Home Musica Interviste Musica

Pet Shop Boys: «‘Hotspot’ è una lettera d’amore per Berlino»

Neil Tennant e Chris Lowe parlano del nuovo album registrato ai leggendari Hansa Studios, dell’idea di mischiare Mendelssohn con la techno del Berghain, del video di ‘Monkey Business’ ispirato a ‘La grande bellezza’

I Pet Shop Boys: Chris Lowe (a sinistra) e Neil Tennant

Foto: Phil Fisk

Hotspot è il disco che ti aspetti dai Pet Shop Boys. «È una lettera d’amore per Berlino», dicono Neil Tennant e Chris Lowe in riferimento alla città dove lo hanno registrato quasi interamente e che da tempo considerano una seconda casa. Ascoltandolo si finisce dritti nel synth pop che tra gli anni ’80 e ’90 li portò più volte in cima alle classifiche di mezzo mondo. Always On My Mind, It’s a Sin, West End Girls, Heart, Domino Dancing: sono tanti i successi firmati dal duo britannico, noto anche per i remix realizzati per artisti quali David Bowie, Madonna, Yoko Ono, e ancor più per i concerti scenografici – visionaria commistione di musica, danza, teatro, videoarte, moda – messi a punto con la complicità di menti creative quali quelle del regista Derek Jarman, portato via dall’Aids nel 1995, e dell’archistar Zaha Hadid, morta nel 2016.

Ora che i 40 anni di carriera sono alle porte – era il 1981 quando Tennant e Lowe si incontrarono per la prima volta in quel di Londra – i Pet Shop Boys sono pronti per un tour che li porterà in giro per l’Europa (per ora senza tappe in Italia). Il titolo Dreamworld: The Greatest Hits Live è eloquente: la scaletta punterà sui maggiori successi della band, mentre questo nuovo Hotspot – disco onesto, in bilico tra ritmi dance e romanticherie, ma lontano dalle vette d’altri tempi – farà più che altro da traino. Dentro c’è amore per la vita, ma anche un’amarezza per le storture della società che ben si esprime nei versi «happy people in a sad world». «È proprio così, esci di casa col sorriso e un secondo dopo ti ritrovi a camminare accanto a uno, due, tre senzatetto», commenta Tennant, classe 1954, icona gay oltre che songwriter e autore di testi tra leggerezza, impegno e ironia.

Il termine ‘hotspot’ può avere diversi significati, voi come mai avete chiamato questo disco così? 
Chris Lowe: Perché lo abbiamo registrato a Berlino, punto nevralgico della Guerra Fredda, ma anche della club culture cui siamo legati. Là abbiamo un appartamento e uno studio: niente di che, ci sono giusto un computer e un paio di tastiere, ma insomma… Per noi Berlino è il posto giusto per scappare dal caos di Londra e fare musica, una città piena di caffè e di club dove è facile scovare dj mai sentiti prima. La frequentiamo parecchio, andiamo in bici, raggiungiamo i laghi appena fuori, scriviamo canzoni. Però non vi avevamo mai registrato propriamente un album, questa volta sì.

Del video del singolo Monkey Business che mi dite? È stato girato a Berlino anche quello?
Neil Tennant: No, quello lo abbiamo girato in un club fuori Londra, al Pryzm di Watford, locale dallo stile un po’ old fashioned. Ci siamo ispirati a La grande bellezza di Paolo Sorrentino: la fotografia di quel film è grandiosa e devo dire che in Inghilterra non abbiamo quel tipo di party zeppi di persone che si atteggiano da intellettuali. Ma anche la colonna sonora è stupenda.

Tornando a Hotspot, lo avete registrato quasi tutto nei leggendari Hansa Studios.
Lowe: Sì, ed è stato bellissimo per noi poter respirare l’atmosfera di un luogo che ha ospitato grandi come David Bowie e i Depeche Mode. Tra l’altro abbiamo avuto a disposizione delle vecchie tastiere analogiche che non avevamo mai usato prima, il che ci ha permesso di aggiungere una nuova dimensione al sound. Poi per il mixaggio siamo andati a Los Angeles.

A proposito di Bowie, tra i numerosi remix realizzati nel corso della vostra carriera uno importante fu quello della sua Hallo Spaceboy.
Tennant: Fu David a chiedercelo!.Era il 1995, ero andato a vederlo al Wembley Stadium e lo incontrai nel backstage. Gli dissi che il mio brano preferito di Outside, il disco con cui era in tournée, era Hallo Spaceboy e gli domandai come mai non l’avesse lanciata come singolo. Risposta: “Dovreste remixarla”. Pensavo scherzasse, invece un paio di giorni dopo ci telefonò per dirci di farlo sul serio. Così ci mettemmo al lavoro sulla nuova versione inserendovi dei versi ispirati a Space Oddity: “Ground to Major, bye bye Tom, dead the circuit, countdown’s wrong”. Dissi a Bowie che era come se Major Tom si trovasse su una di quelle astronavi russe che non è possibile riportare sulla Terra, e lui: “Ah, quindi è là che si trova?”. Fu fantastico, lui era così carismatico, ha scritto canzoni meravigliose fino alla fine: adoro I Can’t Give Everything Away, il pezzo di chiusura del suo ultimo disco Blackstar.

Quanto a Berlino, in Hotspot la troviamo sin dalla prima traccia Will-Of-The-Wisp.
Tennant: Sì, quella canzone è ambientata su un treno della U-Bahn, la metropolitana berlinese. Sulla linea 1 c’è quest’uomo che ne osserva un altro riflettendo sull’idea di spirito libero, una cosa per me molto importante. Se non mi sento libero mi pervade una sensazione di claustrofobia, detesto programmare, pianificare, odio quando mi chiedono settimane prima cosa farò a Capodanno (ride, nda). 

E che mi dite di Wedding in Berlin, il brano di chiusura? Di chi è il matrimonio?
Tennant: Di un amico, l’artista Thilo Heinzmann. Non abbiamo potuto andare al suo matrimonio, così abbiamo scritto e inciso questo pezzo per lui, per gli sposi, dicendogli di utilizzarlo per le nozze. Poi quando Stuart (il produttore dell’album Stuart Price, nda) lo ha sentito ci ha detto di inserirlo nel disco. Non era previsto, ma ora credo che la natura della canzone – una miscela della marcia nuziale di Mendelssohn e dei suoni techno del Berghain – sia perfetta per chiudere l’album.

Wedding in Berlin ha un che di giocoso, ma più in generale questo disco, pur non essendo espressamente politico né scuro nei toni, sembra nato dall’esigenza di sfuggire a  un sentimento di angoscia. Per esempio cercando la propria terra dei sogni, per citare il singolo Dreamland con gli Years & Years, o andando a una festa dove sfogarsi a colpi di cocktail e champagne, come dite nel già citato Monkey Business
Lowe: È che stiamo vivendo un’epoca particolarmente ansiogena. Ci sono tante cose che ci preoccupano, basti pensare ai cambiamenti climatici, agli incendi che stanno distruggendo intere foreste, ai conflitti in Medio Oriente. Come si fa a non provare angoscia di fronte a fatti del genere? 

Dato questo sentimento come mai non avete inserito in questo album anche i brani di Agenda, l’EP che avete pubblicato nel febbraio 2019? Lì avete affrontato con un linguaggio satirico questioni come la presidenza di Trump, l’odio da social, le disuguaglianze economico-sociali.
Lowe: Quelle canzoni erano nate proprio con l’idea della satira: sono qualcosa di diverso dalle tracce di Hotspot
Tennant: In Agenda si parla di Brexit, Trump, social media, rifugiati. Temi che volevamo tenere fuori da Hotspot, che è una lettera d’amore per Berlino. 

Foto: Phil Fisk

Siete una band da sempre incentrata sul computer: è mai stato un limite, questo?
Lowe: No, il computer è un mezzo creativo potentissimo. Non abbiamo mai usato la tecnologia – non solo il computer, ma anche drum machine, tastiere elettroniche, sintetizzatori – semplicemente per stratificare la nostra musica, abbiamo sempre considerato quegli strumenti come gli alleati ideali per dare vita a nuovi suoni, per ottenere il sound che volevamo per i nostri pezzi, per inventarci linee di basso, di archi, orchestrazioni. Qualcosa che ancora oggi troviamo stimolante e divertente. Certo, all’inizio parecchia gente era sospettosa, c’era chi credeva che i gruppi come il nostro non fossero reali o qualcosa del genere! (ride, nda). Ma man mano che elettronica e tecnologia si sono diffuse in ogni ambito, anche nel rock, tanto che ormai non è così diverso realizzare un disco dei Pet Shop Boys e uno dei Coldplay.

Ora si sta andando verso un nuovo territorio, quello dell’intelligenza artificiale, della musica creata direttamente da software e algoritmi. Che ne pensate?
Lowe: Interessante, ma io e Neil amiamo scrivere canzoni, è questo che facciamo. Però vorrei sapere: questi algoritmi scrivono anche melodie e testi?! Cavoli, adesso sono curioso, perché per noi il computer è solo un mezzo per rendere concrete le nostre idee, ma se si arriva al punto in cui un programma genera musica da solo allora forse c’è da preoccuparsi. Di sicuro se si parla dei Pet Shop Boys, siamo noi che usiamo il computer, non è il computer che usa noi.

Parliamo di Paninaro, hit del 1986. In Italia fu un successo. Come mai la moda dei paninari attirò la vostra attenzione?
Lowe: Ricordo che eravamo a Milano per delle attività promozionali e per le strade della città c’erano tutti questi ragazzi vestiti uguali: jeans bianchi Armani, scarponcini Timberland… E questi chi sono?!, ci dicevamo. Era qualcosa di particolare. Poi quando ci hanno spiegato che si trattava dei paninari non capivamo bene cosa significasse questa parola, ma ci piaceva che fossero uniti da quel modo di vestirsi, avevano tutti gli occhiali da sole sulla testa… Tutti! Non so, ai nostri occhi era un fenomeno curioso. Ma non esistono più, vero?

No, non hanno superato gli anni ’80. Neil, ho ancora due domande per te. La prima: hai fatto coming out nel 1994, epoca in cui non si parlava apertamente di omosessualità; oggi com’è la situazione dal tuo punto di vista?
Tennant: Ho sempre pensato che nessuna persona dovrebbe essere definita in base ai suoi gusti sessuali e che la sessualità non sia altro che parte della vita. Sono contento che oggi un gay possa esprimersi più apertamente di una volta, ma al contempo credo che il fatto di essere gay non costituisca una questione così importante, è normale e basta. 

Altra curiosità: nella prima metà degli anni ’80 sei stato giornalista musicale, scrivevi per Smash Hits; qual era la tua strategia nelle interviste?
Tennant: Lasciar parlare gli artisti. Quand’ero giornalista io c’era un sacco di pop interessante: Spandau Ballet, Duran Duran, Culture Club. E Divine, la drag queen. Era davvero tanto tempo fa, ma se ripenso alle interviste… Mi era piaciuto molto conversare con John Taylor, mentre l’artista che mi sorprese maggiormente fu George Michael.

Leggi anche