Perché Suggs, il "nutty boy" dei Madness, parla (anche) in Italiano. L'intervista | Rolling Stone Italia
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Perché Suggs, il “nutty boy” dei Madness, parla (anche) in Italiano. L’intervista

In 35 anni sono diventati una vera e propria istituzione britannica, ora però sono tornati. Il nuovo disco intitolato "Can't Touch Us Now" è stato anticipato dal singolo "Herbert"

I Madness stanno per tornare con un nuovo album - Foto Stampa

I Madness stanno per tornare con un nuovo album - Foto Stampa

«Buongiorno! Come stai?». Suggs dei Madness risponde al telefono in italiano. Se la cava discretamente con la nostra lingua perché da un po’ di anni a questa parte ha una casa in Puglia o meglio, come specifica, «nel basso Salento».

Ma come ci sei finito in Italia? [A questo punto, però, l’intervista prosegue in inglese, intervallata da qualche appunto in italiano, ndr]
Chissà! Un mio amico si è trasferito lì tanto tempo fa, sono andato a trovarlo e… Mi piace, mi piace molto [ancora in italiano, ndr]. Lì le persone sono semplici, dirette, ti dicono in faccia quello che pensano. E la vita è più tranquilla.

Ma vieni qui spesso?
Quattro, cinque volte all’anno. Considera che vivo a Londra, dove sono tutti stressati. In Puglia, invece, è tutto più lento.

Venerdì 28 ottobre esce Can’t Touch Us Now, il nuovo album dei Madness, forse il gruppo più celebre del revival ska di fine anni Settanta, tanto famoso da essere diventato una vera e propria istituzione britannica. Pur essendo nato nel 1961, Graham McPherson in arte Suggs sostiene di avere ancora «la testa di un 18enne». Meno male. Le 16 canzoni di Can’t Touch Us Now, infatti, rappresentano perfettamente gli oltre 35 anni di carriera dei Madness: musica nera – ska, blues, r&b, soul, umorismo inglese e attitudine stradaiola.

Come descriveresti la musica dei Madness a chi non ha mai ascoltato il tuo gruppo?
È il suono di Londra. Scriviamo canzoni che raccontano quello che vediamo e quello che viviamo nella nostra città. Londra è un melting pot culturale dove ogni giorno accade qualcosa di interessante. Non ci interessa parlare dell’universo, ma della nostra comunità e di cosa significa essere persone, esseri umani.

Nel nuovo disco c’è un pezzo intitolato Herbert. Di cosa parla allora?
Il padre vede la figlia con un tipo e non vuole che stia con lui perché è un herbert…

Ecco, cosa significa esattamente? Perché in Italia la parola Herbert viene spesso associata alla sottocultura skinhead…
Un herbert è un tipo un po’ mascalzone. Uno che sta dalla parte sbagliata senza essere però un vero e proprio criminale. Non so se si possa parlare di sottocultura, non credo. È slang inglese, dunque è difficile spiegarlo o tradurlo in italiano. Anche in Italia avete parole diverse che significano la stessa cosa, no? Diciamo che un esempio di herbert potrebbe essere l’Artful Dodger di Oliver Twist.

Dopo quasi 40 anni, ti diverti ancora a scrivere canzoni?
Sì e, dopo lo scorso album che aveva testi più astratti, per questo disco siamo tornati a scrivere canzoni sulla gente e sulla vita quotidiana. Ultimamente ho ascoltato gli Arctic Monkeys, mi piace il modo in cui scrivono i loro pezzi, parlano di conoscere ragazze in discoteca e cose del genere, un po’ come facevano band della nostra epoca come Squeeze oppure Ian Dury: storie vere che vivi in prima persona. Per esempio, Soho Pam parla di una mendicante di Soho che conoscevo: si dipingeva la faccia di giallo per sembrare itterica e racimolare più soldi… Al centro delle mie canzoni ci sono persone vere.

E avete registrato nei Toe Rag Studios di Liam Watson…
Sì, volevamo una registrazione semplice. Abbiamo messo tutto nella scrittura e negli arrangiamenti dei pezzi, con ben poco interesse per la tecnologia. Meno tempo in mezzo ai computer e più tempo con la penna e il pianoforte, provando così a catturare quell’atmosfera incredibile che si crea quando suoniamo insieme… Qualcosa di magico.

Vi divertite ancora a suonare dal vivo?
Sì, siamo un esercito di pazzi gioiosi e ogni sera è una battaglia.

Ti riconosci sempre nell’etichetta “nutty boy”?
Sul nuovo disco c’è una canzone dedicata a Amy Winehouse, si chiama Blackbird. Ho incontrato Amy poco prima che morisse e mi aveva detto “all right, nutty boy?!?”. Sono più di trent’anni che mi chiamano in questo modo e mi sento ancora così. L’anarchia dei Madness c’è ancora, ci ficchiamo sempre nei guai. Abbiamo sempre la stessa energia. Il corpo invecchia, ma la mente resta giovane. Ogni tanto mia moglie me lo dice: “Non hai più 18 anni!”. [Ride] Ma per me non è cambiato nulla.

Prima hai citato gli Arctic Monkeys. Che musica attuale ti piace?

Mi interessa la scena grime londinese. Il suono forse è diverso dal nostro, ma c’è lo stesso senso dell’umorismo e parlano di cose vere, della vita di tutti i giorni.

E se dovessi citare tre dischi o canzoni fondamentali per la tua storia musicale?
Al Capone di Prince Buster, Is That All There Is di Peggy Lee e Clevor Trever di Ian Dury.

Alla fine degli anni Settanta, vi sentivate davvero parte della scena musicale 2 Tone? Lo consideravate un movimento?
Ho rivisto il film Dance Craze, sul tour della 2 Tone, e mi ha ricordato uno dei momenti più belli della mia vita. Gruppi come Specials, Selecters o Dexys Midnight Runners sono diventati molto importanti per la cultura inglese… Era una scena fantastica e io ne ho fatto parte!

Suonare a Buckingham Palace è stato più più psichedelico dell’LSD

Da ragazzino, avresti mai immaginato di suonare a Buckingham Palace per la Regina?
[Ride] No! Nella mia vita mi è capitato di prendere l’LSD, ma quell’esperienza è stata ancora più psichedelica! “Ma siamo veramente sul tetto di Buckingham Palace? Sì!?!” Pensa che alcuni del gruppo sono stati anche in galera, ma… È stato bello. È stata la conferma che, dopo tutti questi anni, siamo importanti per la cultura del nostro Paese.

Frequenti ancora Camden Town?

Ogni tanto, ma è molto diverso rispetto al passato. C’è ancora il Dublin Castle [il pub che ha ospitato i primi live dei Madness, ndr], dove vado qualche volta. Ma Camden è cambiata: quando ero giovane era un posto molto povero, ora è pieno di turisti e negozi. Mia figlia mi dice: “Ai tuoi tempi era una merda. Ora posso prendermi un caffè, un gelato, un drink…”. Tutto cambia, non esprimo giudizi. Per me è solo diverso rispetto a prima.

Ci sono ancora risse ai vostri concerti, scontri con i nazi e cose del genere?
Basta, è finita. Negli anni Ottanta abbiamo avuto tanti problemi, ma non ne vedo più. Meglio così.

Cosa ne pensi della Brexit?
È un disastro, una cosa terribile. Una vergogna. L’Europa ha tanti problemi, ma dal mio punto di vista sarebbe meglio risolverli insieme. Chissà cosa ne sarà dell’Inghilterra. A partire dai politici, nessuno sa bene cosa accadrà.

Ma ti consideri un cittadino europeo o un cittadino britannico?
Io mi considero londinese. Un londinese in Europa!

Quando tornerete a suonare in Italia?
Stiamo lavorando al tour per il nuovo disco, direi quindi l’anno prossimo. Sempre che mi facciano entrare con il mio passaporto!

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