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Perfume Genius, la fragilità di un Elvis queer

Mike Hadreas racconta il nuovo album 'Set My Heart on Fire Immediately', quasi una rilettura in chiave queer dello stile dei rocker americani anni '50. «Cantavano in modo emotivo e vulnerabile. È musica magica e lenitiva»

Perfume Genius

Foto: Burak Cingi/Redferns

Mike Hadreas è Perfume Genius, perla magnifica del pop americano d’autore. Set My Heart on Fire Immediately è il suo ultimo lavoro, il quinto in dieci anni di carriera, in uscita il 15 maggio per la Matador Records. Un disco feroce, urgente, onesto: è una riscrittura del canzoniere americano, il Great American Songbook, in chiave queer. Raggiungiamo Mike via telefono, lasciandoci rapire dalla sua parlantina aperta e sincera, fragile e nervosa.

Ciao Mike, come stai? Come sta andando la promozione in un momento così critico?
Non mi piace, sto diventando matto. Posso ancora parlare con le persone, posso ancora far loro ascoltare musica, ma vorrei sapere se dovremo inventarci nuovi modi per promuovere la musica o aspettare.

Come nasce Set My Heart on Fire Immediately? C’è una qualche ragione specifica che ti ha spinto a scriverlo?
Parla molto dello stare assieme, stare con le persone, vivere il momento, essere fisici e connessi al mondo in una maniera molto semplice. Praticamente tutto quello che non possiamo fare ora.

A partire dal titolo, si nota un’urgenza feroce. Di cosa si tratta?
Voglio vivere di più, essere più connesso, sentirmi meglio, star meglio, sentire più calore. Tutte cose che pensavo fossero disponibili anche per me. Le volevo tutte e subito! (ride) Non so come mai ho cambiato il modo di pensarmi, il motivo per cui ora so di meritare qualcosa in più.

Chi ti ha ispirato?
I classici del pop anni ’50 come Elvis, uomini che cantavano in modo emotivo e vulnerabile, ma con attitudini macho. Amo le loro canzoni, le ascolto da sempre. Ho registrato con un gruppo di musicisti jammando tutti nello stesso luogo, cercando di mantenere un feeling live. Era il modo per creare coesione. È il mio primo lavoro a cui riesco a pensare come un album.

Immagino che, per quanto magnifici fossero certi artisti, tu non ti sia sentito rappresentato da quella storia etero machista della pop music. Come ti poni a riguardo?
Sicuramente nessuno degli artisti di quel periodo mi ha o mi potrebbe rappresentare. Ma nonostante tutto, la loro musica risuonava in me. È come la musica sacra, gli inni ecclesiastici. Per me sono sempre stati qualcosa di magico e lenitivo, ma spesso mi sono chiesto se mi era consentito ascoltarli (il riferimento è alla sua dichiarata omosessualità, nda). Non so come spiegarlo, so che ci sono alcune chiese inclusive, ma diciamo che non sono proprio la persona ideale per loro.

Nel tuo lavoro il ruolo del corpo è fondamentale. La tua musica mi fa pensare a Foucault che parlava del corpo come di un’utopia, un punto di partenza da cui estenderci per arrivare più in là di quanto biologicamente ci è possibile. Qual è la tua relazione con il corpo?
Corpo è forse la parola che pronuncio più spesso. Ho un rapporto travagliato. A volte mi ci sento molto connesso, altre per nulla. Quando sono presente, nel momento, mi ci sento parte, ma capita che io mi senta come se ne fossi fuori, come se stessi guardandomi dall’esterno, come un estraneo. È stato difficile, in certi momenti della vita, trovare luoghi e persone dove sentirmi compreso. E questi luoghi e persone andavano e venivano, andavano e venivano. E so che è colpa mia. Ma è colpa mia per quello che mi è successo in passato o per come sono chimicamente e anatomicamente formato? Sono triste perché sono costruito così, perché dovrei star così o perché ho scelto di esserlo? Non lo so. Mi sembra che a volte se riesco ad uscire abbastanza fuori dal mio corpo per andare da qualche altra parte, o essere qualcun altro, posso raggiungere il sentimento che cerco. Per questo la danza per me è fondamentale, perché mi dà quella sensazione di fuga, ma lavorando all’opposto, partendo dal mio corpo. Non è più un’idea. Danzare mi fa sentire dentro al mondo, anche se è un mondo che stiamo creando noi in quel momento. È magica, è una guarigione. Non ho più paura lì. O forse sto solo straparlando (ride). È controintuitivo, se ci penso. Come ci si fa a sentirsi se stessi essendo qualcos’altro? Ma è così che mi sento quando danzo.

Sei sempre stato molto onesto e sincero nel raccontarti con la tua arte. Come vivi questo modo di esprimerti?
Avevo problemi e ne ho cantato, per me è sempre stato così da quando ho 5 anni. Con la mia famiglia siamo aperti, nonostante i problemi che abbiamo avuto. Condividiamo molto e forse per questo sono sempre stato abituato a farlo. Ho sempre pensato di essere d’aiuto facendo musica, a volte per me, a volte per chi mi ascolta. Credo la mia musica faccia sentire meno sole le persone. È una responsabilità importante, ma è quello che penso mi descriva come artista.

Penso sia un momento storico in cui gli artisti stiano finalmente iniziando a parlare di una serie di stati che sono parte della vita del musicista: ansia, depressione, malattia mentale.
Non so se è il mondo che sta diventando sempre più schifoso o se è sempre stato così, ma è cambiato l’approccio nelle persone nel cercare più condivisione. Penso che i cambiamenti non arrivino a meno che non scuotano quelle pochissime persone bianche che stanno in cima a questa piramide. La gente è stanca di questo sistema che non funziona più, la gente è stanca di non aver una mappa per trovare soluzioni per sentirsi meglio. È per quello che ho iniziato a far musica. Non era a scuola, non era nella società, era nella musica che ho trovato questa mappa. Le persone cercano conforto ovunque, non vogliono stare da sole, soprattutto in questo momento storico.

Foto: Camille Vivier

Per questo lavoro hai anche iniziato a dirigere i videoclip. Come mai? Come ti sei trovato?
Ho molte idee e spesso non so come metterle in atto. Non ho bisogno di persone che mi aiutino a crearne, ma di persone che mi aiutino a realizzarle. Quando lavori in ambito creativo con altre persone, devi trovare il modo di armonizzare le varie sensibilità. Può funzionare o no. Per questi video avevo delle immagini molto chiare e ho deciso di prenderne il controllo. Gestire 30 persone che aspettano i tuoi ordini ti mette sotto pressione. Ma sono molto contento del risultato, e conoscendomi è un sentimento raro.

Sei arrivato a dieci anni di carriera. Qual è la cosa più importante che hai imparato finora?
Penso che la mia vita sia cambiata quando ho iniziato ad agire, non quando avevo dei piani pazzeschi o quando mi sentivo bene. Nulla cambiava in quei momenti. Metterti in gioco, sbagliare, tentare. Sta tutto nella dedizione. Ogni volta che scrivo una canzone mi sorprendo di riuscirci, è successo anche per questo album. Mi sembra assurdo. Scrivere non viene per magia, so che devo continuare a farlo con dedizione. Spesso mi viene chiesto come faccio a scrivere canzoni. Presto attenzione alle cose attorno a noi, quelle che spesso non consideriamo o che siamo così abituati a vedere da dimenticarcene il valore. Mi focalizzo su questo, presto attenzione ai dettagli, li spolvero di teatro e magia e li porto nelle mie canzoni. L’altro grande segreto è ascoltare tanta, tantissima musica.

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