche parte stia ascoltando il disco nuovo e ne sia orgoglioso.

L’eclettismo e la curiosità, del resto, sono caratteristiche che vi definiscono da sempre…
Decisamente, ma questo nasce dalla frustrazione che provavamo da teenager quando vedevamo che la musica veniva sempre etichettata e divisa in generi. Così ti ritrovavi a discutere con gente che ascoltava solo rock, o solo rap, o solo elettronica, e insomma era una noia assurda. Le nostre collezioni di dischi erano eclettiche, ci potevi trovare i Kraftwerk, Herb Alpert, Curtis Mayfield o i My Bloody Valentine. Ehi, è tutta musica figa, perché fare differenze? Per cui la voglia di unire suggestioni diverse l’abbiamo sempre avuta, e anche con Alpha Zulu abbiamo cercato di fare un disco-Frankenstein, per così dire.

Un album come Ti Amo però era esplicitamente ispirato a un genere particolare, l’Italo-disco…
Non solo, era proprio un omaggio all’Italia in generale. All’estetica italiana, meglio.

A Los Angeles, California, il 5 ottobre per il ‘Jimmy Kimmel Live’

Cosa ascolti in particolare, di musica italiana?
Ti stupirà, forse, ma una delle cose più incredibili che abbia mai ascoltato è il coro della SAT (la Società degli Alpinisti Tridentini, nda). Sono canti folk di montagna, con armonie e arrangiamenti vocali pazzeschi. Mi piace molto Giorgio Poi che è venuto in tour con noi, e artisti indie pop come Calcutta. È sempre bellissimo scoprire cose con le quali non sei cresciuto, che appartengono a un’altra cultura. Anche se da piccolo guardavo sempre il Festival di Sanremo, le edizioni fine anni ’70 primi anni ’80. Ah, e poi naturalmente Lucio Battisti. Un genio totale, purtroppo poco conosciuto fuori dall’Italia.

Le poche volte in cui ho visto citare Battisti sulla stampa inglese veniva sempre definito come il Gainsbourg italiano, e non riesco a pensare a due artisti più diversi…
Infatti! Avevano pochissimo in comune, se non la genialità negli arrangiamenti e la capacità di spiazzarti con i testi, nei quali c’è sempre un cambio brusco di prospettiva che trovo fantastico (è così ispirato in questa apologia battistiana che non ho cuore di fargli notare che i testi non li scriveva lui, nda).

Dallas, Texas, 13 ottobre 2022

I Phoenix si tende sempre ad associarli a un’immagine ben definita: gioventù, party, fashion, clubbing, insomma quel tipo di mondo. Oggi che avete tutti un’età a mezza strada tra i 40 e i 50 ti ci ritrovi ancora in quell’immaginario?
No, non lo sento più e forse non mi ci sono mai davvero trovato a mio agio. Le prospettive ovviamente cambiano, puoi anche continuare a fare musica dance ma invecchiare inevitabilmente ti fa assumere un altro sguardo sulle cose. C’è questo mito fondante del rock’n’roll che ha a che fare da un lato con l’eterna giovinezza e dall’altro con la consapevolezza che invece di eterno non c’è nulla e quel momento magico prima o poi finisce. Una tensione molto romantica, se ci pensi. Quando guardo a band come i Kraftwerk o i New Order vedo gente che è riuscita a fare grandi dischi ben oltre la giovinezza, e quando sono stato a concerti di João Gilberto e Leonard Cohen ho proprio pensato che mi facevano venire voglia di diventare vecchio, se invecchiare significa fare arte in quel modo. D’altra parte, quello che resterà di noi come band sono i dischi. Saranno quelli l’eredità che lasceremo al mondo, per questo ci passiamo sempre così tanto tempo sopra. Vogliamo che reggano in futuro. Come musicista non riesco a non pensare in termini di album. So che oggi la tendenza va da un’altra parte, ma io continuo a adorare l’album. Per me è e rimarrà il format ideale. È ciò che mi ha insegnato ad amare la musica, e allo stesso tempo è ciò che mi definisce come artista.

I Phoenix saranno il 18 novembre 2022 all’Alcatraz di Milano

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