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Peter Doherty non è mai stato così vivo

Le canzoni di ‘The Fantasy Life of Poetry & Crime’ con Frédéric Lo, la disintossicazione dall’eroina, il fascino per gli artisti maledetti, la paura di sentirsi «vecchio e grasso», Morrissey: l'intervista

Pete Doherty e Frédéric Lo

Foto: Nicolas Despis

«Perché, è ancora vivo?». Quando si parla di Peter Doherty è questa la reazione più frequente, del resto è da anni che il songwriter britannico finisce sui giornali più per vicende legate ad abusi di droga e simili che per la sua musica. Un peccato, considerato che il chiacchierato cantante e chitarrista di Libertines e Babyshambles non ha mai smesso di sfornare musica, non solo con le sue band, ma anche da solista e con i Puta Madres, dimostrando di avere talento da vendere.

Ora lo ritroviamo impegnato in un nuovo progetto, un disco realizzato a quattro mani con il produttore e compositore francese Frédéric Lo, The Fantasy Life of Poetry & Crime, in uscita il 18 marzo per Strap Originals. I due lo hanno scritto a Étretat, in Normandia, dove Doherty si è trasferito durante la pandemia assieme alla compagna Katia De Vidas, oggi sua moglie. Frédéric firma le musiche, Peter i testi, e il risultato sono 12 canzoni ispirate e affascinanti, in bilico tra nostalgia e romanticismo, miscela di elementi di musica classica, arrangiamenti orchestrali con rimandi alla chanson anni ’60, echi di Brel e Scott Walker, gusto da colonna sonora e tanto amore per il brit pop e gli Smiths. Una cornice elegante per la voce carezzevole e il cantato sghembo di Doherty, oltre che per i suoi testi pregni di poesia e spirito bohémien.

Lo abbiamo contattato alcune settimane fa – di guerra in Ucraina ancora non si parlava – per farci raccontare la storia di questo sodalizio artistico, coinvolgendo nella prima parte dell’intervista anche il suo compare francese.

Com’è nata questa collaborazione?
Peter Doherty: Tutto ha avuto inizio una mattina di primavera, all’inizio della pandemia. Da quando vivo in Normandia è quasi impossibile raggiungermi, non ho cellulare, ma Frédéric è riuscito a entrare in contatto con me per propormi di registrare con lui la cover di un brano del cantautore francese Daniel Darc, per un album in suo omaggio. Il pezzo s’intitola Inutile et hors d’usage ed è piuttosto malinconico, oltre ad avere un testo brutalmente onesto: ho accettato subito. Un giorno è successo che in un momento di pausa Frédéric si è messo a suonare la chitarra accennando un riff che mi ha colpito. «Cos’è?», gli ho chiesto. Mi ha risposto che era solo una nuova idea per una canzone, ma che gli mancava il testo. Ero così affascinato da quello che avevo sentito che mi sono offerto di buttarne giù uno io, e l’ho fatto: hai presente Yes I Wear A Mask? (si mette a cantare, nda), quello è stato il primo brano. Da lì ci siamo organizzati per passare del tempo assieme a Étretat e provare a scrivere qualcos’altro. Ed eccoci qui, abbiamo registrato un intero album.

Frédéric, tu perché avevi scelto Peter per quel disco di cover?
Frédéric Lo: Ho lavorato come co-autore e produttore su tre album di Darc, lo conosco bene, è un amico. Negli anni ’80 cantava in una band new wave, i Taxi Girl, al suo fianco c’era Mirwais, uno che dal 2000 in avanti ha lavorato come produttore su quattro dischi di Madonna, tra cui Music. Per l’album in suo omaggio avevo già coinvolto personaggi come Jane Birkin e Michel Houellebecq. Se ho pensato di fare entrare Peter nella squadra è perché amo il suo primo disco solista, Grace/Wastelands: per me è un capolavoro; Salome, giusto per fare un esempio, è un pezzo straordinario. A questo si è aggiunto il fatto che tra lui e Darc avevo colto molte similitudini, sia nella poetica, sia nello stile di vita. Quando poi gli ho fatto sentire il pezzo che volevo rivisitasse con me si è emozionato così tanto… Era il luglio 2020 quando sono andato a trovarlo in Normandia la prima volta, non ero esattamente uno sconosciuto per lui, ci eravamo incrociati una volta prima di allora, in studio con Stephen Street, produttore già al fianco degli Smiths e dei Blur, durante una session di registrazione dei Babyshambles.

Leggere nei crediti che per The Fantasy Life of Poetry & Crime Peter ha scritto solo i testi mi ha sorpreso, l’album suona melodicamente molto “dohertiano”.
Doherty: Nel corso della mia carriera ho sempre lavorato a testi, melodie e musiche insieme, ma questa volta è andata diversamente. Mi piacerebbe dire che ho fatto di più, ma così è. Avevo queste melodie di Frédéric e semplicemente mi ci sono fiondato dentro lasciandomi aspirare, per tirare fuori dei testi che esprimessero la massima potenza emotiva possibile. In quel periodo mi sentivo parecchio fragile e artisticamente perso.

Frédéric, vuoi aggiungere qualcosa?
Lo: Per me scrivere canzoni significa scrivere anche le melodie vocali. Quando ho incontrato Peter è scattata subito una sintonia tra noi, ci siamo sentiti vicini in una maniera molto naturale. È stato lui a chiedermi di proporgli delle canzoni e a offrirsi per scrivere le parole e per cantarle. Ho accettato al volo. Abbiamo davvero molto in comune, noi due.

Ossia?
Lo: Gli stessi gusti musicali e letterari, amiamo gli Smiths, i Beatles, Oscar Wilde, Rimbaud. In The Fantasy Life of Poetry & Crime tutto questo si sente. Poi c’è il mio amore per la musica classica francese d’inizio secolo scorso, per compositori come Ravel e Satie, e per la musica yiddish e italiana: in Francia Georges Brassens negli anni ’50 ha fatto dialogare poeti come François Villon, il jazz di Django Reinhardt e la musica popolare del vostro Paese.

Le melodie rivelano una grande sensibilità pop.
Lo: A me piace quando una melodia è al tempo stesso diretta e armonicamente astuta. Quel che ho fatto con Peter nel periodo che abbiamo trascorso assieme è stato fargli ascoltare le mie musiche: io suonavo e lui sceglieva quelle che più lo toccavano, che parlavano al suo cuore. Ha un grande animo, è un autore e interprete fuori dalla norma, con una grande vitalità.

Frédéric Lo e Pete Doherty. Foto press

Peter, ho un po’ di domande per te. Prima hai accennato alla tua fragilità. L’ultima volta che ti ho visto dal vivo in Italia è stato ai Magazzini Generali di Milano nell’ottobre 2019, eri in tour con i Puta Madres e si vedeva che non stavi bene, a un certo punto hai anche dovuto lasciare il palco per un po’.
Doherty: È cambiato molto da allora, sono due anni che non assumo eroina, la mia vita è completamente diversa adesso. È stato difficile e lo è tuttora, ci vuole tempo perché l’ossessione scompaia.

Sei riuscito a comprendere cosa cerchi o da cosa fuggi quando ti droghi?
Doherty: Nella vita ho sempre cercato un luogo dove potermi sentire libero, ma ogni volta che credevo di averne trovato uno, in breve tempo scoprivo che non era così e cominciavo a cercarne un altro, e un altro ancora, e un altro ancora. Mentre con le droghe mi sono sempre ritrovato in un posto da cui non mi è mai venuta voglia di fuggire, e questo soprattutto con l’eroina, non importava dove fossi, se sul palco o in carcere, se per strada o altrove. Purtroppo a tutto ciò si legano la dipendenza fisica e altri problemi che colpiscono l’organismo, il corpo, basti guardare come sono rovinati i miei denti.

Forse il punto è che sei affascinato da quella che nel titolo di questo nuovo album è definita The Fantasy Life of Poetry & Crime? Nel 2021 hai intitolato così anche una mostra di tue opere d’arte allestita in una galleria parigina. Quel titolo parla di te, no?
Doherty: La risposta più sincera sarebbe sì, però… L’elemento problematico s’inserisce quando ad attrarti o interessarti è qualcosa che agli occhi degli altri è dannoso o persino distruttivo. Ma per me il punto è da sempre la fascinazione che nutro per figure letterarie come Oscar Wilde, Jean Genet, Dashiell Hammett, Nelson Algren, e non si tratta solo della loro scrittura, ma della loro vita, di tutto il pacchetto. Non riesco a innamorarmi di una canzone o di una poesia a meno che non ami l’autore, mi è impossibile, capisci cosa intendo?

Con la pandemia, invece, com’è andata? In Yes I Wear a Mask e The Epidemiologist la suggestione è evidente.
Doherty: Inizialmente il Covid mi è sembrato una nuvola nera all’orizzonte, leggevo i report dalla Cina in cui si parlava di aeroporti chiusi, di ospedali e cittadini in lockdown, ma era come se tutto stesse accadendo su un altro pianeta. Invece pian piano il virus ha superato i confini diffondendosi prima in Italia, poi in Spagna, Francia, Regno Unito… Finché hanno chiuso tutto, hanno chiuso la vita. Adesso pare vada meglio, ma sono preoccupato, perché tutto questo ha reso complicato muoversi e viaggiare è parte integrante di quel che sono, di ciò che faccio. Questo da un lato, dall’altro devo ammettere che ritirarmi in me stesso e stare con le persone a me più vicine è stato molto salutare, ho imparato ad apprezzare la quotidianità senza sentire continuamente il bisogno di andare in giro per il mondo e mettermi in cerca di qualche droga con cui farmi. Molto meglio stare con i miei cani e con mia moglie e cercare di essere felice nella nostra bolla.

Lo scorso autunno ti sei sposato con Katia de Vidas, al tuo fianco, alle tastiere, nei Puta Madres. Non ti facevo un tipo da matrimonio.
Doherty: Credo di avere sempre desiderato sposarmi, solo non mi ero mai impegnato perché ciò avvenisse.

Negli anni com’è cambiato il tuo rapporto con la scrittura di canzoni?
Doherty: Oggi prendo tutto un po’ più seriamente, credo dipenda anche dal fatto che mi devo sforzare un po’ di più per scrivere. Un tempo mi veniva tutto naturale, mi bastava imbracciare la chitarra, mettermi a suonare e le canzoni uscivano. Per questo sono così felice di questo album con Frédéric, è stata un’iniezione di creatività.

Hai 43 anni: ti spaventa la vecchiaia? Pensi che con l’avanzare dell’età ci siano buone possibilità che l’ispirazione venga a mancare?
Doherty: No, mi preoccupa di più il lato superficiale della questione, l’apparenza, il fatto di salire su un palco per un concerto e sentirmi vecchio e grasso. Ha a che fare con la vanità: sono convinto di avere ancora tanto da dare e da dire come songwriter, ma è un po’ strano adesso stare sul palco.

Perché hai preso peso?
Doherty: Sai, il problema è che essere songwriter significa anche essere un performer e specie quando fai un concerto rock di fronte a un pubblico composto anche da giovani, beh, lì il timore di stare fingendo di essere eternamente giovane e di essere disconnesso dalla realtà c’è. Ma capita di più con i pezzi rock’n’roll veloci, in sostanza quando suono con i Libertines, cosa che sto facendo in questo periodo. È qualcosa di molto personale, non mi piace non sentirmi più giovane e bello. Benché, a dire il vero, anche quando ero giovane e bello non mi sentivo affatto così (ride).

Al netto delle tue responsabilità, del modo in cui sei stato trattato dai media che cosa pensi?
Doherty: Ma sì, il giornalismo che si riduce al gossip non dovrebbe nemmeno esistere. Mi è capitato di spaccare qualche fotocamera, di arrabbiarmi, ma ciò che mi ha spezzato il cuore era più che altro che non si prestasse attenzione alla mia musica. Non ho rimpianti, però, forse avrei voluto gestire meglio le mie finanze invece che buttare soldi in vecchie scatole di sigarette, animali impagliati, bandiere, macchine da scrivere, libri. Che poi non è vero, adoro tutte queste cose.

Ed è vero che ti diverti a smontare macchine da scrivere per poi rimontarle?
Doherty: Certo. È che sono talmente attratto da questi oggetti che mi viene voglia di guardarci dentro, per capire come funzionano. È una forma di apprendimento, per me sarebbe un sogno avere un negozio specializzato nella riparazione di macchine da scrivere. Magari un giorno… Tra i tanti adoro il modello Valentine della Olivetti, prima o poi voglio assolutamente visitare Ivrea.

Ti consiglio anche di leggerti una biografia di Adriano Olivetti e i suoi scritti. Ma a proposito di letture, in The Fantasy Life of Poetry & Crime citi anche Émile Ajar alias il romanziere Romain Gary, i paradisi artificiali di Baudelaire, l’Elegia scritta in un cimitero campestre del poeta preromantico Thomas Gray, un altro poeta amato da Wilde come William Ernest Henley, mentre la title track cattura lo spirito della Normandia attraverso lo sguardo di Maurice Leblanc, che in quella regione creò il personaggio di Arsenio Lupin. Però qual è il libro che ti ha cambiato la vita?
Doherty: Da bambino la Bibbia, avevo 9 o 10 anni, una lettura potente. Nell’adolescenza The Severed Alliance di Johnny Rogan, che racconta degli Smiths, dell’incontro tra Morrissey e Marr. Ero un 16enne che sognava di diventare un songwriter e scoprire come si svolgevano le loro vite, quanto fossero normali, vedere come due ragazzi della working class fossero riusciti a fare delle cose per me incredibili mi ha ispirato moltissimo. Tutto è partito da lì, è stato allora che ho deciso che dovevo assolutamente trovarmi una chitarra e mettermi a suonare. Mi sono detto: sarò famoso entro i 23 anni. Era l’età di Morrissey quando gli Smiths furono messi sotto contratto dalla Rough Trade.

Per la cronaca, il primo successo Doherty lo ha raggiunto con l’album d’esordio dei Libertines, Up The Bracket: era il 2002, aveva 23 anni.

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