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Pat Metheny: «Non sapevo bene chi fosse Bowie quando abbiamo fatto ‘This Is Not America’»

Ha comprato i suoi dischi, lo ha conosciuto e ha capito: «Non era brillante, era oltre». Intervista al chitarrista che sta per tornare in Italia: ‘Dream Box’, Jaco Pastorius contrario all’uso di droga e alcol, l’essenza della musica. «Solo pochi colleghi sono in grado di capire quel che faccio»

Foto press

Per Pat Metheny il 2022 è stato un anno decisamente impegnativo: 160 concerti in giro per il mondo, quasi uno ogni due giorni. Eppure il chitarrista ha trovato il tempo per lavorare a Dream Box, album uscito nei giorni scorsi e composto da brani di chitarra solista ritrovati all’interno del computer. Era stato Charlie Haden a suggerire a Metheny, autore decisamente prolifico, di registrare i pezzi che scrivevaper non perdere traccia del lavoro svolto e poi eventualmente utilizzarlo.

Il nuovo album è anche l’occasione per un tour europeo che toccherà l’Italia tra il 17 e il 19 luglio (con tappe a Lucca, Udine e Bergamo). Pat Metheny sarà sul palco assieme al tastierista Chris Fishman e al batterista Joe Dyson. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente alla vigilia della partenza per l’Europa.

Dream Box è composto da nove pezzi che si trovavano in una cartella del tuo computer assieme a decine di altri. Con quale criterio li hai scelti per far parte del disco, scartando gli altri?
Erano i pezzi che continuavo ad ascoltare. Per me è una cosa piuttosto rara. Tutto è iniziato con From the Mountains, il secondo brano dell’album. Non mi ricordavo né di averlo scritto né di averlo suonato e registrato. Mi chiedevo: cos’è? Quando l’ho registrato? Mi sono stupito di come mi suonava: è un pezzo che se avessi voluto farlo così non ci sarei riuscito. Invece evidentemente l’ho fatto una volta e poi l’ho messo via. E appunto, quando ho aperto quella cartella, mi sono trovato ad ascoltarlo più e più volte e mi sono domandato: qui dentro cos’altro c’è? Ho ascoltato tutto, e i pezzi che ho scelto per l’album sono quelli che mi trovato spesso a voler riascoltare. La scelta è stata fatta così.

Hai riascoltato questi pezzi mentre ti trovavi in tour, sul pullman o in una camera d’albergo. Quando sei in giro per concerti, non fai mai niente che non sia legato alla tua musica?
Be’… senz’altro dormo. Onestamente, a questo punto della mia vita e della mia carriera, la musica e tutto il resto per me sono la stessa cosa. Magari può sembrare strano, ma anche fare questa intervista per me è musica. La musica per me è sempre più il sintomo, piuttosto che una destinazione. È un modo di essere. Ho vissuto intensamente in questo mondo per più di cinquant’anni e mi accorgo sempre più che per me tutto è musica e la musica è tutto. Non distinguo più quello che faccio come musicista e tutto il resto. Anche quando non imbraccio uno strumento sto sempre lavorando alla musica. È tutto un grande unicum per me adesso.

E non ti stanchi mai? Anche quest’anno farai un sacco di concerti.
Per me suonare è un privilegio, l’ho sempre pensata così. Salire sul palco e fare musica con grandi musicisti è un onore. Inoltre c’è gente che viene ad ascoltarmi, è una cosa a cui faccio ancora fatica a credere. Per quanto riguarda il significato dell’essere musicisti, in tutto questo tempo ho capito che il modo più efficiente per migliorare è suonare dal vivo, e se possibile farlo ad alto livello, con grandi musicisti. È il modo migliore per acquisire saggezza all’interno della musica. Funziona molto di più rispetto allo stare soli in una stanza a esercitarsi. Suonare due o tre ore sera dopo sera ti permette di migliorare a un livello che altrimenti non sarebbe raggiungibile. Amo questo lato dell’essere musicista. E poi aver potuto suonare con grandi musicisti per me è la cosa più importante di tutte.

E che ruolo ha il riscontro del pubblico?
Ci sono il pubblico, quelli che parlano di musica, quelli che ne scrivono, ma onestamente l’unica cosa che mi importa sono gli altri musicisti. Dopo tutti questi anni ovviamente apprezzo tantissimo il fatto che ci sia un tipo in quarta fila che dopo una giornata di lavoro si è fatto una doccia ed è venuto al concerto, ed è per lui che voglio essere sicuro che venga fuori un bel concerto. Quindi proviamo, facciamo il soundcheck e così via. Ma appena iniziamo a suonare per me conta solo la musica, e quello che gli altri pensano o dicono non mi interessa. In questi anni ho capito che l’unico ascoltatore di cui mi fido si trova dentro di me e dentro pochi altri musicisti. Ovviamente la musica è molto personale e, arrivato a questo punto della partita, a volte non sono neanche ben sicuro che gli altri possano capire cosa voglio fare. Ci sono solo alcuni musicisti che sono in grado di farlo.

Nel corso delle tua carriera hai suonato con tantissimi musicisti. Chi sono quelli che dentro di te hanno lasciato le tracce più profonde?
È dura citarne solo alcuni. Molti di quelli che potrei citare sono musicisti che nessuno ha mai sentito. Sono stato molto fortunato a iniziare a quattordici-quindici anni a Kansas City con alcuni dei migliori musicisti della zona, che ancora oggi giudico fra i migliori con cui abbia mai suonato. Mi vengono in mente il batterista Tommy Ruskin, e il trombettista Gary Sivils, nella cui band ho suonato da quando avevo 15 anni a quando ne avevo 17. Non li ha mai sentiti nessuno, ma tutto quello che faccio lo collego a quelle prime esperienze musicali a Kansas City. Per me è stata una gran cosa. Poi c’è il mio idolo, il leader della mia band preferita: il Gary Burton Quartet, in cui sono entrato a 18 anni o giù di lì. Il bassista era Steve Swallow, che ancora oggi è uno dei musicisti più importanti che io abbia conosciuto. Ho avuto la possibilità di suonare con tanti grandissimi batteristi, e per me la batteria è il centro dell’universo. A partire da Tommy a Kansas City, poi Bob Moses, Roy Haynes, Billly Higgins, Jack DeJohnette, Elvin Jones. E poi il mio migliore amico è stato Charlie Haden, uno dei più grandi musicisti della storia. E poi c’è un altro che, quando non lo conosceva nessuno, era stato il mio migliore amico: Jaco Pastorius, che poi ha finito per farsi conoscere. Potrei continuare a lungo, ho potuto frequentare musicisti incredibili. Anche Michael Brecker è stato uno dei miei più cari amici e uno dei più grandi musicisti della storia. La mia storia si è svolta accanto a persone come loro.

Qual è il tuo ricordo di Jaco Pastorius?
Ci siamo incontrati almeno tre anni prima di ottenere i primi riscontri di pubblico. Abbiamo iniziato in maniera simile. Eravamo in missione per conto di Dio, e la missione era ridefinire i nostri rispettivi strumenti. Nella musica improvvisata, il basso elettrico e la chitarra non erano ancora ciò che sarebbero diventati. Eravamo simili anche dal punto di vista sociale: Jacko era la prima persona che io abbia mai incontrato che fosse contro l’alcol e le droghe quanto lo ero io, cosa che a un certo punto è cambiata. Sento tanto parlare di questa leggendaria figura di Jaco… be’: non è la persona che ho conosciuto io. La mia storia con lui è complicata: quello che ho conosciuto io a un certo punto ha cessato di esistere. Il suo stile di vita è cambiato, quelli che frequentava lo hanno reso una persona diversa. Ci sono tanti documentari e libri su di lui ma io non ho partecipato alla costruzione di questa mitologia legata allo show business. Io non ho frequentato quel Jaco e non ho riconosciuto in lui il mio amico.

Tra i tanti musicisti con i quali hai collaborato c’è anche David Bowie. Cosa ricordi del vostro incontro?
Era un tipo incredibile. Onestamente, ma questo è un problema mio, a quel tempo non sapevo neanche bene chi fosse, perché non seguivo più di tanto quel tipo di musica. Ero stato incaricato di comporre la colonna sonora de Il gioco del falco di John Schlesinger e a un certo punto qualcuno suggerì che fosse lui a cantare uno dei brani che avevo composto. Mi procurai alcuni dei suoi dischi, perché non conoscevo la sua importanza. Pensai che fosse la persona perfetta per cantare quella canzone, grazie alla sua voce e a tutto il resto: era il cantante giusto per la vibe di quel pezzo. Schlesinger lo invitò a una proiezione del film, mi sedetti accanto a lui e chiacchierammo per un paio d’ore.

Che cosa c’era di speciale in lui?
Pur senza sapere molto di lui, la mia impressione fu che fosse una delle persone più in gamba che avessi mai incontrato. Lo penso ancora: non era brillante, era oltre. Durante la proiezione lo vidi che prendeva appunti, e quando il film terminò aveva una cinquantina di titoli, uno meglio dell’altro. Uno di questi era proprio This Is Not America, che piacque molto al regista. David prese il mio demo del pezzo, che era il sostanzialmente il tema principale del film, se lo portò in studio e ci lavorò sopra. La maggior parte di quello che poi mi fece ascoltare mi sorprese molto, dal punto di vista melodico erano cose a cui io non avrei mai pensato. Poi abbiamo passato un paio di giorni a lavorare insieme a quel brano. Per me fu come stare in studio con Sonny Rollins o con Ornette Coleman, un individuo estremamente avanti, uno che padroneggiava ai massimi livelli la sua abilità, il suo mestiere, la sua visione. Stare con lui è stata un’esperienza incredibile.

In quel periodo, anche grazie a This Is Not America, ti sei fatto conoscere parecchio anche dal pubblico rock: si può dire che nell’immaginario comune tu fossi diventato una rockstar più ancora che un chitarrista jazz. Ti manca quello status o ti trovi meglio nel ruolo di musicista jazz?
Quando sento parlare di rock, jazz, classica non ho veramente idea di cosa si stia parlando. È un po’ come quando si parla di dress code e si cerca di descrivere come una persona è vestita. Per me la musica è una cosa sola. Anche all’interno del mondo del rock, sento parlare di electro, di EDM, di emo, ma mi pare che queste siano culture più che tipi di musica e onestamente le culture non mi interessano tanto.

Sei arrivato a questa conclusione grazie alla tua lunga esperienza come musicista o è sempre stato così?
Quello che mi interessa sono le note, il suono, lo spirito e l’anima, cose che si possono trovare ovunque, o che al limite si possono anche non trovare. La musica in qualche modo è sfuggente, ma la roba buona può apparire in luoghi inusuali. L’aspetto culturale di cui parlavo prima invece riguarda più la varietà degli stili, ma gli stili cambiano ogni anno e non mi interessa stare a seguire questi cambiamenti. Io cerco di trovare delle buone note e di fare del mio meglio per la storia che in quel momento voglio raccontare, utilizzando il materiale che mi sembra appropriato e che mi ispira, per arrivare a un certo risultato. Nella mia carriera ho fatto cose molto diverse tra loro ma per me sono tutte la stessa cosa e io sono esattamente quello che sono sempre stato. L’unica cosa che ho cercato di cambiare è che ho sempre cercato di migliorare come musicista, tutto il resto sono questioni culturali che non mi interessano.

Secondo alcuni, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per produrre musica cambierà il ruolo del musicista. Cosa ne pensi?
È dalla fine degli anni ’70 che sono all’avanguardia nell’uso dei computer. A dire la verità ho passato davanti a un monitor più tempo di quello che avrei voluto. Tutto quello che faccio in qualche modo implica l’uso di un computer, per me è parte degli strumenti che uso. Ma del resto il primo atto musicale che io abbia mai fatto con una chitarra è stato inserire la spina, quindi per me l’elettricità è come il bocchino per chi suona uno strumento a fiato. Per me la chitarra, l’amplificatore e tutto ciò che funziona grazie all’elettricità sono un tutt’uno, e dalla fine degli anni ’70 c’è anche il computer. Mi pare che la chitarra sia circondata da un culto, e così anche il computer, che è circondato da un altro culto. Io appartengo a entrambi. Secondo me non bisogna pensare alla chitarra o al computer, ma seguire la storia della propria musica. La chitarra e il computer sono entrambi strumenti che servono per raccontare la storia che il musicista vuole raccontare.

Pensi che utilizzerai l’intelligenza artificiale per produrre la tua musica?
Non ne ho assolutamente paura. Il musicista deve inseguire una realtà coerente con la propria visione e la propria sensibilità. Una volta che fa questo, non può sbagliare: l’intelligenza artificiale è solo un altro strumento. Se vai a casa di qualcuno, ed è una bella casa, con uno spirito, non stai lì a domandarti se i mobili sono stati montati con un cacciavite elettrico o con un cacciavite normale, o se l’architetto ha disegnato a mano il progetto o ha usato un programma sul suo computer. Non ti interessa come è arrivato il risultato, e di certo non lo chiedi al padrone di casa. Per la musica dovrebbe essere lo stesso, un po’ come non dovrebbe interessare se un brano è stato inciso con una sola take o l’autore ci ha lavorato per giorni. Per raccontare certe storie è meglio fare tutto in una volta ma ce ne sono altre su cui bisogna tornare 500 volte. Ma per me non cambia nulla, a patto che il risultato finale sia quello che l’autore voleva offrire al pubblico.

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