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Per il ‘Trauma’ della Generazione Z ci vuole il bonus Psicologi

Malinconia, Xanax e libertà. Nel nuovo album ‘Trauma’ Drast e Lil Kvneki cantano con più consapevolezza la vita dei loro coetanei, con e senza il virus, dentro e fuori le camerette

Gli Psicologi: Drast e Lil Kvneki

Foto: Roberto Graziano Del Moro

L’habitat naturale degli Psicologi – abbiamo avuto modo di constatarlo di persona durante le riprese di Fuoriclasse, documentario che seguiva le vicende di un gruppo di artisti giovanissimi catapultati dai banchi di scuola alle classifiche senza tappe intermedie – è quello di tutti i loro coetanei. Anche, o soprattutto, di quelli che non ambiscono o non possono ambire alla fama. Appartamenti in condivisione con coinquilini allegri e disordinati; camerette con flyer di serate e disegni di amici appesi alle pareti; bar di quartiere dove puoi ordinare il solito e vieni capito al volo; motorini, treni e autobus come mezzi di trasporto privilegiati.

Drast (Marco, di Napoli) e Lil Kvneki (Alessio, di Roma) sono entrambi nati nel 2001 e fanno quel tipo di pop che mutua gran parte della sua scrittura dal rap: soprattutto, sono capaci come quasi nessun altro di ritrarre la famigerata Gen Z in tutte le sue sfumature. Il loro primo album, Millennium Bug, scritto quando ancora abitavano coi genitori, è uscito a giugno 2020. Avevamo appena cominciato a mettere il naso fuori di casa dopo il lockdown; ciononostante sono stati travolti da un successo più che tangibile, che li ha portati finora ad accumulare ben 12 dischi d’oro e tre di platino, senza contare quelli ottenuti quando hanno collaborato da solisti con altri artisti.

Il 2022 è un anno cruciale per loro. Innanzitutto perché pubblicano il loro secondo album, notoriamente il più difficile nella carriera di un artista (cit.), che si intitola Trauma ed esce dopodomani. È un lavoro che mantiene la stessa freschezza del precedente, ma allo stesso tempo denota uno step ulteriore, una crescita in maturità e complessità: è riuscito a unire il meglio dei due mondi, insomma. «Non è che abbiamo confezionato meglio l’involucro: è la materia prima che è più forte», dice Drast. «Con il passare del tempo abbiamo avuto modo di esplorare nuovi orizzonti e di arrivare a fare le cose con una consapevolezza maggiore, ma con la stessa spontaneità di sempre».

Il disco darà loro occasione di constatare per la prima volta di persona l’affetto del pubblico visto che, causa restrizioni e altre amenità, avevano avuto finora ben poche occasioni per farlo. Viene da chiedersi se l’impatto con il mondo reale possa rivelarsi esso stesso un trauma.

Perché questo titolo?
Drast: Ci sembrava una parola che poteva accomunare tutti: noi, i nostri amici, chi ci ascolta. Nelle canzoni parliamo delle cose che ci hanno cambiato, in positivo e in negativo. Un trauma non è per forza un male, perché a volte ne esci più forte, migliore. Dalla pandemia non so: io credo di esserne uscito meglio mentalmente, ma peggio fisicamente. Soffro di una specie di long covid non dipendente dal virus, ma dalla quarantena, una specie di vecchiaia anticipata.

La copertina di ‘Trauma’

In copertina c’è un’evocativa foto di gruppo in cui posate con i vostri amici…
Kvneki: Sono anche le persone che ci hanno “prestato” le immagini che esponiamo nel disco. Quando lavoriamo alle nostre canzoni, è come se immortalassimo delle istantanee: scrivere, per noi, è anche ascoltare gli altri, innanzitutto nostri amici e le loro storie.

E come hanno reagito, ascoltando le loro storie nelle vostre canzoni?
Drast: Beh, non c’è niente di diffamatorio, quindi tutto a posto (risate generali). Seriamente parlando, sono contenti di avere una voce. Non possiamo diventare la voce di tutti, però di sicuro possiamo raccontare le vite di chi ci sta vicino, e ci accontentiamo di questo.
Kvneki: C’è un significato nella composizione della foto, tra l’altro, ma preferiamo non svelarlo: è più figo se rimane a livello di simbolismo.
Drast: Diciamo che l’idea di base era ricreare una sorta di foto di classe delle elementari, ma scattata ora che siamo tutti cresciuti e ciascuno ha preso la sua strada. Magari a 10 anni sorridi, a 20 invece un po’ meno: la foto è in bianco e nero, siamo tutti seri… Anche in questo senso c’è un sottointeso di trauma. Però nella realtà quello scatto è stato un attimo di felicità collettiva, perché ci ritrovavamo tutti insieme a fare qualcosa di bello.

Tornando al concetto di dare la parola agli altri, molti vi identificano come i portavoce della vostra generazione. Vi ci sentite?
Kvneki: No, assolutamente. Sono gli altri che lo sostengono. Speriamo che chi ci ascolta si rispecchi in ciò che raccontiamo, ma avere la pretesa di essere portavoce di un’intera generazione non fa proprio parte di noi.
Drast: Per noi la cosa importante è dare spazio alla quotidianità e ai pensieri di chi ci sta vicino, come abbiamo fatto anche nel video che ha anticipato l’album sui nostri profili social, in cui si affrontavano le tematiche più varie, dal sesso al lavoro, dalle aspettative per il futuro ai rapporti umani.

 

 
 
 
 
 
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Com’è la vostra quotidianità, a proposito? Riuscite ancora a fare una vita relativamente normale o siete stati risucchiati dal tran tran della popstar in erba?
Drast: Se ti abitui ai dischi d’oro e di platino, non li fai più: svanisce anche l’ispirazione. Cos’hai da dire, dopo un po’ che fai la vita da star?
Kvneki: Non vogliamo alienarci o dissociarci dalla realtà: potremmo tranquillamente farlo, ma evitiamo, perché per noi è importante fare capire che siamo parte di una collettività, che non siamo diversi dagli altri.
Drast: Anzi, se devo dirtela tutta: mi piacerebbe tanto che i miei amici mi ammirassero e mi rispettassero per quello che faccio e per i risultati che porto a casa, ma la verità è che quando esco dallo studio sono uno di loro, mi guardano come se avessi appena staccato il turno da un lavoro qualsiasi.

Anche dopo tutti i featuring che avete accumulato nell’ultimo anno? Cito in ordine sparso: Blanco, Sick Luke, Villabanks, la partecipazione a Bloody Vinyl
Drast: La cosa bella è proprio inserire queste esperienze pazzesche nella quotidianità: quando entriamo in studio con qualcuno ci piace incontrare la persona, più che l’artista. Prendi Bresh, uno degli ultimi con cui abbiamo lavorato: non siamo partiti con l’idea di fare un pezzo insieme, ma ci siamo detti «Andiamo a conoscerlo e a fare una session: se esce un pezzo bene, sennò pazienza, ci siamo divertiti».

Inizialmente componevate e registravate in cameretta. Per paradosso, dalla cameretta siete metaforicamente usciti quando tutti ci siamo dovuti chiudere dentro: nel bel mezzo della pandemia…
Drast: E infatti, non avendo avuto un riscontro reale, ancora non ci rendiamo del tutto conto di quello che ci sta succedendo, anche a livello di pubblico che aumenta. Continuiamo per la nostra strada, come se non fosse cambiato nulla. Siamo ancora in cameretta, in un certo senso, il che è anche uno dei nostri grandi punti di forza. Sempre con in mente l’obbiettivo di dare qualcosa agli altri, di collaborare tutti insieme per un fine più grande, sia noi che facciamo la musica che quelli che la ascoltano.

Adesso che il riscontro reale per forza di cose arriverà, vi fa paura il confronto con il mondo di fuori?
Kvneki: Secondo me la paura è una cosa normalissima, sarebbe strano non averla. Avere paura significa avere a cuore la situazione, non lasciare tutto allo sbando. Detto questo, però, penso che il nostro vero scopo sia arrivare ai live sapendo che quelli che stanno sotto il palco con l’album ci hanno volato.

A proposito di volare, avete raccontato di avere scritto Sui muri dopo un viaggio a Barcellona.
Drast: Paradossalmente è stato un viaggio che abbiamo organizzato ognuno per i fatti propri, senza sapere che anche l’altro stava facendo lo stesso, e poi ci siamo beccati direttamente là. Io personalmente avevo bisogno di cambiare aria e di andarmene da Napoli, anche perché avevo appena chiuso una storia importante e volevo allontanarmi un po’ dalle solite facce e dai soliti giri. Ma più in generale stavamo cercando di fuggire dalla routine, perché in Italia c’era ancora il coprifuoco e non ci sentivamo molto liberi. C’era davvero un’atmosfera pesante.
Kvneki: Per me non era solo questione di scappare, ma anche di prendere ciò che di buono c’era fuori e riportarlo in Italia con noi. Il senso del viaggiare è proprio questo: uscire dalla propria zona di comfort e imparare il più possibile. Siamo arrivati a Barcellona il giorno in cui in Spagna hanno tolto le restrizioni, e quindi l’impatto è stato ancora più forte. È un’esperienza che ci ha insegnato un sacco di cose, anche se è stata una vacanza dal mood molto spensierato: confrontarsi con persone diverse e mescolare le influenze ti porta a scrivere tanto.

Una delle canzoni più riuscite dall’album è Pagine, che colpisce per alcuni versi fin troppo cinici e disillusi per dei ragazzi della vostra età: “Le parole tristi di una giovane donna di cui a nessuno importa”, “Abbassare le aspettative sperando che farlo renda tutto migliore”… Da dove viene tutta questa malinconia?
Drast: È sempre un po’ quella storia della vecchiaia sopraggiunta in giovane età di cui parlavamo prima. Il punto è che cerchiamo di trattare le tematiche che ci riguardano, e che riguardano chi ci circonda, con meno superficialità possibile. Sicuramente quei versi non sono frasi che uno pronuncia o pensa tutti i giorni, ma sono quello che ottieni se scavi a fondo. In generale, alcune canzoni sono una sorta di messaggio criptato che mandi a qualcuno: solo il destinatario riesce a capirle veramente. E per fortuna, in questo caso il messaggio è stato recepito in pieno dalla persona a cui era diretto.

Posso chiederti chi era, questa persona?
Drast: Io parlo della mia attuale ragazza e Alessio… anche (ridono entrambi come matti).
Kvneki: Ecco, così fai nascere un meme!
Drast: No, scherzi a parte, diciamo che quella canzone prende pensieri e espressioni da varie persone: la mia ragazza, un’amica, altri ragazzi che conosciamo, che poi nella finzione narrativa si sono trasformati in un’unica entità.
Kvneki: La nostra è anche una scrittura molto collettiva: capita spesso che facciamo sentire le canzoni a qualche nostro amico che magari ci dice «Oh, ma sai che quella frase così suonerebbe meglio?».

Un altro testo che fa molto pensare è quello di Libero. Cos’è la libertà per voi, nel concreto?
Drast: Il tema del pezzo è proprio la ricerca spasmodica della libertà, perché ogni situazione ha due facce della medaglia. Il ritornello dice che sono “in bilico in un bilocale senza ossigeno” proprio per quello: appena arrivato in quel bilocale ero felicissimo, perché ero andato via di casa per la prima volta, ma a un certo punto quella libertà mi toglieva il respiro.
Kvneki: Se ne potrebbe parlare all’infinito perché, anche se un po’ mi dispiace dire questa cosa, finché si vive in uno Stato il concetto di libertà è un po’ difficile da definire. Potrei farti la stessa domanda, cos’è la libertà per te, e tu non sapresti rispondere, probabilmente.
Drast: Esatto, ha talmente tante sfaccettature che è impossibile trovare una risposta. Il succo del discorso è che vogliamo sempre sentirci liberi, ma poi dove stanno queste fantomatiche catene? Cosa ci impedisce di esserlo? È un po’ come quando ti senti di correre controvento anche se il vento non c’è.

Il testo che però suscita più riflessioni, a causa del nervo scoperto che va a toccare, è quello di Medicine. Parla di come tutti noi finiamo per usare droghe e farmaci come un placebo per problemi creati dalla società stessa…
Drast: Tutto nasce dal beat che ho fatto, e che mi piaceva molto. Ho scritto la strofa pensando a tutte le situazioni che mi circondano e che mi fanno cagare: l’amico che lavora dieci ore al giorno per pochi euro, quello che è talmente angosciato dalla realtà che ha bisogno di staccare… Stavo pensando a qualcosa che potesse accomunarle tutte, e mi è venuto in mente all’improvviso: la gente le risolve con lo Xanax, le droghe sintetiche, i sonniferi.
Kvneki: Se vogliamo è un’idea molto americana, quella della persona che soffre, che è da considerarsi malata e che quindi non può essere curata se non con una vera e propria medicina. Secondo noi gli psicofarmaci e tutto il resto non possono essere la risposta.
Drast: Quando si sente a disagio, la gente si limita a girare intorno alla questione e a cercare un modo di spegnersi. Da una parte è la vita che vivi a metterti nella condizione di reagire così, dall’altra spesso è l’unica risposta che la società ti sa dare. Ma noi non lo troviamo affatto giusto.

Dalla metaforica cameretta in cui siamo stati rinchiusi per due anni stiamo uscendo tutti, alla buon’ora: fine delle restrizioni, la vita ricomincia come prima. Come ve lo aspettate, questo 2022?
Kvneki: Con tantissimi concerti.
Drast: Potremmo risponderti in mille altri modi, ma è un argomento talmente importante e dibattuto che è fondamentale ribadire il concetto. L’unica ragione per cui facciamo musica è questo: suonare. E vorremmo sottolineare il più possibile il punto, perché non sia mai che tra un mese si chiuda di nuovo tutto: per chi vive di arte è fondamentale poter avere accesso a un palco, non solo per chi la fa ma anche per gli spettatori e per gli addetti ai lavori. L’unica cosa che speriamo di poter fare è avere un contatto reale con le persone, finalmente.

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