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Perché scegliere una sola identità quando puoi essere Pablo America?

Ex driver di Uber, ha pubblicato contemporaneamente un pezzo da cantautore, con dentro Vasco e gli Oasis, e uno da producer. E intende continuare così. «Sono figlio della globalizzazione musicale di MTV»

Pablo America

Foto press

Domanda. Come si fa, tenendoli comunque dentro un unico recinto, a mettere d’accordo: il primo Vasco Rossi degli ’80, cioè quello più alternativo e provinciale di Siamo solo noi, dall’attitudine da stadio eppure ancora legato ai cantautori, e la cassa dritta da rave sopra i liquami della canzone italiana dell’ultimo Cosmo di Cosmotronic? Semplice: non si mettono d’accordo. Per conferme chiedere a Pablo America, ultimo figlio di Maciste Dischi (Gazzelle e Fulminacci oggi, una volta i Canova) al debutto con una coppia di singoli diversissimi fra loro, ma pubblicati in rigorosa contemporanea. Uno si chiama Noi non siamo il punk ed è pop-rock (o it-pop) tarato per le arene; l’altro, Grabowski, è invece carne da macello per il dancehall, praticamente simil techno. Entrambi a proprio nome, però agli antipodi per genere e immaginario.

Ma quindi, chi abbiamo davanti: un cantautore? Un produttore? Una strana via di mezzo? «Niente di tutto ciò», spiega lui a Rolling Stone. «Piuttosto mi piace pensare a Pablo America come a un brand, a cui l’ascoltatore può associare musica diversa. In futuro, per esempio, non escludo neanche di uscire, magari, con quattro pezzi alla volta che sperimentino altre sonorità ancora. Perché quando sono davanti al computer, a comporre, mi sento come un bambino che entra nella stanza dei giocattoli: voglio solo divertirmi, stare bene. E continuerò finché andrà sarà così, senza etichette». Tradotto: quella che per ora è una doppia identità potrebbe anche diventarne una quadrupla. Del resto la paura di confondere gli eventuali aficionados – dice – non lo tocca minimamente. E neanche quella di non riconoscersi più. «Semmai voglio sentirmi libero di assecondare qualsiasi direzione mi venga in mente».

A proposito di direzione. Ventotto anni sulle spalle, Pablo ha vissuto per gran parte della vita a Torino, prima di spostarsi in campagna, nelle Marche, dove «al contrario della città non si parla mai di lavoro», e la cosa lo rilassa. È stato il primo cambiamento, quello. Il secondo è avvenuto durante il lockdown, quando è decollata l’idea di fare musica per davvero; prima, fino a marzo, lavorava come driver per Uber a Roma e Milano, trasferendosi lì magari per una settimana al mese. Comunque, è stato utile: «Ho conosciuto tanta gente, soprattutto turisti. E ho scoperto che l’artista italiano che più interessa agli stranieri è Liberato. Sicuramente per gli arrangiamenti, ma anche perché utilizza la voce come strumento».

E in effetti, questo, è anche l’unico elemento che a primo impatto accomuna i due pezzi usciti. Però, dice, è più che altro questione di riferimenti: «Da tempo amo i dischi bianchi di Battisti, quelli con Panella. Lucio è stato uno dei primi a puntare sul suono delle parole piuttosto che sul loro significato verbale». Lui, e poi gli Oasis dei testi di Noel, tutti psichedelia e nonsense specie negli episodi più memorabili, tipo Don’t Look Back in Anger. Bingo: «Sono malato dei fratelli Gallagher, estetica compresa». E si vede: oltre a Vasco, Noi non siamo il punk è una ballata da stadio che – come già Gazzelle – guarda alla band di Manchester sia per un ritornello che chiama al singalong e agli accendini spiegati, sia per un testo zeppo di immagini evocative, sì, ma del tutto casuali. Tipo: “Noi non siamo il punk che lavora in banca”. «L’ha detta così, senza pensarci, un mio amico e collaboratore, mentre andavamo a pranzo dopo una mattinata poco produttiva in studio; me la sono appuntata e, una volta tornati dentro, è nata la canzone. Anche per questo ti dico che, razionalmente, non saprei spiegarti il senso del brano».

Certo lo sbalzo, una volta passati da lì alla cassa dritta di Grabowski, con vocal frammentato e suoni scuri, è spiazzante, a maggior ragione se si tratta di un mood così festaiolo, da dancefloor, e lui si dichiara invece orgoglioso casalingo, altro che clubber. Nessuno, a pensarci, in Italia ha adottato questa identità à la dottor Jekyll e signor Hyde, perlomeno senza ricorrere a uno pseudonimo. Ma esiste un filo che collega la sua anima pop a quella discotecara, la popstar tradizionale al producer? «Sì, il racconto della mia esperienza personale. Per dirti: Grabowski era un mio compagno di scuola, un genio del disegno che sui banchi faceva opere meravigliose consapevole che, qualche ora dopo, il bidello le avrebbe cancellate; e l’ho pensato scrivendo questo pezzo. E poi volevo sfogare un’altro lato dei miei ascolti: sono stato un grande fan dell’elettronica dei Daft Punk e dei Chemical Brothers, che è scarna e minimale, ma al tempo stesso contiene tutto».

Ecco la chiave: la – per ora, s’intende – dualità del personaggio è un modo per ricostruire, anche in maniera volutamente naif, la geografia dei suoi ascolti, per tirare una sintesi degli artisti sedimentati dentro da quando era bambino. Riflette: «Il “doppio” mi accompagna da sempre. Andavo a scuola con mamma e sentivo le sue cassette in macchina; quando mi accompagnava papà, toccava alle sue. E così passavo dai Beatles a Guccini. Per non parlare di MTV, sono cresciuto coi suoi video: Eminem (un idolo), Jennifer Lopez, i R.E.M. ma anche i Bluvertigo. Me li registravo, creavo mixtape coi videoclip. E credo che questa sia la grande eredità di quell’epoca: l’aver sentito cose diverse e distanti, per estetica e provenienza». E non c’è da stupirsi, insomma, se questa generazione nata nei ’90, ora che mette insieme i propri riferimenti culturali si fa progetto multiplo e schizzato come Pablo America. «La chiamo globalizzazione musicale. Io ho 28 anni, ne sono figlio». Altro che crisi d’identità, Dottor Jekyll, bipolarismo. Siamo (solo) questi qui.

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