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Per scrivere ‘Becoming’, Kamasi Washington ha imparato a pensare come gli Obama

«Ho pensato: come suonerebbe una canzone scritta da Michelle?», dice il sassofonista della musica che ha composto per il documentario sulla vita dell'ex first lady

Kamasi Washington

Foto: Russell Hamilton

Durante gli ultimi anni Kamasi Washington si è ritrovato in posti in cui un musicista jazz non si aspetterebbe mai di finire. Dopo l’uscita di The Epic, il triplo LP del 2015, il sassofonista e bandleader di Los Angeles è considerato l’astro nascente di tutto il genere. Eccolo in studio con Kandrick Lamar e St. Vincent o sul palco di un festival in Australia con Lamar e D’Angelo. Per non parlare di quella volta che Herbie Hancock gli ha fatto ascoltare in anteprima parte del suo nuovo album. «Mi ha detto: “dimmi che ne pensi”», racconta Washington. «Vedere Herbie Hancock premere ‘play’ supera qualunque sogno fatto da bambino».

Quest’anno Washington si è ritrovato in un’altra situazione inattesa. Ha scritto e suonato, insieme alla sua band, la musica di Becoming, il documentario su Michelle Obama disponibile su Netflix. La colonna sonora rappresenta un’altra evoluzione dello stile di Washington. Rispetto alle sfide ambiziose e multi-genere di The Epic e Heaven and Earth (2018), le 15 tracce di Becoming sono più semplici: piccole composizioni meditative per pianoforte, accompagnamenti ritmici e temi leggeri e ariosi che ricordano la disco orchestrale anni ’70.

Washington è stato contattato direttamente dalla regista del film, Nadia Hallgreen. Dopo aver visto un montato provvisorio, il sassofonista, che nel 2008 e 2012 ha votato per Obama, ha accettato la proposta. «Guardando le sue interviste ho sempre pensato che Michelle fosse una persona straordinaria», dice, «ma è stato davvero bello avere l’occasione di ascoltarla mentre spiega come vede la vita, cosa è importante e cosa no».

Il lavoro in sé si è rivelato molto più intenso del previsto. Washington aveva poche settimane per comporre e registrare la musica e ha iniziato solo lo scorso gennaio durante una crociera jazz. Per cominciare, ha analizzato le playlist di tutta la famiglia Obama per farsi un’idea della musica attorno a cui gravitano. «Ascoltano un certo tipo di soul e r&b alla Motown», dice. «È difficile descriverlo a parole, ma ho trovato un sentimento comune in tutta quella musica».

Nel corso di quelle poche settimane, Washington ha composto degli interludi adeguati a quel gusto e all’atmosfera di alcune scene del film. Song for Fraser, che accompagna una riflessione sul padre di Michelle, è graziosa e riflessiva. Provocation, che ascoltiamo nella parte del film dedicata alle proteste razziste che hanno seguito l’elezione di Obama, è oscura e meditabonda. «L’idea che una persona possa odiarti per il tuo aspetto è brutale e quel brano dovrebbe riflettere cosa prova chi pensa in quel modo», dice. «Per questo c’è un movimento di contrappunto. Da afroamericano leggo e vedo queste cose, e farlo scatena pensieri di tutti i tipi».

Dall’altra parte dell’orizzonte musicale, Becoming, la theme song del film, è rigogliosa e piena di speranza, atmosfere soul anni ’70 e chitarra con il wah-wah. «Nadia mi ha chiesto di scrivere una canzone che esprimesse quello che il film dice di Michelle Obama», racconta. «È una regina umile e geniale che vive nella porta accanto. È consapevole di quello che è diventata e di quello che ha fatto, ma lo è altrettanto delle persone che ha intorno. Quindi ho cercato che la canzone fosse leggera, ma con una certa profondità. Ho pensato: se Michelle dovesse scrivere una canzone, come suonerebbe?».

Durante la scrittura della colonna sonora Washington non ha mai incontrato né Michelle, né Barack Obama – e non l’ha fatto neanche ora che il lavoro è finito –, ma riceveva degli appunti direttamente dai piani alti. Dice che la coppia si è innamorata di Becoming «praticamente subito» e ha ricevuto feedback sul «tono e sul colore» della musica scelta per alcune scene ai quali si è adeguato. «A un certo punto qualcuno mi ha detto: “È arrivato una nota da Barack Obama”. E io: “Immagino di non poter replicare”», dice ridendo. «La musica può spingere il pubblico di un film verso una certa direzione, e non era quello che volevo fare. Volevo che fosse come una canoa spinta dalla corrente di un fiume, cioè del film».

Washington ha suonato l’ultimo show del suo tour la sera in cui i concerti sono stati bloccati per colpa del Covid-19, e ora spera di cominciare a lavorare a un nuovo album. Ora è tutto fermo. Sta scrivendo nuovo materiale – al pianoforte, non al sax – ma con gli studi di registrazione temporaneamente chiusi non sa quando riuscirà a registrare e nemmeno come potrebbero suonare. «Sento tutto nella testa», dice. «Il mio approccio classico è scrivere un po’ di pezzi, andare in studio e registrarli. Mentre li suoniamo si sviluppa dell’energia e le idee arrivano».

Nel frattempo, sta guardando tutti i film della sua collezione, valutando l’idea di lavorare a una graphic novel e si sta godendo molta musica dal vivo, anche se in video. Perso nei meandri di YouTube, ha visto e rivisto un vecchio concerto dell’icona funk Bootsy Collins e della sua Rubber Band («è la colonna sonora perfetta per quando voglio rilassarmi»), ed esibizioni di James Brown, Miles Davis, John Coltrane e Leonard Bernstein (che dirige l’orchestra per La sagra della Primavera di Stravinsky). «Ascolto molta musica live perché mi manca suonare», ammette. «Non ho mai passato così tanto tempo senza suonare con gli altri, mai. Sto curando i miei piccoli festival personali».

È naturale domandarsi se tutto questo tempo a casa abbia permesso a Washington di elaborare tutte le esperienze che ha vissuto in questi anni come la canna fumata con Snoop Dogg, la performance sul palco del Coachella e quella per il finale di Homeland, registrata perché la Carrie Mathison di Claire Danes era una grande fan della sua musica. Ci ha pensato? «Beh», dice facendo una pausa. «Non ho ancora iniziato a guardarmi indietro. Non sono ancora a quel punto».

Quando gli chiedo come mai è così richiesto, Washington fa il modesto. «È impossibile rispondere, almeno adesso», dice. «Non credo che una sola persona possa essere “il futuro del jazz”. La gente dice che sto lavorando bene, la musica va bene e sto aiutando il genere. Sono un musicista, quindi lavoro sempre, e molto semplicemente a volte il mondo mi guarda».

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