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Peggy Gou, c’è una popstar nella house music

Un successo fulmineo che l'ha portata a essere una delle DJ più richieste al mondo, ma prima la lotta contro pregiudizi e ‘sex sells’.

Peggy Gou, foto di Jungwook Mok

«Andavo al Berghain praticamente ogni weekend, avevo anche eletto una ‘Peggy Zone’, proprio davanti alla consolle, per sentire tutta la connessione unica che si crea in quel luogo tra l’audience e il DJ», racconta Peggy Gou ricordando i giorni in cui il tempio della musica elettronica era per lei ancora un sogno. Ora che è diventata la più giovane artista donna coreana ad aver mai suonato tra le mastodontiche colonne del club berlinese, il suo volto è uno dei più ricercati della scena.

Una carriera folgorante, iniziata quasi per caso, quando Peggy dalla Corea del Sud arrivò in Europa come studente, per poi scoprire che la sua strada andava verso i cdj o le Roland 808. In seguito il trasferimento a Berlino, sgomitando a suon di demo per farsi notare in mezzo alla babilonia sonora in cui la città è immersa, trovando man mano il suo spazio fino a diventare una sorta popstar della house music, ad appena 28 anni.

In costante tour fra le consolle mondiali, dove non mancano mai ginger shot e peluche di giraffe, di ogni colore e dimensione, regalategli da fan in adorazione – altro elemento immancabile di tutti i set di Peggy – la DJ sta cavalcando un successo inarrestabile, figlio anche delle sue ultime release, addirittura quattro nel solo 2018. E se fa ormai parte della ritualità che la accompagna vedere stormi di persone che ai suoi set ballano tenendo in mano le scarpe – «la prima volta successe a Glastonbury nel 2017, un’idea geniale» – , noi abbiamo approfittato del suo ritorno in Italia per fare il punto sulla sua carriera, per farci raccontare con le sue parole un percorso fuori dalle strade già tracciate prima di vederla l’8 luglio al Kappa FuturFestival a Torino, o il prossimo 15 luglio al Magnolia di Milano.

La tua ascesa è stata incredibile, sei arrivata a Londra come studentessa di moda per poi mollare tutto per la musica,. È stata una decisione difficile?
Non direi, una volta scoperto l’amore per il DJing e la produzione ho immediatamente capito che era ciò che volevo fare nella vita, a quel punto decisi di trasferirmi a Berlino per continuare su quella strada. Ho trovato una città in cui la musica e i club sono una componente essenziale, una città che mi ha subito spinto ad allargare i miei orizzonti musicali. Ho imparato tantissimo dai DJ locali che suonano in club come il Berghain/Panorama Bar, dove andavo praticamente ogni weekend.

Foto di Jungwook Mok

Appena due anni fa lavoravi in un negozio di dischi a Berlino, ora sei una DJ superstar. Come valuti il tuo percorso?
Visto dall’esterno può sembrare sia accaduto tutto all’improvviso ma ho lavorato duramente per anni e prodotto un’infinità di demo, seguendo i consigli dei producer e dei DJ che ammiro. Certamente non è stato un processo immediato, ma non mi aspettavo che i miei set o le mie produzioni fossero accolti così positivamente.

Tuttavia non è sempre stato così. So che, a inizio carriera, hai affrontato il fenomeno delle ‘sex sells’, ovvero come alcune etichette fossero più interessate al tuo aspetto che alla tua musica. Non credevo succedesse anche nel mondo dei club.
Sfortunatamente capita anche nella scena elettronica, ed è molto scoraggiante quando qualcuno sminuisce a tal punto il duro lavoro di una persona. Credo, invece, che le reazioni ai miei dischi la dicano lunga su come la musica che produco non abbia nulla a che vedere con il mio aspetto perché, se così fosse, non avrei ricevuto il supporto di artisti che ammiro e rispetto.

Dopo appena due anni hai già una fanbase impressionante, quasi tu fossi una popstar, ed è raro per il clubbing, eccezion fatta per giganti come Ben Klock o i veterani di Ibiza. Come te lo spieghi?
Credo sia dovuto al fatto che cerco sempre di interagire con il pubblico che mi segue. Mi piace esprimere la mia personalità attraverso i miei set e credo sia per questo che le persone non mi vedano come la ‘DJ della serata’, ma come una di loro, una fan sfegatata della musica.

Quanto credi che la tua popolarità sui social network abbia influenzato la tua carriera?
Quando ho pubblicato il mio primo disco ero molto incerta su come utilizzare i social, avevo paura di non essere presa seriamente come musicista e che magari sarebbe stato meglio ‘nascondermi’, essere più conservatrice. Tuttavia credo che le persone oggi preferiscano seguire chi riesce a esprimere la propria vera identità ed è quello che ho deciso di fare, senza restrizioni e a 360 gradi, dalle mie produzioni fino a come utilizzo i miei canali.

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