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Pete Townshend racconta 50 anni con gli Who

A 70 anni continua a scrivere musica. E a portare in tour con Roger Daltrey pezzi che hanno fatto la storia del rock. Ma se volete farlo felice, ditegli che lo conoscete per la sigla di "CSI"

Pete Townshend, 70 anni a maggio, suona ancora la chitarra con la sua storica rotazione a mulinello. Fonte: Facebook

Pete Townshend, 70 anni a maggio, suona ancora la chitarra con la sua storica rotazione a mulinello. Fonte: Facebook

Il 19 maggio, il giorno prima che il tour per il 50esimo anniversario degli Who arrivasse al Nassau coliseum di Long Island, Pete Townshend ha compiuto 70 anni. «Ma non ci sto pensando molto», ci ha confessato in quella occasione. Aggiungendo con un tocco di mistero: «Ho fatto delle promesse a me stesso, ma le tengo per me. Credo di dovermi molto».

Mancano due giorni all’inizio del tour e Pete mi racconta la sua routine di preparazione: ogni mattina il suo assistente personale Mark Squires lo va a prendere nella sua casa di Richmond e lo porta in una sala prove dei leggendari Pinewood Studios, a 40 minuti di macchina. Qui Pete si ritrova tra facce amiche: «Ogni giorno entro e vedo Bobby Pridden seduto dietro alla consolle del mixer. È con gli Who da 45 anni ed è uno dei miei amici più cari. Ci sono anche Alan Rogan, il mio uomo delle chitarre e mio fratello Simon, che suona con noi da un po’». Una riunione tra vecchi amici che, ha detto, gli piace molto di più che suonare dal vivo: «È come tornare in famiglia, sono tutti contenti di vedermi. Sanno che non gli darò problemi e che gli farò guadagnare un sacco di soldi». Roger Daltrey, invece, come sempre la pensa in modo diverso: «I concerti sono una gioia». Questo tour è stato lanciato come il tour definitivo degli Who, e Roger Daltrey lo ha ripetuto spesso nelle ultime interviste. Ma Townshend non riesce a fare a meno di mettere in dubbio la cosa: «Non voglio parlare male del nostro promoter (la AEG, ndr) che ci ha dato un sacco di soldi e ovviamente vuole vendere i biglietti, ma è una cosa che è già successa in passato. Abbiamo fatto tre fottuti tour di addio nella nostra carriera! Non posso sapere cosa succederà». L’unica cosa certa è che Pete Townshend si è preso quasi due ore di tempo per ripercorrere con Rolling Stone la storia degli Who, spiegare cosa devono aspettarsi i fan questa volta dalla band e parlare del suo futuro.

È un tour piuttosto lungo. Cosa ti motiva ad andare avanti, arrivato a questo punto della tua vita?
La prima canzone degli Who che ha avuto successo, I Can’t Explain, è uscita nel dicembre del 1964, ma non è entrata in classifica fino ai primi mesi del 1965. Questo vuol dire che nel 2015 ricorre il cinquantesimo anniversario della band e di me come cantautore. Mi sembrava una ricorrenza importante, non potevo farla passare via così. E poi non è solo una cosa che riguarda me o Roger. È importante far vedere la nostra dedizione verso la band, e la gratitudine che proviamo nei confronti dei fan. Noi siamo ancora qui, ma ci sono altri che hanno fatto la storia della band e non ci sono più. Recentemente, in Inghilterra hanno trasmesso in televisione un documentario su Kit Lambert e Chris Stamp (i primi manager degli Who, ndr), e sono entrambi morti. Keith Moon non c’è più, John Entwistle se n’è andato. Io e Roger abbiamo una certa età, ma siamo lieti e in un certo senso anche sollevati per il fatto di essere ancora qui. Roger è molto attento alla forma fisica e sicuramente la pensa diversamente da me. Io sto molto bene, ma so che se dovessi saltare da un muro troppo alto mi spaccherei una caviglia.

In che senso Roger la pensa diversamente?
Credo sia tremendamente preoccupato dal fatto di dover apparire ancora giovanile, in forma e attraente. Più passano gli anni, più c’è da capire come si sente davvero. Ma comunque è una cosa che è solo nella sua testa. L’altro giorno durante le prove abbiamo riascoltato una registrazione di Love Reign O’er Me fatta dal vivo a Liverpool ed era fantastica. Lui cantava benissimo.

non mi diverto a suonare
e non mi sento meglio quando sono sul palco

In scaletta avete inserito canzoni come Pictures of Lily, So Sad About Us e A Quick One While He’s Away, che non facevate da anni. Cosa vi ha spinto a proporle ancora?
Se fosse stato per me le avrei lasciate dove erano, ma Roger ha voluto a tutti i costi scavare a fondo nel nostro repertorio. Uno dei motivi per cui sono state messe da parte nel corso degli anni è che sono tutte canzoni con molti cori. Per cui, quando abbiamo perso John Entwistle, che cantava con una tonalità molto alta, le abbiamo accantonate. Roger però nel frattempo ha suonato con una band, ha lavorato molto sui cori e inoltre adesso abbiamo un direttore musicale. Mi sono reso conto che in una canzone i cori sono come uno strumento in più. Nei nostri anni migliori eravamo una band molto essenziale. Nell’album Live at Leeds, che probabilmente è l’apice della nostra carriera, siamo solo in quattro, tre strumenti e un cantante. Io non impazzisco per A Quick One, Roger invece ci sguazza.

Suonate anche Slip Kid, da The Who By Numbers del 1975.
Ero convinto che l’avrei odiata, perché è un pezzo complicato, invece mi sono divertito molto a suonarla. È un pezzo attuale, potrebbe parlare tranquillamente di uno di questi giovani studenti islamici che decidono di andare a combattere in Siria e si ritrovano tra le file dell’ISIS a mozzare teste.

Visto che siamo in argomento, vedendo quello che succede con l’ISIS, Boko Haram e in un certo senso anche con la politica della Russia di Putin, non sei preoccupato per il futuro del mondo?
Non finché ci ricordiamo di tutte queste cose (ride). Non ho intenzione di venire accusato ancora una volta da quella cervellona di Arianna Huffington di essere un “neocon” (per la precisione Townshend è stato definito neoconservatore in un pezzo pubblicato sull’Huffington Post nel 2012, ndr), ma credo che sia importante avere le armi pronte. Credo che non ci sia nulla da temere finché abbiamo la volontà di proteggerci. Se gli Stati Uniti non fossero intervenuti nella Seconda Guerra Mondiale, la Germania avrebbe conquistato tutta l’Europa. È importante ricordarlo. Allo stesso tempo, non dobbiamo aspettare che la merda arrivi sulla porta di casa prima di agire. E se dovesse succedere, sia che si tratti dell’11 settembre o di un attentato come quello di Charlie Hebdo a Parigi, dobbiamo mantenere la calma e onorare i nostri valori, il nostro senso della giustizia, le nostre leggi e il nostro modo di vivere.

Ti sei chiesto perché un giovane americano o inglese dovrebbe volersi unire all’ISIS?
Non ho avuto una vera e propria formazione politica, ma dal 1967 fino alla metà degli anni ’70 sono stato un seguace di Meher Baba e per un certo tempo ho pensato di entrare in un ordine Sufi, che non è esattamente l’Islam, ma è molto simile. Credo di capire cosa vogliono dire quando parlano di “jihad”, ma non capisco quale possa essere il fine. Di certo non è una cosa che può aiutare queste persone nei Paesi in cui vivono. Quindi il cosiddetto Califfato secondo me diventerà un ritrovo di bulli. Io è tutta la vita che sto in mezzo ai bulli: sono cresciuto con i bulli a scuola, nei Boy Scout e anche nella mia band.

Tornando al tour, hai detto che ti piace di più l’idea di passare il tempo con dei vecchi amici che quella di fare dei concerti dal vivo. È vero?
Ogni volta che dico questa cosa mi deprimo da solo, perché mi rendo conto di essere molto diverso dagli altri. Nessuno mi crede, ma non mi diverto a suonare e non mi sento meglio quando sono sul palco. I musicisti jazz definiscono quel momento “entrare nella zona”, ma a me succede raramente. Non riesco a perdermi nella musica. Mi sento più a mio agio nel backstage, perché ci sono cresciuto. Mio padre suonava in una band e quella situazione mi è familiare, lì mi sento al sicuro.

Sono abbastanza vecchio, saggio e stupido da potermi permettere di dire tutto quello che mi pare

Dieci anni fa hai detto che fai questi tour per fare un favore a Roger Daltrey. È lo stesso anche oggi?
Credo che adesso la situazione sia capovolta. Quando ho ricominciato a lavorare con gli Who alla fine degli anni ’90 è stato per aiutare John Entwistle a superare i suoi problemi economici. Roger è venuto da me e mi ha detto: «Non c’è altro modo per aiutare John a uscire dalla situazione in cui si è cacciato. Spende troppi soldi, non ha altre entrate oltre agli Who e se sei davvero l’amico che dici di essere, dato che hai sempre detto che John è il tuo migliore amico e che suonate insieme da quando eravate a scuola, allora dovresti aiutarlo, cazzo!». Io ho risposto: «Dai, Roger, vale lo stesso per te». E lui: «Sì, sarei felice di farlo, ma non è per questo che sono qui». Così ho accettato, ed è cominciata la seconda fase della carriera degli Who, che va avanti da allora. Chi non conosce la storia può pensare che non ci siamo mai fermati, ma non è vero. Nel 1982 io ho lasciato la band. Ho lavorato in una casa editrice a Londra per otto anni, ho fatto dei dischi solisti, facevo tutto un altro tipo di vita. Quindi l’ho fatto per Roger, per John e adesso posso dire che in un certo senso l’ho fatto per il bene di tutti. Non lo dico con sufficienza, ma questo tour ci farà guadagnare un sacco di soldi. Quello che ci farò sono affari miei. Ma per quanto riguarda gli Who non c’è dubbio che il ritorno della band renda felice molta gente, e questa è la mia più grande soddisfazione. Fare un lavoro che non mi costa fatica, e che a quanto pare mi riesce bene nonostante la mia età è una cosa che mi ritorna indietro in modo positivo. Ogni tanto mi accendo, e il pubblico apprezza.

Trovi il tempo di lavorare anche a canzoni nuove?
Ogni giorno, solo che non faccio come Dylan. Non vado in giro per il mondo a suonare e non pubblico un disco ogni due mesi (ride). Ora sto lavorando a un progetto molto complesso, a metà tra opera rock e installazione artistica. Non so come si evolverà, credo che inizierò scrivendo un libro, ma non ne voglio ancora parlare. Ho scritto tantissime canzoni nuove, e controllo il processo creativo dall’inizio alla fine. All’inizio della mia carriera ho perso un sacco di canzoni; davo le registrazioni ai produttori e non le vedevo più. Da My Generation in poi, invece, ho conservato tutto, ogni canzone che ho scritto, con i testi e tutto quanto. A volte sono solo degli abbozzi, a volte qualcosa di più. È interessante rivisitare il passato, ma lavoro continuamente anche su materiale nuovo. Non mi piace l’idea di crogiolarmi nel passato.

far parte degli Who è stata un’esperienza terrificante

Cosa succede alle canzoni nuove? Finiscono in un hard disk da qualche parte?
La maggior parte sono nello studio che ho allestito in casa. Qualcuno mi ha detto: «La cosa brutta dei dati elettronici è che basta una grossa bomba magnetica per cancellare tutto» (ride), quindi io ho iniziato a trascrivere tutto su carta. Per il resto, non me ne frega niente di farle uscire. Non scrivo per avere una risposta dagli altri, o per sentirmi parte di qualcosa. Non faccio un disco solista da molto tempo, ma se lo facessi vorrei che parlasse di quello che succede nel mondo in questo momento. Sono abbastanza vecchio, saggio e stupido e ho fatto talmente tante cose pericolose nella mia vita da potermi permettere di dire tutto quello che mi pare. Non piacerà alla gente, ma sinceramente non c’è niente che possa ferirmi adesso. Ho scritto un paio di canzoni di questo tipo negli ultimi cinque o sei anni, ma non so se ho voglia di pubblicare un album adesso.

I fan però cominciano a essere impazienti. Gli Who hanno fatto un solo disco negli ultimi 33 anni, e il tuo ultimo album solista risale a 22 anni fa.
Mi pesa molto sentirmi ricordare che c’è gente là fuori che conta gli anni che sono passati dal mio ultimo album. Ho lavorato 30
anni senza mai fermarmi un attimo, tranne forse negli ultimi due o tre, in cui mi sono concesso delle vacanze più lunghe di due settimane. La mia famiglia, i miei amici, i miei soci, la gente che lavora con me in teatro e tutti gli altri che mi sono intorno possono confermare che la mia vita è così piena di impegni che non ho un momento libero. E sono felice così.

Hai mai pensato di fare un tour da solo? I tuoi concerti acustici sono fantastici.
Anche questa è una cosa che mi riesce bene. Vedi, in un certo senso far parte degli Who è stata un’esperienza terrificante, molto difficile da sopportare per le nostre famiglie e i nostri figli. Riguardando la nostra storia, e quello che ci girava intorno, è stato tremendo.


Intendi dire per la morte e la distruzione che vi portavate dietro?
Sì. Prima di Quadrophenia e dell’arrivo del nostro manager Bill Curbishley, era il caos totale. Il prezzo da pagare è stato altissimo, è stata dura. Per questo ho lasciato gli Who nel 1982. Quando Keith Moon è morto, ho provato ad andare avanti per un po’, ma se guardi le immagini di me sul palco tra il 1978 e il 1979, sonosempre incazzato nero. Sbatto i piedi, sogghigno con rabbia, faccio degli assoli in cui tengo una sola nota per 15 minuti. È una cosa punk, molto cinica, difficile da vedere. Adesso sto molto meglio. Quindi per quanto riguarda i tour, se devo scegliere tra farne uno da solo, come fa per esempio Robert Plant, o farne uno con gli Who insieme a Roger, scelgo Roger. Il motivo è semplice: siamo una band. Siamo rimasti in due, ci dividiamo i soldi, ma ci dividiamo anche il lavoro, ed è tutto più facile. Faccio fatica a usare questa parola, ma è come un matrimonio. Non sempre è andato bene, ma adesso è nel suo momento migliore. In Inghilterra c’è un detto: “Siamo come Darby e Joan”, una vecchia coppia che va avanti insieme, camminando piano, uno a fianco dell’altra. È una cosa molto speciale.

Uno come Bob Dylan fa ancora 100 concerti all’anno: ne sei stupito?
Evidentemente è una cosa di cui ha bisogno. Ci siamo incrociati un paio di volte in tour, veniva sempre a salutarci in camerino con la band. Lui si sedeva in mezzo e i suoi musicisti tutti intorno, come in posa per una foto. Una volta è venuto a un concerto nel Nordest degli Stati Uniti. C’era anche la mia ragazza Rachel (Rachel Fuller, ndr) e Bob era molto interessato al fatto che lei fosse un’organista di formazione classica. È sempre attento a quello che gli succede intorno, certamente è parecchio cambiato dagli anni ’60, in cui era molto timido. O comunque preoccupato del fatto che tutti quelli con cui parlava lo mettessero alle strette e gli chiedessero: «Spiegami cosa vuol dire questo».

Sei un fan di Bruce Springsteen? Vai mai ai suoi concerti?
All’inizio sì, ora non più. È diventato un po’ troppo patriottico per i miei gusti.

il tipo che si è inventato Spotify è un fottuto delinquente

Cosa ne pensi di Spotify e dello streaming? È una cosa buona per l’industria musicale?
Io uso Spotify, quindi so di essere un ipocrita quando dico che, secondo me, il tipo che se lo è inventato è un fottuto delinquente. Ma chi se ne frega, fatemi causa. Ho letto che ci sono artisti che hanno 450mila ascolti su Spotify e non guadagnano praticamente niente. Non ha senso. Ho letto anche che una band oggi per suonare al festival South by Southwest a Austin deve spendere circa 10mila dollari. Cristo santo, a noi ci pagavano per suonare!

Sei preoccupato del fatto che l’utilizzo delle vostre canzoni in programmi tv come CSI o nelle pubblicità possa oscurarne l’impatto?
No, anzi, direi che è esattamente il contrario. E comunque, credi che me ne fotta qualcosa? Ho 70 anni, per me questa domanda non ha senso. A meno che dietro non ce ne sia un’altra, ovvero: «Credi che, siccome le hai scritte, queste canzoni ti appartengano per sempre e tu possa farci quello che vuoi?». Il che ci porta a una discussione alla Iggy Pop o alla Henry Rollins: «Chi ti dà il diritto di prendere una canzone che ascoltavo quando avevo 16 anni e usarla per vendere una marca di birra?». Credo che l’unica risposta possibile sia: «Ok, l’hai ascoltata quando avevi 16 anni, adesso che ne hai 60 vorrei che la ascoltassero anche gli altri, così non sarai più tu l’unico». Rachel recentemente ha lavorato a uno show televisivo con Jerry Hall. Un giorno siamo andati fuori Londra in un maneggio a girare delle scene durante una partita di polo. C’era un ragazzo rumeno che si occupava dei cavalli, parlava pochissimo inglese. Mi vede e mi dice: «Mi hanno detto che tu sei Pete Townshend». Io ho risposto di sì, e lui: «Mi piacciono le tue tre canzoni». «Ah, quindi ti piacciono gli Who?». «Gli Who? Non so chi siano, a me piacciono le tue tre canzoni». Era un fan di CSI.

L’anno scorso ho intervistato Robert Plant e mi ha detto che i Led Zeppelin sono una cosa che ha fatto quando era giovane e che non prova alcun desiderio di tornare indietro. Condividi questo atteggiamento?
Totalmente, certo, ma non voglio dire quello che penso davvero. Robert può fare qualsiasi cosa, però credo che potrebbe accettare di fare un concerto con i Led Zeppelin ogni tanto e rendere felice la gente. Secondo me è molto scortese a dire così. Però è lui che decide e va bene così. Quando lavori da solo hai il pieno controllo di quello che stai facendo ed evidentemente per lui questo è molto importante. Ma non mi fare parlare di lui, è un amico e lo rispetto molto. Mi chiedo se sarebbe possibile per lui fare le cose in questo modo ironico e un po’ assurdo come faccio io con gli Who.

Tu e Roger funzionate meglio come duo rispetto a quando c’era anche John Entwistle?
Stava diventando molto complicato suonare con John. Non voglio assolutamente dire che è stato un bene perderlo, non lo è stato per niente. Ma era difficile avere a che fare con lui, con la persona che era diventata. Si è rinchiuso in questa grande casa in campagna da solo, si è costruito uno studio e lo ha riempito con un enorme impianto in stile heavy metal. Stava lì giorno e notte, poi andava nei club di Los Angeles e suonava come se fosse una band di cento persone. Aveva sviluppato una tecnica assurda, era molto complicato stargli dietro, trovare uno spazio in quella struttura musicale che si era costruito. Quando è morto, io e Roger eravamo in un albergo in California. Roger era scioccato, incapace di fare qualsiasi cosa e io ho pensato che la decisione di andare avanti o no spettava a me. Considerando la cosa un paio di anni dopo, è stato un dono, perché ci ha permesso di concentrarci su noi due, io il compositore e Roger il cantante. Non c’era più una band da glorificare come se fosse una gang. Abbiamo ritrovato un modo di lavorare insieme, e ci siamo resi conto che era abbastanza semplice. Roger mi dice quali canzoni vuole cantare e io trovo un modo per fornirgli la musica.

Per concludere: ogni sera inizi il concerto suonando il primo riff di I Can’t Explain. E sembra proprio che tu ti diverta.
(Ride) Allora non mi credi neanche tu! Nessuno mi crede. L’unico modo per divertirsi è riderci sopra, è assurdo vero? Una fottuta follia. Lo era quando avevo 20 anni, è ancora più fottutamente assurdo adesso che ne ho 70.

In che senso?
È semplicemente assurdo. È assurdo che una canzone scritta da un 18enne – che parla del fatto che vorrebbe dire alla sua ragazza che la ama, ma non ci riesce, perché ha preso toppe pastiglie di Dexedrina – possa aver assunto un qualsiasi significato nel corso del tempo. Il primo accordo di I Can’t Explain crea i presupposti per la serata: farò finta di essere il Pete Townshend che ero una volta? O farò finta di essere un adulto? (Ride) In entrambi i casi sto facendo finta. Prendi Baba O’Riley, una delle nostre canzoni più riuscite. Ho passato un mese chiuso in studio a tagliare e mettere insieme quei suoni di organo processati attraverso un sintetizzatore, costruendo quella che sembrava la musica elettronica del futuro. Quando l’ho fatta sentire a Glyn Johns, uno dei migliori ingegneri del suono dell’epoca, mi ha detto: «Pete, è fantastica, non potevi fare meglio di così». La chitarra arriva solo dopo due minuti e mezzo, quando sono sul palco con gli Who sto lì al buio, ascolto la registrazione dell’intro, guardo il pubblico e penso: «Cazzo, l’ho scritta io questa musica!». E questo mi dà la forza per entrare con la chitarra, è un momento bellissimo. Mi chiedi cosa ne penso del fatto che è diventata la sigla di CSI? (Ride) Per me la cosa interessante è che quella canzone è mia, più che di chiunque altro. Spero solo di non mettermi in imbarazzo da solo in punto di morte chiedendo: «Passatemi la chitarra. Potete mettere l’intro di Baba O’Riley? Voglio suonarla per l’ultima volta».

Questo articolo è stato pubblicato su Rolling Stone di luglio-agosto.
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