Pete Townshend: «Il tour degli Who è inevitabile, Roger non ha niente da fare» | Rolling Stone Italia
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Pete Townshend: «Il tour degli Who è inevitabile, Roger non ha niente da fare»

Intervista fiume: la ristampa di 'The Who Sell Out', le radio pirata, il “plagio” dei Beatles, la delusione per ‘I Can See for Miles’, il prossimo disco al servizio della voce di Daltrey, un possibile biopic

Pete Townshend nel 2019

Foto: Matt Licari/Invision/AP

Intervistare Pete Townshend in un quarto d’ora è praticamente impossibile. Non è solo uno dei rocker più eloquenti e riflessivi della storia, è anche uno dei più loquaci. E anche se eravamo d’accordo a limitare questa conversazione – legata all’edizione deluxe di The Who Sell Out – a soli 15 minuti, su richiesta dei suoi rappresentanti, la risposta a una sola domanda, la prima dopo aver rotto il ghiaccio, è durnta sette minuti e otto secondi.

A quel punto c’era ancora tanto di cui discutere, tra cui l’impatto di Sgt. Pepper su The Who Sell Out e la delusione per il mancato successo di I Can See for Miles. Riguardo al futuro, invece, volevamo scoprire qualcosa sullo stato dei lavori del prossimo disco del gruppo, di quanto è difficile scrivere canzoni che Roger Daltrey abbia voglia di cantare, di come sarà tornare on the road dopo la pandemia, della possibilità di un biopic sugli Who.

Insomma, abbiamo superato i 15 minuti e non ci siamo fermati fino ai 35. Se non ci avessero interrotti, forse Townshend avrebbe parlato ancora più a lungo, ma eravamo determinati a onorare il nostro accordo. Ma come state per leggere, quei 35 minuti sono stati molto densi.

Com’è stato il tuo anno in lockdown?
Direi ok. Amo stare in studio a lavorare e odio viaggiare lontano da casa. Quindi per sei mesi sono stato felice. Ma ora, come tutti, vorrei essere libero di incontrare altra gente. Mi mancano molto, persino i fan e i giornalisti (ride). E mi manca la monotonia della vita normale. Sono andato fino a casa mia, a Richmond, a recuperare delle cose, ho visto tanta gente in giro, ero sconvolto. Poi ho capito che era per via del modo in cui stiamo vivendo, perché di solito non vedo quasi nessuno. È stato strano.

Sei vaccinato?
Sì.

Sarà stato un bel sollievo.
Sì. Pare che qui sia andata molto bene. Per la campagna vaccinale sono stati reclutati molti volontari. Ci sono infermieri e dottori che vengono pagati, c’era una bella atmosfera nel posto in cui ho fatto il vaccino. È gente che fa un gran lavoro, ogni giorno. Gli vogliamo tutti bene. Non ho avuto effetti collaterali, a parte qualche fastidio due settimane dopo l’iniezione, tutto qui. E ricorda che ogni anno faccio quello per l’influenza, non ho mai sofferto di eventi avversi dalla vaccinazione. Non sono una mamma incinta, quindi non me ne devo preoccupare. So che la gente ha dei dubbi sui vaccini e lo capisco. Ma la mia esperienza è stata buona.

Parliamo di The Who Sell Out. Il disco si presenta come la trasmissione di una radio pirata, ma in molti non conoscono il contesto delle radio inglesi dell’epoca. Puoi raccontarmi che cosa hanno fatto per la musica che non veniva passata altrove, e per te in quanto artista? 


Nel 1967, quando io e la band siamo stati per la prima volta in America in tour, la cosa che mi ha colpito di più erano le radio FM, che ovviamente oggi sono superate. Ma all’epoca c’era la radio AM e negli Stati Uniti era lì che si sentivano le notizie e la musica. La radio FM invece era piena di stazioni specializzate che suonavano classica, jazz, ogni tanto qualche radiodramma. Alcune dedicavano un’ora alla musica senza interruzioni pubblicitarie o commenti dei dj.

La radio negli Stati Uniti ha cambiato tutto. Dischi come Tommy, e forse anche Quadrophenia, non avrebbero mai sfondato senza le radio che li suonavano dall’inizio alla fine in piena notte. E credo che la mancanza di quel tipo di trasmissioni sia il motivo per cui non si fanno più concept. Non è solo il pubblico che non ha più la pazienza che ci vuole per ascoltarli. È che devono acquistarli prima di poterlo fare interamente. Sentono pezzetti online.

Comunque, nel Regno Unito c’era una sola stazione radio, la BBC. Era il Light Programme. Quando ero giovane, molto occasionalmente trasmettevano qualcosa di un po’ più rock. Ma di solito c’era il jazz tradizionale, alla Louis Armstrong. Passavano artisti skiffle come Lonnie Donegan, ogni tanto qualcosa di Elvis, Bill Haley o Brenda Lee, forse le prime cose di Carole King, visto che ha iniziato davvero giovane.

Era noioso. Per questo noi ragazzi ascoltavamo una cosa che si chiamava Radio Luxembourg. Era una stazione lussemburghese che trasmetteva di notte e metteva musica pop. C’erano gli Everly Brothers, Ricky Nelson, Elvis. Anche alcuni artisti neri, ma quella era l’epoca degli artisti pop bianchi. Sto parlando del ’59, ’60, ’61, quel periodo.

Insomma, non c’erano tanti modo di venire a contatto con la musica. Dovevi comprare i dischi nei negozi specializzati. All’epoca potevi prenderne uno e andare in cabina ad ascoltarlo per capire com’era. È così che ho scoperto il jazz e il blues che ascoltavo a 12, 13, 14 anni. Le radio pirata erano importanti perché potevano suonare quel che volevano. Finanziavano tutto con la pubblicità, in stile americano, una cosa a cui noi inglesi non eravamo abituati. Persino Radio Luxembourg non aveva pubblicità. Era sponsorizzata, quindi c’era un tizio che parlava di un prodotto prima delle canzoni. Poi partiva la musica.

Molte di quelle radio non avevano dei curatori. Non c’erano dj. Erano come le radio americane. Era quello il modello. Copiavano gli americani. Ma non era come la radio FM di cui ci eravamo innamorati. Era più simile alle stazioni AM. Il modello era Dick Clark che passava quello che andava forte in classifica, quello che era figo, direi. Niente di troppo avventuroso, però.

Ovviamente, tutto ciò era illegale. Lo era perché la BBC aveva un potere assoluto, uno strascico della guerra, e controllava quello che la gente ascoltava. Era tutto curato con grande attenzione e molto governato. C’erano quattro stazioni, forse tre. C’era quello che chiamavamo Light Programme, dove c’era la musica leggera che ascoltava mio padre. Suonava in una swing band.

Poi c’era Radio 3, quasi interamente dedicata alla classica. E poco altro. Musica classica orchestrale. C’era l’Home Service. Trasmettevano commedie e musica davvero leggera. Ti capitava di accendere la radio e trovare un tizio che in un cinema suonava l’organo Wurlitzer. Dio solo sa chi avrebbe voluto ascoltare quella roba alla radio, ma la gente la accendeva mentre faceva le faccende di casa. La ascoltavano le casalinghe.

Quelle erano le tre stazioni principali. E quindi, le radio pirata sfidavano la BBC. Quando le hanno rese illegali, hanno dovuto rimpiazzarle. L’hanno fatto con Radio 1, una stazione pop. Poi c’era Radio 2, basata su una versione meno restrittiva del Light Programme.

Alcune di quelle stazioni pirata, se non sbaglio, sono andate in onda fino a poco tempo fa. Ma ovviamente la radio è stata superata da internet, dall’audio digitale, dalle radio satellitari. Oggi c’è tanta scelta, quando ero ragazzo non c’era niente. C’era solo Radio Luxembourg. La registravamo sulle cassette piazzando il microfono vicino alle casse. È così che abbiamo scoperto la grande musica americana. È così che abbiamo iniziato ad appassionarci.

I Beatles hanno pubblicato Sgt. Pepper nel periodo di Who Sell Out. Ti ha ispirato in qualche modo? Loro avevano creato una cornice concettuale attorno alle canzoni, l’idea della Band dei Cuori Solitari, e tu hai fatto qualcosa di simile con le radio pirata…
No, no. Dai. Sono i Beatles che ci hanno copiati! Paul McCartney venne a parlarmi al Bag O’Nails (un club, nda), lo nominiamo nell’artwork. È sempre stato molto gentile con me. Devo premetterlo. Ma mi disse che amava la nostra mini opera, cioè A Quick One, While He’s Away. Era nel disco precedente a Who Sell Out. Mi disse che pensavano di fare qualcosa di simile. E credo che tutti quelli che all’epoca facevano gli artisti, i più avventurosi – e i Beatles ovviamente volevano sperimentare e sfruttare al massimo lo studio – pensavano di fare qualcosa di simile ai concept.

Il nostro, però, non era un concept (ride). Non lo è stato fino al giorno in cui ci hanno fotografato nella vasca di fagioli. È solo in quell’occasione che abbiamo scoperto che il disco si sarebbe chiamato The Who Sell Out, che ovviamente è un titolo geniale.

È così che abbiamo scoperto come sarebbe stata la copertina. All’epoca si facevano le cose velocemente. Qualche giorno prima, Kit Lambert (il co-manager degli Who, nda) mi aveva mandato il lato A affinché lo approvassi, era pieno di quelle pubblicità splendide, dei jingle che avevamo registrato.

La mia idea, però, era molto limitata, non c’era una visione completa. Avevamo semplicemente un disco con i jingle, tutto qui. Io non avevo in testa degli spot radiofonici. Ho semplicemente scritto Odorono e un paio di altri pezzi che parlavano di prodotti. In studio abbiamo fatto diverse cose sciocche, divertenti. L’abbiamo fatto perché non ci sembrava di avere abbastanza canzoni per il disco. I nostri manager possedevano e guidavano la Track Records e volevano un altro album. L’avrebbero fatto uscire a prescindere da quel che ne pensavamo noi.

Così io e Chris Stamp, l’altro manager degli Who che collaborava con Kit Lambert, all’epoca il nostro produttore, abbiamo fatto del brainstorming per trasformarlo nella giornata di una stazione radio. Volevamo dare una cornice a un gruppo di canzoni che mi sembravano troppo variegate.

Era un’epoca strana, le performance degli Who del periodo erano brutali, quasi heavy metal. Anche se andavamo in giro addobbati come alberi di Natale, eravamo brutali. E però scrivevo canzoni leggere. Era prima che mi appassionassi a Meher Baba o ad altre idee metafisiche. Erano canzoni romantiche e vagamente mistiche, un po’ hippie. Comunque, pensavamo che fosse un disco debole, che avesse bisogno di una cornice.

Tornando a Sgt. Pepper, quel disco non ha un concept così forte. Ma ancora oggi, quando mi siedo e metto su il vinile sul piatto, scopro sempre qualcosa di nuovo. Vale lo stesso per Pet Sounds. Quei due dischi hanno cambiato quello che pensavamo si potesse fare in una band, erano salti nel vuoto che il pubblico avrebbe capito.

È noto che hai preso male l’insuccesso del singolo I Can See for Miles. Ho guardato le classifiche britanniche del periodo e in cima c’erano canzoni come The Last Waltz di Engelbert Humperdinck e Zabadak! di Dave Dee, Dozy, Beaky, Mick and Tich. Andava roba sdolcinata. Forse la gente non era pronta per un pezzo come il vostro?
È possibile. C’è una cosa che dico a quelli della mia età che si lamentano della banalità di quel che passa in radio: forse è così, ma diavolo, la formula di oggi è fantastica. Forse non apprezzerai tutto quello che passano, ma è ben curato. Là fuori c’è tantissimo talento ma pochissime persone guadagnano abbastanza da viverci, figuriamoci diventare ricchi.

E ascolta, noi siamo stati battuti da un comico (Joe Golce) che aveva una canzone intitolata Shaddap You Face (ride). Era a Top of the Pops, uno show molto importante, tutte le settimane. Io pensavo che quella non era musica, ma spazzatura.

C’era un’altra canzone arrivata al primo posto nel periodo di Natale, credo che abbia superato anche i Beatles. Non ricordo benissimo il contesto, ma era un pezzo comico intitolato Granddad. Faceva così: “Nonno, ti vogliamo bene”. Io pensavo: Gesù, questa roba non dovrebbe andare in classifica (ride).

Ma non è quello che è successo con I Can See for Miles. Non era così… non so, forse mi sono illuso. Pensavo che fosse un capolavoro e che l’avrebbero trattata come tale, pensavo che sarebbe stato il pezzo più venduto della storia (ride).

Non so se conosci la storia di Kit Lambert, all’epoca era il nostro manager e il mio mentore in termini di scrittura e composizione. Il suo padrino era William Walton, il compositore inglese. Quando ha ascoltato I Can See for Miles, ha scritto una lettera a Kit convinto che l’avesse scritta lui, ovviamente, perché pensava che nessuno di noi cretini fosse in grado di farlo. Gli faceva i complimenti per le scelte armoniche avventurose. Kit mi ha fatto leggere la lettera e io sono andato a incontrare William Walton. Non so. Forse pensavo di essere troppo intelligente.

Ero deluso. Ma non dal fatto che non fosse una hit. Temevo di non poter fare niente di meglio. E anche di aver esaurito il senso dell’umorismo, l’ironia, con canzoni come Pictures of Lily, I’m a Boy e Happy Jack, che erano andate benissimo nel Regno Unito. Happy Jack persino in America, soprattutto a Detroit. Ho pensato: e ora che faccio? È così che sono finto ai concept e a Tommy.

The Who Sell Out è un disco eclettico, artistoide. Dopo solo quattro anni avete fatto Who’s Next, che aveva un altro suono. Sembrano quasi due band diverse. Qual è la versione che preferisci? 


È interessante, ieri o l’altro ieri ho ascoltato le vecchie registrazioni di Who’s Next che avevamo fatto a New York. Era poco dopo un workshop al teatro Young Vic di Londra, e la cosa interessante è che tutte quelle canzoni erano registrate con grande cura. Poi abbiamo fatto una versione di prova di Baby, Don’t You Do It di Marvin Gaye. Era brutale. Assolutamente brutale. Ti faceva girare la testa. Un suono enorme. È il Live at Leeds sotto steroidi.

È stato grandioso realizzare che cercavo di scrivere canzoni in uno stile hard rock alla AC/DC, dove ovviamente la chitarra ritmica ha un ruolo importante. Allo stesso tempo, però… è difficile dirlo senza suonare presuntuoso, avevo idee visionarie e artistoidi che pensavo avrebbero legato i brani del disco come succedeva con Tommy, che precedeva Who’s Next.

Gli altri della band mi hanno aiutato, ma non posso dire la stessa cosa di Kit Lambert che era l’unico a cui avrei dovuto illustrare l’idea per bene.

Per quanto riguarda la storia degli Who, io tendo a vederla dal punto di vista di un autore, dal dentro e non dal fuori. Come sai abbiamo fatti pochi album rispetto a tanti altri artisti. Ma misurare l’importanza degli Who in termini di album non è molto utile. Quando il gruppo si è fermato a lungo, dopo il 1982, ed è tornato per portare in tour Quadrophenia, non mi sembrava di non fare musica. Ma ovviamente, dal punto di vista dei fan, non c’era nessuna nuova uscita. Io però, scrivevo una canzone alla settimana. Ho continuato a lavorare e a fare quello che faccio di solito. E così la mia visione, la mia storia, il mio processo creativo sono cambiati e parecchio.

Detto questo, il futuro cofanetto di Who’s Next, che è nato grazie all’accoglienza che ha avuto quello di The Who Sell Out, è un bel progetto. Sarà una bella sfida. Stimolerà la conversazione su autocrazia e realtà virtuale, internet, il modo in cui promette un’esperienza metafisica senza riuscire a realizzarla, come influenza le persone e le loro idee, come le unisce e le divide. Dall’altra parte c’era la mia tesi, piuttosto traballante, secondo cui la musica avrebbe risolto ogni problema. Ovviamente non è andata così (ride).

Ho letto che stai lavorando al prossimo album del gruppo. A che punto siete?
Non sto lavorando a un disco degli Who. Ho fatto un’intervista per Uncut a proposito di The Who Sell Out, e mi hanno chiesto se stessi scrivendo del nuovo materiale. Ho risposto – stiamo parlando di prima di Natale – che avevo un’idea per una serie di canzoni. Avevo scritto dei saggi e ci stavo lavorando.

Poco dopo, ho parlato con Roger e gli ho proposto l’idea. A lui è piaciuta a metà, ma ha detto che gli interessava ascoltare la musica che sarebbe venuta fuori. Ho iniziato a leggere in giro cosa diceva alla stampa, in netto disaccordo con la nostra conversazione faccia a faccia. Abbiamo bisogno di parlarne seriamente. Finché non lo faremo, non credo che gli Who possano fare un album… è tutto nelle mie mani, ma poi è Roger che canta.

Io sono… qual è la parola? Non voglio dire “al servizio”, ma voglio facilitare i suoi bisogni di cantante. Ora ci siamo solo noi due. E oggi lui vuole musica da cantare, canzoni in cui crede, in cui può perdersi. Se non riesce ad abitare le storie dei pezzi, non può fare un buon lavoro. Questo significa che io, in un certo senso, devo lavorare come un sarto. Non sono così ibero di scrivere quel che mi passa per la testa.

Al momento siamo a questo punto: ho qualche idea. Nell’ultimo anno ho lavorato a diverse cose. Ho collaborato con altri artisti. Sto lavorando al testo di The Age of Anxiety, ispirato al romanzo. Non so quando farò un altro disco degli Who. Per farlo c’è bisogno di Roger. Credo che si sia anche lamentato di non averci guadagnato niente. Ma chi è che guadagna più con i dischi? Io non conosco nessuno. Forse due o tre persone, non molte di più.

Allora perché non fare un disco solista?
Ci sono problemi simili. Ho fatto dei dischi solisti e mi è piaciuto, ma non ho suonato in tour. Non facevo le stesse cose che gli Who hanno sempre fatto, e mi sono chiesto perché. Potrei fare un video o uno o due concerti. Non di più, perché non mi piace (ride).

Negli Who è più semplice. Abbiamo una band, salgo sul palco, suono la chitarra e canto un paio di pezzi. È decisamente più facile. Fare un disco solista e supportarlo sul serio… l’idea di scrivere 40 canzoni, sceglierne 12, fare le interviste, i video e tutta quella roba, i tour in giro per il mondo per sei mesi… poi se va bene l’etichetta ti chiede subito quando farai il successivo. È così che funziona. Non so se ne farò ancora.

I biopic sul rock sono una cosa grossa, adesso, grazie al successo dei film su Queen ed Elton John. Riesci a immaginarne uno sugli Who?
No, non ci riesco. Ma credo che altra gente possa farlo. Credo che il nostro manager, Bill Curbishley, sia convinto di potersi inventare qualcosa.

Sei contrario?
Sono favorevole a tutto quello che mi aiuta a pagare lo yacht (ride). In generale, non avrei nulla in contrario a un progetto che possa creare attenzione verso la musica a cui abbiamo lavorato per una vita. Siamo stati produttivi per sette, dieci anni. Poi quasi niente. Adesso viviamo in larga misura di quegli anni. La nostra storia è… interessante, ma non credo che… non lo so. Roger, come probabilmente sai, cerca da tempo di fare un film sulla vita di Keith Moon… mi ha mandato la prima sceneggiatura da approvare nel 1993. Ero a New York, lavoravo allo show di Tommy a Broadway. È passato tanto tempo, credo che abbia rifiutato almeno dieci sceneggiature. Non è una storia facile da raccontare.

Credi che gli Who torneranno in tour in futuro, tra sei mesi o un anno? 


È inevitabile, no? Roger non ha altro da fare. Quando ci parlo, dice sempre (imita Daltrey arrabbiato): «Voglio andare là fuori e cantare! Ora non posso usare la mia voce! È il mio strumento! Se non lo uso, morirò!».

E poi ci sono tante persone che ci seguono, vogliamo loro bene, teniamo a loro e li vediamo solo durante i tour. È inevitabile che lo faremo. Ne avevamo due pronti lo scorso anno, ma poi c’è stato il Covid e il lockdown. Mi sembrava troppo presto. C’era un tour nel Regno Unito di dieci date e uno in America che sarebbe partito dal New Orleans Jazz Festival, ad aprile. Avevo bisogno di una pausa e così ho cambiato il corso delle cose, ho tirato fuori la carta Covid-19 e fatto un anno di vacanza (ride).

Non fare il tour, in realtà, è stato un sollievo. Avrei fatto un buon lavoro, ne sono sicuro. Ma avevo bisogno di una pausa, e credo che lo stesso valga per gli altri. Sai, se nel rock esistessero modelli da seguire, sarebbero gli ZZ Top o gli AC/DC. Ti racconto la mia storia preferita sugli ZZ Top, che hanno anche confermato: hanno fatto così tanti concerti che le famiglie li hanno dovuti costringere a tornare per il Ringraziamento, perché ne avevano mancati quattro di fila. Quando sono tornati, non ricordavano dove fossero le case e si sono presi una stanza all’Holiday Inn.

Per me, tutto questo stava iniziando ad assomigliare a un incubo. Mio padre era in una band. Usciva di casa alle due del pomeriggio, prendeva il bus e rientrava alle quattro del mattino. Si svegliava tardi, quando io ero già a scuola. Non lo vedevo poi tanto. C’è una parte di me che non ama l’idea di partire in tour. Non mi è mai piaciuto tanto. Sfortunatamente, sembra che farlo mi venga piuttosto bene (ride).

Sono d’accordo. E che ti piaccia o no, spero di rivederti presto sul palco.
Tutte le voci che girano… non credo ci siano scoop. C’è confusione, nessuno sa cosa accadrà. Dicono che Live Nation di solito ha 25 artisti in tour, tra aprile e agosto, solo in America. Il prossimo anno saranno 48. Il che significa che ci sarà tanta competizione per arene e locali, più di quella che c’è di solito con gli eventi sportivi.

L’altro aspetto interessante è che i giovani comprano biglietti e i live dei nuovi artisti sono sold out. Ma il nostro pubblico di riferimento, che ha tra i 30 e i 70 anni, non compra niente (ride).

È un problema.
Dovresti chiederlo a Live Nation. Magari dichiarano qualcosa. L’idea che i più grandi, per colpa del loro conservatorismo e delle loro esperienze di vita, aspettino che un tour sia confermato al 100% per acquistare un biglietto è devastante. Ricorda che queste grandi aziende di promoting si sono tenute i soldi finché hanno potuto. In alcuni Stati americani devono restituire i soldi. Sono le assicurazioni a tenerle in piedi.

Gli aspetti finanziari sono preoccupanti. Ma noi ci auguriamo di iniziare a New Orleans, al Jazz Fest. Ospita quattro milioni di persone e quattrocento palchi (ride), È il più grande superspreader al mondo. Temperature alte, un sacco di alcol, droga, tanta gente che va da un palco all’altro. Cosa succederà? Non lo sa nessuno. Ma se ci sarà un’opportunità per suonare, io ci sarò (ride).

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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