Pepsy Romanoff: «Vasco mette un pezzo di fegato in tutto quello che fa» | Rolling Stone Italia
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Pepsy Romanoff: «Vasco mette un pezzo di fegato in tutto quello che fa»

Il nuovo immaginario del rocker, i riferimenti nascosti nel video di ‘Siamo qui’, l’inverno insieme in studio, il loro rapporto che è «una storia seria lunga sette anni»: faccia a faccia con il regista di Vasco

Vasco Rossi sul set del video di 'Siamo qui'

Foto: Giovanni Menici

Pepsy Romanoff è uno che parla per figure retoriche. La sua narrazione dei fatti è tutta un frusciare di eufemismi, enfasi e metafore. Moltissime metafore. Ma allo stesso tempo è incredibilmente schietto e diretto: insomma, è difficile che te le mandi a dire. E se qui avete già annusato il legame con “qualcun altro”, e pure dove stiamo andando a parare, non è un caso.

Peppe Romano non è cresciuto fan di Vasco Rossi, finché non si è ritrovato a fargli da regista. E questa è storia nota. Meno nota è la disciplina con cui mantiene un lucido distacco dalla figura mitologica che ormai da 7 anni lui racconta per immagini.

Tra una cosa e l’altra, però, mentre portava nel repertorio di Vasco la cultura visiva del rock internazionale, filmava il colossal Modena Park e l’anno dopo riusciva comunque a rilanciare con i NonStop Live, si è anche ritrovato a commuoversi sul palco. Tipo che Vasco cantava Sally e lui, macchina a spalla, piangeva. Beh.

Succedeva appena una manciata d’anni fa. E adesso, durante una lunga chiacchierata sul videoclip di Siamo qui e il prossimo album in uscita («Qua dentro c’è tutto il pensiero vaschiano di oggi, ed è commovente nella sua semplicità», dice del disco, «è musica che rotola e che ti arriva addosso rotolando»), non mi sorprende che dopotutto sia ancora lui a buttarmi lì una frase che probabilmente gli ruberò. In sintesi è la risposta giusta all’ancestrale borbottio di chi dà agli artisti una scadenza, quelli che aspettano con il lanternino il passo falso dopo il capolavoro, quelli che prima dei 30 non sei all’altezza dei veri grandi ma dopo i 40 sei già fregato.

Insomma, gli stessi che «il vero Vasco Rossi resta quello dei primi tempi». «Cazzo, ma nel frattempo so’ passati quarant’anni», mi dice Pepsy. «Il miracolo è che Vasco, in quello che fa, ci mette ancora dentro un pezzo di fegato». Visto? Con Romanoff è tutto uno schietto frusciare. Senza mandarle a dire.

Partiamo dalla voce del popolo. Sul web i fan ti danno del visionario, lo sai? Emergere sempre accanto a Vasco, con una “combriccola” al seguito che rispetta una tradizione precisa e con un entourage composto da pochi eletti, non è roba da tutti.
Stavolta più delle altre, molta gente mi ha fatto notare che in effetti Vasco mi ha citato ovunque è andato a far promozione. Io te lo dico: ho lavorato con un sacco di artisti, ma nessuno cita così il suo regista. Solo Vasco lo fa. E questo mi rende felice anche a nome di tutta la categoria a cui appartengo, se pensi che stiamo ancora discutendo del perché il videoclip, che è un’opera audiovisiva a tutti gli effetti, non possa essere registrato in Siae.

Per me questo è il miglior videoclip di Vasco dai tempi di Un mondo migliore.
E infatti è stato un altro parto. Pensa che con Except e Maurizio Vassallo abbiamo iniziato a lavorarci a luglio ed è uscito a ottobre. Ma è un videoclip importante anche in termini produttivi. Un mondo migliore, con Vinicio Marchioni, fu un’operazione pionieristica rispetto al linguaggio visivo di Vasco, che ora con Siamo qui è diventato maturo e imponente. Un set di tre giorni, la possibilità di utilizzare location magnifiche grazie al contributo della Regione Puglia, di Ferrovie dello Stato e della Apulia Film Commission. Lì sono dei numeri uno. Poi ci ha aiutati un location manager pazzesco, Pierluigi Del Carmine, che ha lavorato anche su 007. È difficile stupire con i luoghi, oltre che con le immagini.

Pepsy Romanoff. Foto: Giovanni Menici

A proposito di location, con Siamo qui chiudi un poker perfetto.
Sì. Siamo partiti dalla diga in Come vorrei, poi la cava di Un mondo migliore, la piazza in Una canzone d’amore buttata via, e adesso la ferrovia.

Quattro luoghi topici.
Mi piace quando si ambienta Vasco in un luogo. Penso a Una canzone d’amore buttata via, con Vasco da solo in mezzo a Piazza Maggiore deserta. Ferma un momento storico, no? Eravamo in pieno lockdown, quello vero. E siamo tornati lì dove nel ’79 lui aveva iniziato. Praticamente un salto temporale dal primo live della sua carriera al primo singolo dell’ultimo album. Stavolta però serviva una dicotomia tra notte e giorno. E se è vero che Vasco è per definizione un notturno, in questa nuova era è anche diurno.

Oserei dire solare.
Dorato.

Qui incalzo: a me sembra perfino eterno. Il binario perso nel nulla che ricalca le atmosfere di un non-luogo e di un non-spazio.
Sì, è vero, ma qui non posso dirti di averci ragionato a tavolino. Questo poker di luoghi, fino all’ultimo di cui parli, è venuto fuori spontaneamente. Però col senno di poi, se questo video rimane nella memoria dei fan credo dipenda anche da un’impressione di eternità, sì. Personalmente volevo che Vasco uscisse fuori come un immenso guru del rock, un veterano, con tutte le sue canzoni al seguito, che sono perle di vita vissuta.

E l’idea gli è piaciuta al primo colpo?
No. E ti confesso che quello che vedi nel video non è stata la mia prima scelta. A Vasco avevo raccontato una certa idea, ma non lo avevo convinto. Mi aveva detto: «Cazzo, bella questa. Ma è la tua visione dei fatti, non quella che intendo io». Ero uscito da ‘sta riunione distrutto, rilanciare sempre più in alto non è facile. Ma ammetto che ha avuto ragione lui. Così insieme a Igor Artibani, lo sceneggiatore con cui ormai faccio coppia, abbiamo iniziato a scrivere tutt’altra roba. E quella era l’idea giusta per questa storia. Vasco prende sempre il sasso e lo butta più avanti, quindi ti costringe a fare uno scatto che lì per lì ti manda in crisi totale, ma poi ti frega. Niente, ha sempre ragione.

Foto: Giovanni Menici

Arriviamo ai binari.
Eravamo a tavolino a Zocca, io, lui e Floriano Fini. A quel punto ovviamente l’ho toccata piano: Prendiamo in considerazione questi binari, potrebbero piacerti?. Appena li ha visti mi ha dato il via libera. Quindi avevamo binari abbandonati e un ponte di 21 archi a Spinazzola. Il disco esce in una data palindroma, il 12/11/21, e i dadi nella parte finale del video li ho legati proprio ai numeri 12 e 11. Sono tutte chicche che magari nessuno nota, ma ci sono cinque icone che non seguono didascalicamente la canzone. Riferimenti che spaziano liberamente tra David Lynch e Black Mirror. Volevamo creare un’ambientazione onirica, una iper-realtà, che poi è il modo in cui ha sempre vissuto Vasco. E no, non parlo di droghe, ma del suo lavorare di notte, costruire canzoni, creare concerti, suonare e fare tardi la sera.

E poi, da un altro mondo ancora, è arrivata anche Alice Pagani. Malinconica e tormentata, sull’orlo del confine tra bene e male: praticamente la nuova generazione che assorbe la filosofia vaschiana.
Prendere Alice, che parla a una nuova generazione, rispecchia la trasversalità moderna di Vasco. Per me lei è una Lolita non artefatta. Anzi, la immagino un po’ come un’Albachiara: scritta anni e anni fa, eppure a livello visivo mai ingabbiata in un tempo storico.

Ah però! Allora mi viene in mente anche Eva Green in The Dreamers, una Venere di Milo con le braccia tinte di nero che paiono mozzate. Siamo lontani da Baby ed esteticamente molto più vicini all’immagine della Pagani in Non mi uccidere (film horror di Andrea De Sica che la vede protagonista, nda).
Non l’ho visto, sai? Davvero, sennò te lo direi. Infatti anche Alice mi aveva proposto di guardarlo, ma ho preferito non farmi influenzare. In realtà la suggestione delle braccia è nata dall’opera d’arte di un artista, Lothar Baumgarten. Poi ne ho parlato con mia moglie Tamara (make up artist del videoclip, nda) e si è trasformato tutto in quella roba strana. Magia lisergica, al confine con la stregoneria. L’immersione delle mani in questo catino di nero rappresenta un contatto che la contamina e quasi la maledice. Una porta verso l’altro mondo, quello oscuro.

Ma quindi Alice l’hai proposta tu?
Sì. Ho pensato a tanti tipi di donne, poi un pomeriggio sono andato a incontrare lei. Quello che mi è piaciuto di brutto di Alice è questo sguardo un po’ dolce, sincero, di provincia. Lei è di Ascoli Piceno, mi ha raccontato che ha scritto un libro e che sua madre da giovane era fan di Vasco. Parlava non per farsi vedere, ma per farsi conoscere. Avevo il timore che però Vasco non comprendesse il potenziale, guardandola solo in foto o su Instagram. Perché io la volevo nuda, cruda, senza trucco. Quando gli ho portato l’idea di Alice e il concept finito ha detto solo: «Vai, perfetto. Ci vediamo là».

Aspetta. Non darei per scontato questo passaggio, per noi comuni mortali. Cioè: tu proponi un’idea a Vasco, alla fine viene approvata, e poi? Sul set non ti supervisiona, tu sei il tesoriere delle immagini che girate?
Sì. Non hai capito: se sbaglio mi sfracello. È lui a darmi quest’onere e questo onore. Vasco viene, fa il suo playback e respira l’aria del set. È venuto il secondo giorno di riprese, ha fatto tre ore di song perfetta, e poi mi ha lasciato il timone: «Peppe, adesso fai tu». Lui ce lo ha ripetuto più volte: «Io faccio il cantante, tu fai il regista». Vasco è molto bravo a responsabilizzarti.

Alice Pagani. Foto: Giovanni Menici

Tra l’altro tu curi tutta la sua immagine in video. Dai live ai videoclip, ma pure le conferenze stampa. Altro aspetto che non trascurerei…
Molti infatti storcerebbero il naso. Ma non esistono unità di misura differenti quando si ha a che fare con Vasco. È un lavoro di brand. Ti prendi carico della sua immagine in video sotto ogni punto di vista. Nel tempo per noi è diventato questo, senza ragionarci troppo su. Ovviamente più sei libero e più hai paura di far danni, ma a questo punto credo di aver assunto la giusta dose di Vasco Rossi, Tania Sachs e Floriano Fini, per compensare i miei eventuali colpi di testa. Molte volte faccio una guerra per difendere con me stesso quello che loro mi hanno insegnato sulla tutela del patrimonio vaschiano.

Vabbè, ma quindi quando ha visto il video che ti ha detto?
(Ride) Stavolta pensavo: non glielo mando, perché se glielo mando e non gli piace…. Un conto è approvare la storia, un altro è vederla. La prima cosa che ha guardato ovviamente è la sua performance, come sempre impeccabile. Poi mi ha chiamato e mi ha detto: «Peppe, io non ti chiedo neanche una modifica. Capolavoro!». E io: ma veramente fai o stai scherzando?

Parlavi di cinque “icone” nel video. Me le dici?
Il telefono, oggetto del male che domina la nostra frenesia. E il serpente, il peccato originale. Poi c’è il bambino, in bilico tra adolescenza e maturità. Pretende delle risposte, e come Vasco prega qualcuno che non sai mai chi è. Il giocatore di dadi: perché alla fine Vasco ha sempre giocato d’azzardo. E qui è chiaro che non mi riferisco allo scommettere soldi, ma al suo continuo azzardo contro se stesso, sulla sua immagine, sulle canzoni e la carriera. Il funambolo invece rappresenta banalmente il “brivido sopra la follia”, ma non solo. Il funambolo è di per sé un manierista: continua a provare lo stesso esercizio per vent’anni, senza sosta. Cade e si rialza. E in realtà Vasco è così, è un manierista sempre in bilico.

Siamo qui è il nuovo capitolo di una storia iniziata con Siamo solo noi e Siamo soli: che ne pensi?
Lui l’ha spiegata meglio di chiunque altro. Sì, è un passaggio attraverso tre grandi ere della vita. La cosa bella di Vasco è che ancora oggi è spontaneamente inclusivo. Con lui non è mai “voi siete” e “io sono”. Diventa sempre “noi”, che stiamo ancora qui. Da questo punto di vista è veramente un mito.

Mollica ha già scritto che questo disco è un “vero miracolo rock”. Sei d’accordo?
Beh, sì. Ma per me il miracolo non sono il pezzo o il disco in sé. Sono le condizioni. Non è detto che, raggiunta una certa maturità, tu riesca ancora a scrivere brani così. Perché cambia il contesto attorno, passi dall’essere single a padre, e poi nonno. Cazzo, nel frattempo so’ trascorsi quarant’anni. Non sei sempre lo stesso.

Foto: Giovanni Menici

«Ah, io ero un fan del vecchio Vasco, poi è cambiato»: che noia.
La gente non può pensare che Vasco scriva ancora Siamo solo noi, perché questa persona ha vissuto e si è evoluta come tutti. Però tira fuori ancora concetti molto forti, autentici. Ci sta mettendo ancora dentro un pezzo di fegato.

Appunto. Che aria tirava durante la registrazione del disco?
Premetto che per me il disco è bellissimo. Sarà che ho vissuto tutto l’inverno con lui in studio, e prima non avevo mai assistito alla registrazione di un suo album. Ho visto cosa significa per lui e quanti mesi c’è stato dentro. Quando ho ascoltato Siamo qui è come se avessi riconosciuto un’energia diversa, mi è arrivata una botta senza ancora sapere che sarebbe stata la title track. Per me ce ne sono altre due o tre veramente stupende. Io ho sentito molto il fatto di essergli stato accanto. Credo che questo disco lascerà una traccia. È musica che rotola, e che ti arriva addosso rotolando. Non lo dico perché posso essere diventato fan.

Perché tu ancora ti mantieni sobrio in merito, eh?
(Ride) Di sicuro adesso mi faccio coinvolgere dall’emozione. Penso che dopo tutto questo tempo Vasco abbia fatto delle nuove riflessioni e che sia riuscito a metterle anche nel disco. Il fatto è che Vasco è un Bordeaux, passano gli anni e si apre sempre di più. È una bella storia questa, soprattutto vista da dentro.

Torniamo al filo rosso di ogni nostra chiacchierata su Vasco: oggi a che punto sei di questo rapporto con lui?
Esco da un’overdose di Vasco, sono stato mesi insieme a lui. Oggi è una relazione matura, direi. Dopo sette anni e senza crisi? Allora diventa ‘na storia seria. A te posso dare la risposta che vorrei, ma non possiamo ancora scriverla tutta.

Dammene una che posso scrivere, allora.
Allora diciamo che veniamo da una luna di miele e da fantastiche avventure insieme. Quello che mi piace di più è che il suo popolo accoglie il video come se fosse una cosa sua. È il video che la gente voleva, quando invece potrebbero dire: Pepsy, ma a noi che cazzo ce ne frega del serpente e del funambolo? Così diventa il video di Peppe Romano, ma pure di Vasco. Come fosse la sua canzone per immagini. Se lo firmasse lui, forse mi andrebbe bene lo stesso. Penso si sia creata una simbiosi, ecco.

Insomma, siete nella fase della relazione in cui uno assume i tic e i modi di fare dell’altro.
Lo hai detto tu.

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