Pete Townshend: «Non voglio morire in tour» | Rolling Stone Italia
Home Musica Interviste Musica

Pete Townshend: «Non voglio morire in tour»

Che cosa può fare un rocker di 76 anni con la pandemia che fa saltare i tour e un’intera epoca che sta tramontando? Super intervista a uno dei grandi: il nuovo album degli Who, il film su Keith Moon, i giganti del rock nell'era dello streaming, il futuro

Pete Townshend

Foto: Matt Licari/Invision/AP

Una settimana fa, quando ho composto il numero della nuova casa di Pete Townshend nella campagna inglese, l’idea era parlare del prossimo tour degli Who con un’orchestra sinfonica. Prima che me ne rendessi conto, però, era passata già un’ora e avevamo parlato di tutto, dal caso di Neil Young e Joe Rogan all’inflazione, dalla probabilità di ascoltare un disco degli Who o uno da solista a come la sua musica è stata usata in Freaks and Geeks, fino al suo odio per gli NFT.

Come spesso capita quando si parla con lui, Townshend ha dato risposte articolate e approfondite a tutte le mie domande, spesso partendo per deviazioni inaspettate e svelando dettagli nascosti dell’industria dei concerti che pochi altri artisti raccontano in pubblico. Ha anche citato Wes Anderson, Dave Davies, Rod Stewart, Luke McCallin e molti altri. Ogni conversazione con Pete Townshend è una corsa sfrenata: godetevi anche questa.

Sei felice di tornare in tour?
(Fa una grossa risata) Lasciamo stare. Prossima domanda!

Parlami dello show, sembra che sarà simile a quello del 2019.
Sì, ci ha interrotto la pandemia. Avevamo rimandato un po’ di concerti perché Roger non era stato bene, più una cosa a Vegas che sarebbe arrivata alla fine del tour. Volevamo tornare a Cincinnati, per chiudere il cerchio dopo il disastro del ’79. Ci abbiamo lavorato molto, c’è anche un documentario che ne parla (The Who: The Night That Changed Rock).

Quei concerti andavano fatti, c’erano dei contratti e non eravamo assicurati. Ci abbiamo solo costruito intorno un tour. L’idea era proseguire con un altro tour nel Regno Unito, sempre con l’orchestra. Ci piacerebbe portare lo show a un pubblico nuovo. Ma insomma, temo che due anni di pandemia mi abbiano invecchiato. Anche se ero già vecchio. Mi sembra che suonare con l’orchestra sia un bel modo per lavorare.

Mi è sempre piaciuto molto, ma all’inizio non mi convinceva. Non credevo che sarebbe stata una cosa buona… ho sempre pensato che se c’è l’orchestra non puoi avere un batterista rock sullo stesso palco. Non funziona. In questo caso, Zak Starkey ha suggerito di suonare una batteria elettronica. E ha funzionato. Era la mia unica obiezione, sono felice che sia andata bene.

Hai detto che ti senti invecchiato. Cosa hai bisogno di fare per prepararti a un tour?
Non faccio nulla (ride). Non è vero. Ci sono un paio di cose dal punto di vista medico. Ho risolto un paio di questioni, dovevo farlo. Qualche anno fa, come probabilmente già sai, ho messo l’apparecchio acustico e mi ha rivoluzionato la vita. Poi ho sistemato gli occhi. Mi hanno messo delle lenti quando ho avuto la cataratta, è stato come un miracolo. Cerco di tenermi in salute e sto molto bene. Sono fortunato da quel punto di vista.

Non faccio esercizi. Cammino, ma il mio vero hobby è la barca, non un grande esercizio fisico. Sto lì a guardare il vento per capire come virare. È il mio unico sport, lo pratico ogni volta che posso e mi piace.

E poi mi sono trasferito in campagna. Abbiamo venduto la casa di Richmond [a Londra] e ora siamo qui. Camminiamo ogni giorno. Direi che facciamo una vita da campagnoli, sono più attivo di prima.

In che modo il Covid cambierà il vostro modo di fare i tour? So che Elton John e gli Stones sono stati costretti a viaggiare in una sorta di bolla. Farete qualcosa di simile?
Sfortunatamente non abbiamo scelta. È l’assicurazione che ci obbliga. Non sono certo Elton John o i Rolling Stones a decidere. Sono le assicurazioni. Insistono a dire che non ci pagheranno se i concerti verranno annullati per il Covid. E questa è una cosa. In più, nel caso paghino, coprono solo l’85%. Terzo, hanno alzato gli interessi sugli incassi lordi del tour dal 2,5 al 5% e poi all’8%. È brutale, assolutamente.

Fammi aggiungere che il nostro agente assicurativo nel Regno Unito, Robertson Taylor, è un amico (ride). Lavoriamo con lui dagli inizi. Non ho alcuna simpatia per le società di assicurazioni, ma eccoci qua. Ci hanno pagati per il tour [annullato] nel Regno Unito, è stato fantastico perché ci ha permesso di pagare debiti che avevamo con altre persone, aiutare la crew, amici e famigliari, oltre a fare beneficienza come succede ogni volta che partiamo per suonare in giro. Siamo riusciti a farlo in un periodo morto.

Insomma, sono felice della cosa, ma l’accordo prevede che durante i viaggi non possiamo uscire dalla nostra stanza d’albergo. Ci muoviamo in piccole bolle. Poi arrivi al concerto e non puoi uscire dal camerino. Spero che per maggio queste restrizioni si allenteranno un po’. Per questo ho riso alla tua prima domanda. Non mi è mai piaciuto granché andare in tour, ma una delle poche cose che apprezzavo era stare con la gente.

Facciamo questo lavoro da sessant’anni. La gente vede il nostro nome sui cartelloni. Se qualcuno conosce un membro della crew o il mio agente può provare a incontrarmi. A volte organizziamo delle cene o delle visite famigliari. Oppure capita che alcune celebrità o musicisti, gente che non ho mai incontrato prima, vengano nel backstage e si parli di musica e altro. Questo lato più sociale è molto importante per me. Non sono una persona molto attiva da quel punto di vista, per questo mi piace molto.

Non poterlo più fare mi intristisce molto. A parte quelle poche persone del tour, non passo comunque molto tempo fuori dalla camera d’albergo. Di solito costruisco un piccolo studio di registrazione e cerco di scrivere canzoni. È così che passo il tempo. Quella parte non cambierà, ma mi mancherà il resto. Spero che torni.

Anche non poter parlare con i musicisti dell’orchestra mi intristisce. È stato bello poterlo fare. Alcuni di loro suonano spesso con le orchestre sinfoniche. Altri sono session man, altri ancora semi-professionisti. Tutti condividiamo la sensazione di essere passati da un naufragio lungo due anni e all’improvviso essere tornati là fuori. Ci sono tante cose che vorremmo condividere, ma le restrizioni ce lo impediranno.

Detto questo, non voglio lamentarmi troppo. Sarà difficile e mi sforzerò per tirare fuori il meglio. Io e Roger siamo fortunati ad avere una band, o quel che ne rimane, da portare in giro. Dopo questi due anni amo stare a casa. Amo stare lì e passare tanto tempo in studio. Il lockdown è andato molto bene. Ma lavoro con pochi altri artisti. Non sono stato fermo a girarmi i pollici, a sentirmi frustrato. Adesso mi sembra quasi che si stia riapprendo una porta. È un bel momento, molto strano per tutti. Il modo in cui siamo tutti diventati pedine di politici, scienziati, pro-vax, no-vax, quelli in mezzo… viviamo in una società molto polarizzata. Magari musicisti riusciranno a unirci. Se ci riusciremo sarà grandioso. Altrimenti va bene lo stesso.

Non è che questo è il tuo ultimo tour, vero?
No, non è quello che sto dicendo, ma la cosa interessante è… Ne ho parlato con Roger. Gli ho detto che non voglio morire in tour, voglio ritirarmi. Non dal lavoro di musicista, artista o creatore, ma dall’idea di dover sempre dire sì ai tour per rendere felici tante persone, così che possano tornare a casa a dire alla moglie: amore, andrà tutto bene! Gli Who tornano in tour! (Ride)

Vorrei liberarmi di questa responsabilità… Roger invece vuole cantare fino alla fine. Non è la mia filosofia di vita. Ci sono altre cose che voglio ancora fare, e spero di riuscirci. Spero di vivere abbastanza a lungo.

No. Non è un tour d’addio. E ci sono ancora quelli con i biglietti del tour britannico del 2019 [che è stato posticipato]. Non vediamo l’ora di fare quel tour nel 2023. Non l’abbiamo ancora fatto perché le assicurazioni non erano d’accordo. Non volevano rischi fino al 2023. In altre parole, non ci vogliono assicurare finché la pandemia non sarà alle spalle da un pezzo. Lo faremo nel 2023, credo… parlo di cose di cui non so poi molto. Non ho garanzie, come tutti gli altri. Non so cosa succederà tra un mese.

Sono abbastanza sicuro che il Covid sia finito. Credo sia passata. E un’altra cosa, senza esagerare con la politica, ma ora il problema è l’inflazione. Se vai su Bloomberg non si parla d’altro. L’inflazione è tremenda. Mi ricordo la fine degli anni ’70, nel Regno Unito era così alta che i tassi d’interesse per un prestito bancario erano al 26%. Micidiale. L’inflazione andava dal 15 al 17%. La Seconda guerra mondiale è scoppiata per l’inflazione.

Sono vent’anni che si parla di un biopic su Keith Moon. Ora pare che si farà davvero…
Parlane con Roger, lui ne sa più di me. È un film della Spitfire, sono loro a produrlo. Stiamo lavorando insieme ad altri progetti. Ma sembra che si farà presto. Tu parli di un biopic di Keith Moon, ma sarà una semi-fiction, una versione romanzata della storia degli Who. Sarà un biopic sugli Who. Qualcuno dovrà fare Pete Townshend. Ho letto un sacco di cose diverse sulla mia relazione con Keith. Io la vedo in un modo, c’è chi la vede in un altro. Di sicuro non siamo mai stati in guerra, ma non ero il suo pupazzo.

Era un gran manipolatore, un gran personaggio e un grande showman. Portava un sacco di gioia, ma anche problemi. Sono sempre stato onesto nel dirlo. Sarà interessante vedere come si evolverà il film. Di sicuro non mi immagino di bloccare tutto se la storia non sarà raccontata come voglio io. Non me ne frega un cazzo, sinceramente. Spero che il film si farà perché Roger ci sta lavorando.

La prima volta che ho visto una sceneggiatura per un film su Keith Moon ero a New York, era il 1993 e lavoravo al musical di Broadway su Tommy. Me l’aveva mandato l’autore, un amico, John Lahr. Era ok. L’ho chiamato e gli ho chiesto: ma da dove hai preso i fatti della storia? E lui: «Da Roger». Così gli ho detto che doveva parlare con me, con il manager Bill Curbishley, con John Entwistle, con la sua ex moglie. Doveva parlare con tutti perché Roger ha un’adorazione assurda per Keith. L’aveva trasformato in un dio del rock, in un certo senso. Ma sono passati 25 anni.

Ho visto un sacco di biopic rock e i fatti sono sempre un po’ alterati. Si inventano gli eventi, creano personaggi mischiando persone diverse, i fatti realmente accaduti passano in secondo piano. Ti assicurerai che non sarà così?
Non sono nella posizione di farlo. Potrei intervenire nel caso esagerino nei miei confronti, ma mi fido di chi sta mettendo insieme il film. Nel team cisono Bill Curbishley, il manager degli Who, e Nigel Sinclair, CEO di Spitfire. E Roger prenderebbe a pugni chiunque osi dire qualcosa di vagamente denigratorio su di me. Mi fido di lui. E questo è un progetto a cui tiene dal 1993. Deve raccontare la sua storia, farlo a modo suo. A volte ci scontriamo sui miei progetti (ride). Ma se non mi piacerà, lo dirò alla stampa. Magari avrò qualcosa di cui lamentarmi, ma non ci faremo mai la guerra com’è successo a certe band.

Stai lavorando a nuove canzoni per un disco degli Who o solista?
Sto facendo un sacco di cose interessanti. A molte ci sto lavorando e non posso parlarne. Ma mi sono tenuto impegnato. Spesso ho scritto da solo, per un progetto solista che non comprende esattamente un album. È la musica per l’installazione legata al mio romanzo The Age of Anxiety, di cui ho parlato un po’ su Instagram. C’è voluto molto tempo, dev’essere tutto giusto e dev’essere bello, è una cosa nuova per me. È tutto nuovo. È la vita che avrei dovuto vivere se non fossi stato negli Who, se fossi uscito dalla scuola d’arte nel ’66 e avessi fatto carriera in quel settore.

Sto anche lavorando con tre band, tra cui i Wild Things, sto lavorando con un artista che si chiama Reg Meuross, e anche su un podcast su Woody Guthrie. Anzi, alcune canzoni e un podcast. Sto lavorando con un gruppo interessante, la Bookshop Band, che scrive canzoni su romanzi e altri libri. Ho scritto la colonna sonora di un film animato, Robin Robin, credo sia in lizza per un paio di premi. Hanno fatto un lavoro fantastico.

Sto anche aiutando mia moglie [Raachel Fuller]. Sta costruendo il suo progetto solista (un musical basato sul Siddharta di Herman Hesse). Doveva uscire nel 2019 ma la pandemia l’ha fermata. E lavora a un sacco di progetti fantastici, la aiuto come posso.

Per quanto riguarda la nuova musica degli Who, uno dei problemi è che… sono argomenti difficili, non voglio essere ingiusto. Ma quando ho detto a Roger che non saremmo andati in tour prima di fare un altro disco, Universal/Polydor ci ha dato un milione di dollari per farlo davvero. L’idea era di scrivere le canzoni e registrarle nel mio studio casalingo. Roger avrebbe aggiunto le voci, sarebbe uscito e noi due avremmo avuto un milione da spartirci (ride).

È andato tutto bene fino a quando Polydor non ha suggerito di coinvolgere un produttore. Abbiamo scelto Dave Sardy e lui ha speso un milione di dollari (ride). Ha fatto un gran disco, ovviamente. Credo sia meglio di quello che ho prodotto io, non avrei fatto un sacco di cose che invece ha fatto lui. Il disco mi piace molto. Il punto è che ora Roger è diffidente. È insicuro, sull’attenti. Non si tratta di soldi. Il punto è capire se vale la pena… non voglio stare qui a lamentarmi su come dividiamo il denaro. È una noia sentire i musicisti che si lamentano di queste cose, soprattutto se è gente che è stata fortunata quanto lo siamo stati noi. Il punto è un altro: non è che un artista come me, che sta in studio da quando ha 17 anni, forse farebbe meglio a lavorare con gente nuova, invece che con Roger che non apprezza davvero quello che scrivo? (Ride)

Perché non fai un disco solista?
Perché non credo di averne bisogno. Devo finire The Age of Anxiety… l’idea originale era far uscire il romanzo, poi un disco e poi l’installazione, ma la pandemia ha cambiato tutto. Ora c’è un grosso buco tra l’uscita del libro e la possibilità di far uscire un disco, così devo trovare un ponte, ne sto parlando con diverse persone.

Non m’interessa fare un altro disco solista, non devo dimostrare a nessuno di saper scrivere canzoni o di avere qualcosa da dire. Posso parlare, fare interviste, scrivere un libro o un saggio. Credo che per me la cosa più interessante sia lavorare con musicisti nuovi.

Vorrei anche lavorare con gli studenti della mia università. Mi hanno fatto professore onorario, e presto farò 77 anni, forse è il momento di darci dentro. Ho fatto un incontro. C’era un gruppo di studenti che aveva scritto la tesi su Quadrophenia. Il professore mi ha chiesto di incontrarli e parlare del movimento mod. L’ho fatto e alla fine uno di loro mi ha detto: «È stato incredibile». A me sembrava solo di aver raccontato i fatti. In un certo senso, questa è una delle cose più importanti a cui sto lavorando, oltre alle collaborazioni con altri artisti. Mi è piaciuto molto. Suonare con gli altri mi porta a lavorare di più. Accende il motore.

Sei vicino agli 80 anni. Ti vedi ancora sul palco? O sarà quello il momento di fare un passo indietro?
Dipende da cosa intendi con “sul palco”. Due giorni fa mia moglie mi ha fatto vedere una mia vecchia foto in cui saltavo, sembrava fossi sospeso a due metri d’altezza. Saltavo più in alto dell’asta del microfono senza cadere malamente a terra. Saltavo di continuo, non mi stancavo, ero atletico. Passavo più tempo a spaccare chitarre che a suonarle. Ho passato tutta la carriera così, ora devo pensare a qualcosa di diverso.

Detto questo, non voglio mettermi limiti, non voglio pensare di avere solo Vegas o il tour o un film. Non voglio limiti e nessuno deve mettermene. Vedremo cosa succederà. Ottanta è un numero strano. Non mi aspettavo… per essere brutalmente sincero, non merito di essere vivo. Non sono stato un uomo perfetto. Credo che quello che ho fatto negli ultimi venti o trent’anni sia stato più utile alla società di quello che ho fatto da giovane. So che posso continuare così, fare servizio pubblico, lavorare con le scuole e cose del genere. Se suona trionfio, vaffanculo è la verità.

Quando mi siedo al bagno e penso: sì signor Townshend, farai il professore? Ma che cazzo? Poi mi dico che se vivrò fino a 80 anni, è una delle poche cose utili che potrò fare (ride). Di sicuro non riuscirò a saltare due metri senza l’aiuto di qualche cavo.

Ho una domanda un po’ insolita. Di recente ho rivisto Freaks and Geeks, usano un sacco di tue canzoni in modi interessanti. L’hai mai vista?
Sì, bello. Mi ha commosso e onorato. È una dark comedy con un sacco di spunti profondi e interessanti a proposito dell’educazione, delle performance, di tutte le cose di cui stiamo parlando. Hanno usato le canzoni in modo parecchio interessante. In un certo senso mi ha confermato che sono la persona peggiore… Ok, facciamo sul serio. La persona peggiore che può controllare il catalogo di Neil Young è Neil Young. (Ride) Dovrebbe darlo a me. Si potrebbero fare tante cose e portare tanta gioia. È un autore incredibile e molte delle sue cose sono sconosciute perché se le tiene strette.

Ovviamente, non voglio che gli succedano le cose che sono successe a me, cioè gli Who fermi per un decennio. Nel 1982 la band era finita, non guadagnavamo nulla. Così ho iniziato a dare le mie canzoni per pubblicità, film… non sempre è andata bene. Non ci sono dubbi. A volte è stato imbarazzante. Ma ci ho guadagnato. Ma a volte… come in CSI, cazzo! Quello show ha enormemente contribuito alla diffusione… in quello show ci sono alcune delle canzoni migliori degli Who. Erano tutto il tempo in tv. La serie ha ricordato al pubblico che c’eravamo ancora. Ci ha aiutati a tornare.

Hai fatto il nome di Neil Young. Credi abbia fatto bene a togliere le sue canzoni su Spotify per protestare contro il podcast di Joe Rogan?
Non parlavo di quello (ride). Spotify è un altro argomento. Ricordati che ho attaccato Apple tanto tempo fa, prima che arrivasse Spotify. Il mio attacco si basava sul modo in cui agiscono. Sono arrivati e si sono imposti sull’industria discografica. Si sono presi dei soldi, li hanno dirottati dalle etichette a loro stessi, solo perché avevano un software intelligente e molto utile, è innegabile, ma senza supportare l’industria. Loro non aiutano a sviluppare gli artisti. Non hanno investono in quello.

Se devo fare polemica con Spotify, non sarebbe su Joe Rogan. Non sta a me dire se ha ragione o torto. C’è libertà d’espressione. Non sono sicuro della mia posizione. E non credo che la rimozione delle canzoni di Neil Young o Joni Mitchell faccia chissà quale differenza… la questione è che Spotify paga Rogan 100 milioni di dollari! Gesù Cristo! È successo dopo il 2019, quando Daniel Ek ha detto che non pagava i musicisti perché doveva tenere in piedi il servizio, perché tutti usavano la versione gratuita. Allora i podcast hanno salvato lo streaming? Chissà cosa succederà dopo.

Ho fatto un sacco di previsioni, a volte ci ho preso e a volte no. Ma se quello che resterà agli artisti sarà trasformare le loro carriere in NFT, se tutti finiremo a comprare stupidi video con teste di scimmia, allora vaffanculo! Vaffanculo e vaffanculo! È spazzatura… anche se non sono contro chi trova un modo per guadagnare in fretta (ride).

Tornando a Neil Young: nel 2003, Elliot Mazer, che aveva lavorato con lui ad Harvest, è venuto a trovarmi per spiegarmi Pro Tools. Aveva appena fatto un mix in 5.1 di quel disco e me l’ha fatto sentire nello studio. Ero già un grande fan di Neil, ma mi ha sconvolto. Così ho pensato: avevo dimenticato quel disco. Com’è potuto succedere? È perché non porto i vinili in tour con me? È perché non faccio più le playlist su cassetta, come succedeva un tempo? La risposta a tutte queste domande è che avevamo smesso di ascoltare la musica come si faceva una volta.

A volte abbiamo bisogno che musicisti di quell’era, i Joni Mitchell e i Neil Young, gli Stones, i Beatles, gli Who… abbiamo bisogno che ricordino a tutti che tanta gente non ha mai ascoltato le loro cose. Sono solo nomi che vedono in giro, non li conoscono davvero.

Se vai su YouTube e cerchi Neil Young, probabilmente finirai per ascoltarlo mentre suona la sua vecchia Gretsch e canta con la voce di una vecchietta. Non scoprirai mai che ha scritto alcune delle canzoni più belle di sempre, e anche le più rock. Vale anche per Joni.

Detto questo, se hai 77 anni, non importa se ti chiami Pete Townshend, Neil Young o Joni Mitchell, hai bisogno del maledetto vaccino! (Ride) Se ne hanno bisogno anche i trentenni è un discorso diverso, e non ho una risposta. Mia moglie è molto agguerrita su questo. Io sono felice di aver fatto tutte e tre le dosi.

Per chiudere: un sacco di persone sono convinte che gli artisti classic rock della tua generazione sono arrivati ai titoli di coda. Who, Stones, Bob Dylan, Neil Young e Paul McCartney sono in tour proprio ora, ma probabilmente tra cinque anni non sarà così. Anche a te sembra la fine di un’era?
Sì. È interessante, perché farò una session di registrazione proprio oggi. Il fonico è un giovane nero, mi raccontava che molti nuovi artisti fanno cover di musica degli anni ’80 e ’90, ma cosa succederà tra vent’anni? Cosa useranno per fare i sample? Io ho detto: abbiamo avuto una gran fortuna, tutti noi degli anni ’60, e la gente che ci ha seguito per i venti o trent’anni successivi… abbiamo avuto tutto il tempo per assorbire la musica europea, scandinava, irlandese, celtica, country, nera, la musica sacra, il gospel, la classica… era tutto alla nostra portata proprio negli anni in cui è stato inventato lo stereo, quando gli studi non erano più edifici giganteschi con un solo microfono (ride). Guarda le foto di Frank Sinatra, il microfono in cui canta è lo stesso che registrava tutta la band! Noi abbiamo avuto un’opportunità e siamo stati fortunati, l’abbiamo colta. E ti assicuro che ne siamo consapevoli.

Se oggi incontrassi un giovane rapper, so già cosa mi direbbe: «Sono un grande fan». Lo sono tutti (ride). Combatto per loro da quando gli Stones sono entrati nella Hall of Fame, nel 1989. Nel mio discorso ho detto: «Levatevi dal cazzo, fate firmare contratti a quei ragazzi». Ma non c’era nessun supporto per il rap all’epoca… Forse questa poesia del mondo contemporaneo, qualcosa che esiste in un luogo a metà tra quello che fanno i musicisti a casa, quello che fanno in studio, quello che scrivono, il modo in cui diffondono la loro musica, in tour o online… quello che faranno nella società… è questo quello che resterà in futuro, quando ci guarderemo indietro.

La mia generazione di musicisti ha dovuto affrontare un cambiamento di scenario morale, politico, legale, ma soprattutto morale. Le cose sono cambiate così tanto che ora dobbiamo accettare che la nostra rabbia per non essere stati riconosciuti dopo la Seconda guerra mondiale era un po’ esagerata. Ora ci sono Sir Rod Stewart, Sir Mick Jagger, Sir Elton John. Anche Roger Daltrey ha un’onorificenza. Se pensiamo a cosa potrebbe succedere tra venti o quarant’anni… non so come ascolteremo la musica, che ruolo avrà nella nostra vita, se esisterà ancora come forma d’arte separata. Molti musicisti, chi lavora con la musica e la ama, e lavora per poter suonare qualsiasi cosa gli capiti davanti, quindi chi ha studiato, ti dirà che la musica va scritta e che quello che non verrà trascritto potrebbe non sopravvivere. Vedremo.

Ho finito, ti lascio andare. So che l’idea di tornare in tour non ti entusiasma, ma non vedo l’ora di vedere lo show.
Sai, ho riso a quella domanda perché sapevo che sarebbe stata la prima cosa che mi avresti chiesto. Anche io non vedo l’ora, ma andare in tour non mi piace. E devo essere onesto con la gente. Ma non è che aggredirò la gente, mi piace quello che succede in tour. Mi piace l’atmosfera. È come quando qualcuno mi chiede se voglio andare a una festa, la mia prima risposta è sempre no. Preferisco stare per conto mio a leggere Luke McCallin o qualche poesia. Poi qualcuno mi convince ad andare e mi accorgo che è grandioso.

Sono sicuro che sarà lo stesso quando tornerai sul palco.
Sì, ne sono sicuro… cerco sempre di scusarmi per questa cosa, ma devo anche ragionarci su. La storia della mia vita è basata sulle performance sul palco. Quand’ero bambino, viaggiavo insieme ai miei genitori, quando erano ancora insieme. Poi ho vissuto con mia nonna. È stato un incubo, un periodo cupo e pieno di abusi.

Quando sono tornato nello show business, a 7 o 8 anni, ho rimesso insieme i pezzi… la gioia di essere ragazzo e stare con la band di papà, gli Squadronaires, suonare per i giovani, l’euforia del dopoguerra… è stato come uscire da un brutto tunnel e scoprire il mondo in cui papà cercava di guadagnarsi da vivere con la band. Era la fine degli anni ’50, aspettavamo qualcosa come il rock.

Quando avevo 10 anni, un tipo che si chiamava Johnnie Ray è venuto a suonare dalle mie parti. È stato prima di Bill Haley ed Elvis. Era a Londra, sul palco con un apparecchio acustico. Si è messo a piangere. Le ragazze sono andate fuori di testa. Se n’è andato e non è più tornato. Poi è arrivato i rock’n’roll.

Probabilmente mio padre suonava nella band di supporto di Ray. Funzionava così. Per quanto mi riguarda… ho sentimenti contrastanti all’idea di suonare in un palazzetto dove l’ultima cosa decente è stata una partita di hockey, stare lì e suonare canzoni scritte a metà degli anni ’60 e ’70. Che senso ha? Perché la gente ne ha bisogno? Devi avere un approccio filosofico. Devi essere prosaico, devi dire che è una cosa astratta, che il punto è la musica. Devi pensare: questa cosa resterà più di una notte per chi viene a sentirci? E speri che sarà così. Speri che sia qualcosa di più di vendere un biglietto.

Ricordo quando abbiamo suonato, nel 1989, per il tour dell’anniversario. Abbiamo fatto un grosso concerto al Giants Stadium, nel New Jersey. I biglietti erano a 150 dollari, una follia per l’epoca. Ma il parcheggio ne costava 85! Nel pubblico c’era gente che aveva guidato centinaia di chilometri. Il punto è che il concerto deve restare più a lungo di una sera. Deve toccarti il cuore, in qualche modo. Spero che quando la gente tornerà a vedere i concerti vivrà qualcosa in più del semplice rumore.

Sono sicuro che è così. Ho dei ricordi bellissimi del tuo primo concerto che ho visto. Era a Cleveland nel 2000. Era una cosa profonda per me, come lo era per tante altre persone.
Mi fa piacere, è fantastico. È bello sentirtelo dire.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

Altre notizie su:  pete townshend The Who