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Pete Townshend e l’arte di spaccare le chitarre

In un’intervista del 1968 il chitarrista degli Who racconta com’è nata l’idea di distruggere lo strumento e perché è un mix di frustrazione, insicurezza e teatro

Pete Townshend dal vivo con gli Who negli anni '60

Foto: Chris Morphet/Redferns

Sabato 6 febbraio, Phoebe Bridgers ha cercato di struggere la sua chitarra Danelectro alla fine dell’esecuzione di I Know the End al SNL. Grandi scintille, strumento praticamente intatto, coda di polemiche social. Ma quando è nata l’idea di spaccare la chitarra sul palco? Per capirlo, abbiamo ripreso un’intervista con l’uomo che ha trasformato il gesto in un’arte: Pete Townshend degli Who.

Quello che segue è l’estratto da una chiacchierata col chitarrista fatta dal fondatore di Rolling Stone Jann Wenner alle fine di un concerto del 1968 al Fillmore di San Francisco.

Immagino  ti sia stufato di spiegare perché spacchi la chitarra.

No, non è un problema, anche se a volte effettivamente è un po’ una seccatura. Posso spiegare perché, giustificare il gesto, esaltarlo. Posso fare un sacco di cose, posso drammatizzarlo e interpretarlo. In buona sostanza, è un gesto che nasce sul momento. È una performance, è un atto, è un istante e quindi non ha senso.

Quando hai iniziato a farlo?
La prima volta è successo per caso. Quella sera, come ogni martedì, ci esibivamo in un club. Suonando, la chitarra è andata a sbattere contro il soffitto. Si è rotta ed è stato un shock, non volevo buttarla, era uno strumento prezioso, ma è andata così.

Mi aspettavo che tutti pensassero «oh cazzo, ha rotto la chitarra» e invece nessuno ha detto nulla. Allora mi sono incazzato e mi sono messo in testa di fare qualcosa affinché il pubblico notasse quel che era accaduto. Ho trasformato quell’incidente in un evento. Sono andato avanti e indietro sul palco con la chitarra rotta, ho disseminato i pezzi un po’ dappertutto. Poi ho preso la chitarra di riserva e ho continuato come se fosse stata una cosa voluta.

Eri contento?
No, la chitarra era rotta, dentro di me ero infelice. La voce però si è sparsa e la settimana dopo la gente è venuta a dirmi che era ora che qualcuno glielo facesse vedere alle chitarre, robe del genere. La faccenda si è ingrossata e quando andavamo in una nuova città la gente sapeva che eravamo quelli che avevano distrutto la chitarra. Finché un giorno qualcuno di un grosso quotidiano si è fatto avanti. «Ci dicono che spaccate le chitarre. Speriamo che lo facciate stasera, perché siamo del Daily Mail. Finirebbe in prima pagina».

Sono andato dal mio manager Kit Lambert e gli ho chiesto se potevamo permetterci di distruggere una seconda chitarra, per farci pubblicità. «Se è per il Daily Mail, vale la pena», mi ha risposto. L’ho fatto e ovviamente il Daily Mail non ha comprato la fotografia, non ha proprio voluto saperne della storia. Ma a quel punto ci ero dentro e da allora lo faccio di continuo.

Era inevitabile che accadesse?
Forse sì, perché per quanto mi sforzi non riesco mai a suonare come vorrei. E al tempo era peggio. Non sapevo proprio suonare. All’inizio facevamo blues, sapevo che cosa dovevo suonare, ma non ci riuscivo. Non mi veniva. Avevo tutto in testa. Sentivo le note, ma non riuscivo a riprodurle con la chitarra.

Era frustrante. Cercavo di compensare le mie carenze di musicista con qualcosa di visivo. Facevo grandi movimenti solo per far sembrare un accordo più ficcante, lo facevo sembrare un grande gesto quando avrei potuto suonarlo normalmente. Alzavo il braccio e lo abbassavo sulla chitarra in modo che sembrasse una gran cosa, ma non lo era. Questa cosa si è via via ingigantita.

Una pubblicità dell’album degli Who del 1979 ‘The Kids Are Alright’

Che effetto ha avuto sul tuo modo di suonare?

Mi sono detto: se non sei capace di esprimerti dal punto di vista musicale, puoi farlo da quello visivo. È diventata una cosa enorme. In un certo senso la chitarra è finita in secondo piano, più dello strumento di per sé contavano la musica e la sua traduzione visiva. Ho cominciato a fare salti sul palco e la chitarra ha perso di importanza. Facevo di tutto: la sbattevo, la percuotevo, la raschiavo contro il microfono, di tutto. La sbattevo contro i muri e la gettavo a terra alla fine dello show.

E un giorno si è rotta. Da allora non mi sono più considerato un chitarrista. Quando la gente mi chiede chi è il mio chitarrista preferito, rispondo che non faccio commenti di quel tipo. Non parlo di chitarre, le maltratto. Sto ancora imparando a suonare. Quando faccio un assolo, non riesco a suonare quel che voglio. È questo il punto: non riesco a farlo perché non mi esercito. Scrivo canzoni al posto di esercitarmi e quando scrivo canzoni dovrei esercitarmi.

Trovi strano che la gente ti consideri un grande chitarrista?
È stupefacente, stento a crederci. Cioè, mi piace il mio stile, suono quel che voglio senza pormi limiti. Quando faccio i miei dischi a casa non è come quando sono sul palco, mi piace suonare come Steve Cropper, in modo semplice e con gusto. A casa non suono grandi accordi, non spacco la chitarra. Faccio cose che le mie capacità di chitarrista ritmico mi permettono di fare.

Quando qualcuno mi fa un complimento penso ai musicisti che amo. Penso che quel complimento lo meriterebbe uno come Hendrix. Non sono neanche lontanamente bravo come lui e perciò i complimenti mi sembrano esagerati. Forse chi dice che sono un bravo chitarrista in realtà vuole dire che ama la mia musica, che gli arriva. Sono bravo a sembrare uno che sa suonare la chitarra, ma non è così.

Questo articolo è un estratto di un’intervista più ampia di Rolling Stone US.

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