Dallo scioglimento dei One Direction, nel 2016, Louis Tomlinson si è preso quattro anni per pubblicare il primo album solista, Walls. Altri quattro servono per il secondo Faith in the Future. Quest’anno arriva il terzo. Il 23 gennaio uscirà How Did I Get Here?, il progetto che, senza esitazioni, Tomlinson definisce come il più personale e autentico. È un disco con cui il cantante ha voluto abbracciare il proprio lato più spudoratamente pop e spensierato. Quello in cui, alla fine e più di tutto, si riconosce.
Se in un primo momento voleva dimostrare di essere altro rispetto a ciò che faceva con la band, oggi Louis non ha timore di ammettere che il pop allegro è la musica che gli piace fare. Nonostante la sua cover virata sull’arancione caldo e i primi singoli pubblicati, Lemonade e Palaces, che si concentrano sui sospiri di un amore romantico, How Did I Get Here? non è privo di alcune riflessioni urgenti. Tra queste: il dubbio costante riguardo le proprie capacità e successi, lo sforzo nel portare con orgoglio le proprie cicatrici, il bisogno di leggerezza.
Quando lo incontro in una tarda mattinata di novembre, indossa una tuta in ciniglia ed è indaffarato alla macchinetta del caffè. Mi chiede gentilmente se ne voglio uno e faccio una battuta sull’ottima qualità dell’espresso italiano. Siede serafico su una poltroncina e comincia a raccontarmi la genesi del disco, che ha preso forma nella campagna inglese, per poi essere affinato nella soleggiata Santa Teresa, in Costa Rica. Lì, insieme al suo team e, in particolare, al co-produttore Nico Rebscher, ha tarscorso tre settimane a scrivere e registrare, alla ricerca di una forma di spensieratezza autentica.
Spiega: «La maggior parte dei viaggi che ho fatto sono stati per lavoro, quindi non ho mai avuto molto tempo da trascorrere effettivamente in ogni posto. È stato molto bello poterlo fare in Costa Rica. La città dove alloggiavamo, Santa Teresa, è un luogo di surfisti: era abbastanza piccola da permettermi di orientarmi in tre o quattro giorni, quindi dopo un paio di settimane mi sembrava familiare, ed era davvero piacevole. Era un posto ibrido, lontano da casa, con quel tipo di libertà che ti fa venire voglia di registrare un album». Ovviamente, la cultura costaricana ha contribuito: «Andavo a comprare il latte e la gente mi rispondeva: “Pura vida”. È più che un motto, è un richiamo costante a un modo di vivere incantevole e dolce». Louis la descrive come un’esperienza «liberatoria» e mi dice per la prima volta (di tante) quanto ha lavorato affinché How Did I Get Here? assorbisse un po’ di questa leggerezza e suonasse come «un disco pieno di speranza, più felice e gioioso».
Questo è il modo in cui effettivamente si sente lui, oppure doveva dimostrare qualcosa ai suoi fan? Mi risponde che «ovviamente all’inizio della carriera è normale che si cerchi di impressionare di più e si pensi maggiormente all’opinione del pubblico. Ma, da grande appassionato di musica, adoro quando i miei artisti preferiti fanno ciò che amano, è una sensazione contagiosa e stimolante. E lo stesso vale per me e i miei fan, penso che l’autenticità premi».
Autentica è quindi la cornice pop uptempo, così come le riflessioni che emergono qua e là nei testi – a volte innamorati, spesso autoriflessivi. In Palaces, Tomlinson dà quella che potrebbe essere la chiave per comprendere tutto il disco, cantando “There’s beauty in the scars tonight” (nelle cicatrici invece che nelle stelle). «È una cosa che dico a me stesso. Ho una cicatrice piuttosto grossa sul braccio di cui vado fiero», dice riferendosi alla caduta del novembre 2022 dopo il concerto per Faith in the Future a New York, a causa della quale si è rotto il braccio sinistro ed è stato operato. «Mi sono emozionato per il successo del disco», aggiunge ridendo. Poi, tornando serio, parla della sua città di origine, Doncaster: «È una frase scritta anche su Doncaster, il luogo da dove vengo. Perché in questi posti indossiamo le nostre cicatrici con orgoglio, e penso che ci sia qualcosa di bello in questo». Definita dalla CNN come «una delle zone più economicamente svantaggiate del Regno Unito», Doncaster ha una percentuale di criminalità sopra la media dello Yorkshire e un costo di vita sempre più elevato: crescere in quella città, effettivamente, potrebbe lasciarti qualche cicatrice.
Forse anche per il luogo da cui proviene, Louis Tomlinson non sempre riesce a riconoscersi pienamente i traguardi raggiunti nella carriera che ormai, all’alba dei 34 anni, è attiva da 15. Ne parla apertamente in Impostor, quella che forse è la traccia più analitica di How Did I Get Here?: «Onestamente, non credo che smetterò mai di sentirmi così. Penso che le persone possano provare la sensazione di essere impostori in qualsiasi lavoro facciano, ma quando si ha una professione diversa dall’ordinario, è quasi inevitabile. Soprattutto perché non sono cresciuto studiando musica, quindi non era questa la vita che pensavo avrei avuto. È stata una combinazione di duro lavoro e amore a portarmi qui. È facile quindi avere la sindrome dell’impostore. Ma sto bene, in un certo senso mi sembra che questo mi renda più ambizioso, mi spinge ad andare avanti».
In qualche modo anche Lucid, la traccia conclusiva del disco, nonché quella in cui è contenuta la frase che dà il titolo all’album, riprende queste sensazioni. A proposito del brano e di quella domanda ripetuta all’infinito, “How did I get here?”, Tomlinson spiega: «Lucid era stata scritta già un anno prima che mi rendessi conto che il titolo era lì dentro. L’avevo ascoltata così tante volte, e poi all’improvviso mi ha davvero colpito quella frase a metà. Ho pensato che fosse il titolo perfetto per il disco. E per me è più un’affermazione che una domanda. È più un senso di stupore per la situazione».
È l’emozione che lo prende quando vede le braccia muoversi a ritmo e il pubblico mimare le parole dei brani: «Mi immagino in una di quelle incredibili sale da concerto in cui sarò il prossimo anno, e mi guardo intorno insieme ai miei fan, pensando: come cavolo siamo arrivati fin qui?». A proposito di live, da marzo 2026 partirà il tour che toccherà Nord America ed Europa, compresi due appuntamenti in Italia (il 9 aprile a Bologna e il 10 aprile Milano). In un momento in cui sempre più artisti si aprono riguardo ai ritmi sfiancanti dei tour, chiedo a Louis se ha trovato un modo per vivere meglio quest’impresa: «In realtà penso che non sia qualcosa con cui ho mai lottato eccessivamente perché per me sono tutti gli altri aspetti del lavoro di artista che sono molto più difficili mentalmente. Forse fisicamente il tour è più stancante, ma mentalmente no. Per me è la ricompensa, è il motivo per cui faccio quello che faccio. Le sensazioni che si provano sul palco sono incredibili. Non fraintendermi, alla fine sei esausto. Ma è anche entusiasmante. Esibirti è questa cosa incredibile che non vedi l’ora di fare ogni sera. È allo stesso tempo estenuante e fonte di energia».
Con How Did I Get Here? Louis Tomlinson sente davvero di aver reso un dipinto lucido di chi è oggi: nel pieno dei 30 anni, con una carriera dall’andamento peculiare e diverse cicatrici personali da portare. Eppure, una voglia smisurata di ritrovare la leggerezza. Per la prima volta, dice, ha fatto un disco completamente per se stesso e non per dimostrare qualcosa agli altri: «Non mi sono fatto limitare dalle aspettative che mi ero imposto. Da quando ho lasciato gli One Direction ho sempre voluto dimostrare chi sono come musicista, a me e agli altri. Ma questa volta penso di aver semplicemente messo la musica al primo posto, senza pensare troppo alle opinioni esterne. Ho cercato di realizzare il disco più felice possibile».













