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Peter Hook racconta ‘Closer’: «È il disco proibito dei Joy Division»

Il secondo album della band inglese compie 40 anni. Il bassista racconta le session col produttore Martin Hannett, la personalità e la malattia di Ian Curtis, il senso di colpa per la sua morte

Foto: Martin O'Neill/Redferns

«I Joy Division sono stati un’esperienza breve e armoniosa, ecco perché le persone ne volevano di più. Il mito del rock è particolarmente evocativo per i giovani che si trovano a capire cosa fare della propria vita: Ian era molto bravo a parlare a queste persone. Lui e la musica, certo, non dovrei minimizzare la musica». Lo dice Peter Hook, collegato via Skype dalla sua casa inglese. Hook era il bassista dei Joy Division, è stato poi membro dei New Order e oggi guida il progetto Peter Hook and The Light col quale porta in giro le canzoni dei due gruppi. Lo abbiamo chiamato per provare a fare chiarezza sui lati più oscuri dei Joy Division nel quarantesimo anniversario della pubblicazione di Closer, il secondo (e ultimo) album del gruppo che il 17 luglio sarà riedito in vinile, cui faranno seguito tre dei più noti singoli della band, Transmission, Atmosphere e Love Will Tear Us Apart.

Proprio in questi giorni, Hook sta leggendo un libro sui Doors dove è tracciato un parallelismo tra la brevità della vita di Jim Morrison e l’effetto duraturo della suggestione su musica e cultura, una riflessione valida anche per i Joy Division. Closer esce postumo nel 1980: Ian Curtis si toglie la vita prima della partenza per il tour negli Stati Uniti, che avrebbe (forse) suggellato la fama del gruppo in modo definitivo. Da questo momento in poi, Closer assume dei connotati sinistri, a presagire tutt’altro che una fama imperitura. «La cosa interessante del celebrare quarant’anni di Closer è che per me è stato l’album proibito dei Joy Division», dice Hook. Da poco più che ventenne, si è goduto la produzione del disco di esordio, Unknown Pleasures, ha assaporato il successo, gli incontri con la stampa, i concerti gremiti, vicende che, per dei giovani musicisti in difficoltà, rappresentano il sogno più ambito. Dopodiché… «Dopodiché siamo arrivati a questo difficile secondo album, combattendo contro la malattia di Ian Curtis. Una volta scomparso lui, in qualche modo anche Closer è morto, e così Love Will Tear Us Apart: nessuno di noi aveva niente a che fare con questi dischi, con nessun sentimento celebrativo nei confronti del loro successo». E così, Peter Hook non ha ascoltato l’album per circa un lustro.

Foto: Getty Images

Closer rappresenta una rottura: la band lascia Manchester per occupare i Britannia Raw Studios di Londra (quelli dei Pink Floyd), dove hanno in programma anche diversi concerti. Lavorano la sera su precisa disposizione del produttore Martin Hannett e proprio da lui scaturisce una rivoluzione: il ricorso massivo alla tecnologia. Le potenzialità di Ian, tratto distintivo della band con i testi intimi, intensi e la vocalità ipnotica, raggiungono livelli che vanno ben oltre quelli dell’esordio discografico. Hannett collega tastiere e i primi computer, riuscendo a concepire melodia e ritmo su strumenti diversi dal solito. In Isolation, ad esempio, il ritmo è dettato proprio dalle tastiere. Anche questo contribuisce a rendere inossidabile il disco e anzi, si potrebbe ipotizzare, a gettare un ponte di continuità tra un’epoca prevalentemente analogica e quel futuro in cui il digitale è parte integrante della musica.

«Durante le produzione di Unknown Pleasures», ricorda Hook, «eravamo giovani, punk, pieni di piscio e bile e volevamo gridarlo al mondo. Martin ci ha portati a un altro livello di complessità musicale. E una delle ragioni per cui siamo qui, seduti a parlare della musica dei Joy Division in questo momento, è proprio lui. Per la sua produzione, perché se avessimo prodotto noi il disco, avrebbe suonato come Never Mind The Bollocks o The Clash. Avrebbe perso molto del suo mistero, della sua atmosfera e parecchio del suo potenziale».

Durante le session di Unknown Pleasures Hannett costringe i Joy Division a creare due nuove canzoni, diventate poi From Safety to Where e Autosuggestion, poiché non ritiene sufficienti quelle portate in studio. «Non è stato gentile quanto te», dice Hook, ridendo. «Ha detto che le migliori tra le nostre canzoni erano una merda. Era molto prepotente e quando siamo arrivati ​​a Closer il suo atteggiamento non è cambiato. Bernie e io abbiamo fatto di tutto per partecipare alla produzione e questo lo ha mandato fuori di testa. C’ero io seduto da un lato, Bernie dall’altro e lui nel mezzo. Ogni volta che suggerivamo qualcosa era come se lo stessimo pugnalando alla schiena. Quel che abbiamo fatto, devo dire, non era di mio gusto: Closer non era come immaginavo i Joy Division, eppure ha fatto un lavoro fantastico».

Che cosa rendeva Ian Curtis e gli altri diversi dalle band post punk che affollavano Manchester in quegli anni? «Se potessi spiegartelo, sarei un uomo ricco», ride Hook «Sai, la cosa più strana dei gruppi è la chimica. La chimica parte sempre molto potente, poi diventa inevitabilmente tossica e distrugge ciò che ha resto speciale in un primo tempo. Ora, i Joy Division sono stati fortunati perché non sono mai arrivati a questo punto. Penso che i New Order, che hanno cambiato la musica, abbiano perso molto del loro fascino a causa della tossicità tra i suoi membri che, ancora oggi, discutono soprattutto di denaro. A nessuno piace sentire queste cose, tolgono tutto il mistero e il piacere di ciò che è stato».

Il potenziale del gruppo si scontra con un problema che, ben presto, interferisce nella vita quotidiana tanto quanto in quella artistica della band: l’epilessia di Ian Curtis. Il cantante minimizza le sue condizioni, ma Hook ricorda, tra i tanti episodi, uno in particolare durante le session di Closer. Curtis si allontana per andare in bagno, ma non torna. «Ha avuto un attacco, è inciampato e si è spaccato la testa sul lavandino. Era lì, coperto di sangue, ci siamo presi cura di lui. Abbiamo provato a portarlo in ospedale, ma si è rifiutato di andarci, quindi lo abbiamo ripulito ed è tornato subito nel maledetto studio. Oggi, guardando indietro, puoi solo desiderare che non si fosse spinto così in là. Nessuno di noi saprà mai cosa è successo quella notte (in cui si è suicidato, ndr) e, cosa lo abbia guidato all’estremo, anche se tutti abbiamo le nostre teorie. E nessuno saprà mai che cosa sarebbero diventati i Joy Division».

Facile quindi capire come scaturisca una sorta di senso di colpa. «Devo ammettere che, tornando al 2010, quando i New Order si sono sciolti e ho iniziato a suonare i Joy Division, con grande fastidio degli altri, la cosa strana era che Unknown Pleasures era molto facile da interpretare. Quando sono arrivato a Closer sentivo un senso di colpa anche solo nel prendere in considerazione di suonarlo. È stata una sensazione molto strana, ma in realtà è stato meraviglioso poter poi riprendere l’album nella sua interezza. Mi sentivo davvero come se dall’ultima volta che l’avevo affrontato fosse tornata un po’ di luce in quelle tremende ragioni che me ne hanno tenuto lontano».

Quando con Peter Hook & The Light si trovava a Genova, il bassista è andato al cimitero di Staglieno, dove è stata scattata la foto di Bernard Pierre Wolff diventata la copertina di Closer. A quanto pare, sulla possibile ristampa del disco, Hook aveva già qualche idea, che tuttavia non sembra essere stata ascoltata: «Quel posto è incredibile: è come se fosse uscito da un film, persino troppo perfetto, troppo meraviglioso per essere un cimitero e pensavo avremmo fatto qualche nuova foto. Ma devi aprire la bocca per assicurarti che le cose accadano. Comunque, non importa: il fatto che siamo ancora qui a celebrarlo è la cosa migliore, e probabilmente questo disco sarà qui molto tempo dopo di me».

In una delle prime recensioni di Closer, sulla rivista musicale Sounds, Dave McCullough paragonava Isolation a La metamorfosi di Kafka. Simon Reynolds, nel suo Post Punk, riflette su come il gruppo abbia in qualche modo assorbito il dolore di Ian per scolpirlo tra i brani, trascinando l’ascoltatore direttamente nella sua testa. Insomma, tra letteratura e psicanalisi, sembra che in Closer risiedano valori universali. «Molti giornalisti hanno ravvisato nei testi la storia di ciò di cui Ian soffriva. Credo però che il maggior contributo sia stato lui in persona: era il tuo più grande alleato e, se commettevi un errore, arrivava a darti una pacca sulla schiena e incoraggiarti. Se avessi un penny per ogni volta che Ian Curtis mi ha detto quanto saremmo stati grandi e di successo in ogni Paese del mondo, sarei un uomo molto ricco. Era un grande fan di Joy Division, pensava che fossimo il meglio del meglio e non potevi fare a meno di crederci. Ripensandoci ora, credo che non volesse farci soffrire, voleva solo dirci la cosa che più desideravamo sentire, che stava bene. E tu, un ragazzo di 23 anni, gli credevi. Combatteva la sua malattia e, allo stesso tempo, la negava».

«Rispetto a Unknown Pleasures, in Closer è presente più disagio rispetto alla malattia di Ian e al fatto che dovevamo prenderci cura di lui. Penso che questo abbia avuto effetto sulla musica, tanto quanto sui testi. Ho sempre evitato di leggerli, devo ammettere che li ho adeguatamente considerati nei dettagli solo quando ho dovuto cantarli. E, di nuovo, non c’è stato modo di evitare il senso di colpa».

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