Parla Springsteen: le cover, i prezzi dei biglietti, gli archivi | Rolling Stone Italia

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Parla Springsteen: le cover, i prezzi dei biglietti, gli archivi

Al telefono con Bruce per farci raccontare lo spirito di 'Only the Strong Survive' e il suo nuovo metodo di lavoro "casalingo". Ma anche cosa intende fare con le registrazioni inedite, cosa suonerà nel tour con la E Street Band, quali sono i prossimi dischi di cover che pubblicherà. E la sua posizione sui prezzi pazzi dei biglietti: «Negli ultimi 49 anni o quasi abbiamo girato sottocosto, mi è piaciuto ed è stato bello per i fan. Questa volta ho detto: ho 73 anni, voglio fare come gli altri»

Sette minuti prima dell’orario concordato per l’intervista telefonica con Bruce Springsteen, sul display del mio cellulare appare un numero mai visto prima di Point Pleasant Beach, New Jersey. Di solito è il momento in cui il manager o un addetto stampa ti ragguaglia circa l’argomento dell’intervista. E invece dall’altro capo della linea una voce roca e familiare mi dice: «Ehi, sono Bruce».

Springsteen è reduce da un paio di settimane piene: ha introdotto Jimmy Iovine nella Rock and Roll Hall of Fame a Los Angeles; ha partecipato alla raccolta di fondi annuale per i veterani Stand Up for Heroes, a New York; è volato a Londra per partecipare al Graham Norton Show della BBC; ha trovato il tempo di debuttare all’Howard Stern Show e girare da protagonista due episodi del Tonight Show with Jimmy Fallon durante i quali ha suonato quattro pezzi con una band allargata. Ha anche parlato dell’album Only the Strong Survive inciso nel suo home studio in New Jersey per omaggiare i grandi del R&B degli anni ’60 ’70 e ’80, e ha spiegato perché il suo produttore storico Ron Aniello si è occupato della maggior parte degli strumenti, lasciandogli la possibilità di dedicarsi principalmente alla voce.

Ma c’erano ancora un bel po’ di cose di cui parlare nella nostra intervista, compreso un altro futuro disco di cover, il tour del 2023 con le E Street Band, il progetto di un box set contenente materiale d’archivio, la collana di bootleg online, la reazione negativa dei fan al prezzo dei biglietti per il suo tour e all’utilizzo del meccanismo del dynamic pricing. Siamo riusciti a far entrare tutto in una chiacchierata di 30 minuti.

Come è andata al Tonight Show con Fallon?
È stato divertente, molto. Ho suonato con una band di 20 elementi assemblata per l’occasione. Una mini-orchestra.

Mi è piaciuto rivederti con il tastierista originale della E Street Band, David Sancious.
È stata una cosa bellissima. Davy è volato fin lì dalle Hawaii per suonare con noi. Ci siamo divertiti parecchio assieme.

Guardandovi pensavo: cosa sarebbe successo se David e il batterista Ernest “Boom” Carter fossero rimasti nella band? Come sarebbero stati Born to Run, Darkness e The River? Perché non riesco a immaginare quei dischi senza Roy Bittan e Max Weinberg, ma sarebbe potuto accadere.
Sarebbe potuto succedere, sì. Boom ha iniziato come batterista jazz, ma ha imparato velocemente a suonare il rock’n’roll per via della pressione estrema a cui è stato sottoposto quando è entrato nella band. Era successo che Vini Lopez (il batterista, nda) ci aveva lasciati e avevamo una data il giorno dopo. E dovevamo suonare perché il club era gestito dalla mafia (ride). Ci avevano dato un’idea su cosa ci avrebbero fatto se non ci fossimo presentati e la cosa non era esattamente piacevole.

Quella sera David ha detto di avere un amico chiamato Boom. È venuto e per imparare la scaletta è rimasto tutta la notte, da mezzanotte a mattina. Siamo andati a Fort Dix per fare un doppio set al Satellite Lounge, uno alle 11 di sera e l’altro alle 2 del mattino. Un bel battesimo del fuoco per Boom. Ha sempre avuto uno stile swingato, ma riusciva ad avere un piglio sufficientemente rock affinché funzionasse. E avrebbe funzionato anche in quei dischi, ma la band sarebbe stata leggermente diversa, forse sarebbe stata più a proprio agio con la musica che abbiamo suonato da Fallon.

A proposito del disco nuovo, hai detto che in principio avevi inciso un album differente e poi hai deciso di non pubblicarlo. Erano anche quelle canzoni soul e Motown oppure stavi sperimentando altro?
Tutto è iniziato con questa considerazione: ho scritto canzoni, ho fatto film, sono qui a casa e mi piace registrare, quindi inciderò un po’ di pezzi che mi piacciono sperando vengano bene. Ho detto al mio produttore Ron Aniello che volevo fare un disco dove cantavo e basta. Ed effettivamente, a parte un po’ di chitarra qua e là e qualche tastiera, in pratica ho solo cantato. Ron ha avuto il compito di assemblare i pezzi, cosa che fa divinamente. Poi abbiamo preso quella musica e l’abbiamo portata nei territori del rock e del soul.

Io di base ho una voce rock con sfumature soul, ma abbiamo cercato pezzi che potessimo spingere un po’ di più nella direzione del rock. E, ovviamente, grandi canzoni interpretate da grandi cantanti. Avevo fatto un altro disco, prima, in cui cantavo pezzi di altri, ma l’ho cestinato. Ho capito che fare solo quando ho scoperto Do I Love You (Indeed I Do) di Frank Wilson, una rarità Motown, e ho visto che la mia voce vi si adattava perfettamente. Ho capito che avrei dovuto cantare del soul.

Non avevi mai eseguito nessuno di questi pezzi dal vivo. Dimmi come li hai scelti.
Ho trovato Do I Love You nelle antologie di Northern soul, sapevo che quei dischi contengono spesso pezzi rhythm and blues e Motown insoliti. Volevo fare un album che contenesse sì dei classici, ma anche canzoni poco note, affinché suonasse fresco alle orecchie del pubblico. E così ho scelto canzoni come Soul Days (singolo del 2001 di Dobie Gray, ndr). E Nightshift è stato un grande successo, ma nel 1985. Tutte queste canzoni sono state delle hit, ma tanti anni fa e quindi è probabile che gran parte del mio pubblico non le conosca. Volevo prenderle e riproporle nell’ambiente culturale contemporaneo. Alla fine ho scelto quelle che mi piacevano e che riesco a cantare meglio.

E perciò hai cercato di evitare classiconi come My Girl e Dancing in the Street, che ancora si sentono ovunque?
Ho anche pensato di farli. E My Girl l’ho pure registrata. In generale mi sono detto: tutti la conoscono perché è una grandissima canzone, se riesco a eliminare questo elemento di famigliarità e farne comunque un grande pezzo, la gente la ascolterà come se fosse nuova. Quando la cosa è riuscita, abbiamo incluso il pezzo nel disco. Quando non è riuscita, l’abbiamo buttato. What Becomes of The Brokenhearted era già stata un grande successo due volte, ma siamo riusciti a farne una versione bellissima e quindi è finita nel disco. Devi essere pazzo a cercare di cantare I Wish It Would Rain dopo che l’ha fatto David Ruffin (ride), ma ho trovato un mio modo di farla, ci ho trovato dentro il dolore e il fulcro dell’emozione umana ed è venuta benissimo, per cui l’abbiamo inclusa.

Il disco mostra la varietà dei cataloghi della Motown, della coppia Gamble and Huff e tutti gli altri grandi del R&B dell’epoca. Verso gli anni ’80 e ’90 tutto si era ridotto a una manciata di hit standard che si sentivano nelle stazioni radiofoniche dedicate alla musica vintage. Chi non è cresciuto negli anni ’60 e ’70 non ha idea di quante grandissime canzoni circolassero all’epoca.
La maggior parte probabilmente nemmeno conosce Only the Strong Survive anche se è stata una hit e l’ha cantata pure Elvis. E di sicuro Soul Days, I Forgot to Be Your Lover o Hey, Western Union Man sono canzoni che la gente, in gran parte, non conosce.

Leggendo i crediti, mi ha colpito il fatto che Ron Aniello suoni quasi tutti gli strumenti. Non sapevo che fosse capace di trasformarsi nei Funk Brothers in versione one-man band.
È un musicista geniale, ma non è sotto ai riflettori. Vive qui e lavora con me: sono l’uomo più fortunato del mondo. Ho lui e l’ingegnere del suono Rob Lebret, anche lui di qui. È bravissimo. Siamo una fabbrica con tre dipendenti (ride). Sappiamo fare di tutto. In questo modo ho una libertà pazzesca, perché non potrei lavorare con una band lì in attesa, mentre proviamo 30 pezzi per capire quali funzionano. Abbiamo ottenuto un bel suono, quasi analogico. Per la prima volta abbiamo mixato il disco qui in casa e non lo facevo dal 1984. Qui c’è una grande libertà: posso andare dove voglio e fare quel che voglio in ogni momento.

Quindi non è che non volevi la E Street Band per queste canzoni, è più un fatto organizzativo.
Riuscire a radunare la E Street Band al momento è un’impresa. Abbiamo fatto Letter to You, ma in quattro giorni. Ognuno ha la sua vita. C’è chi recita, chi produce, chi va in tour per conto suo. Hanno impegni. Trovarsi è possibile, ma non facile. E poi, diversamente da 30 anni fa, non mi va di radunare la band se non ho un’idea precisa di quel che voglio fare. Devo capirlo prima io.

Coinvolgere Sam Moore è stata una bella mossa. È incredibile che a quasi 90 anni canti ancora così.
Conosco Sam da una trentina d’anni. Ha cantato in Real World e Soul Driver, da Human Touch. È il controtenore più straordinario che abbia mai ascoltato. Quando cantiamo insieme è incredibile. Probabilmente è il più grande cantante soul vivente al momento.

Questo progetto ha accresciuto il tuo rispetto per l’arte che sta dietro alle canzoni Motown? Decostruendole e riassemblandole, sicuramente le avrai ascoltate con orecchio diverso.
Quei pezzi anni ’60, ’70 e ’80 dovrebbero far parte del Canzoniere Americano al fianco di Gershwin e Cole Porter. Sono scritti in modo incredibile, sono bellissimi. Erano anche registrati sorprendentemente bene per l’epoca e oggi puoi pompare i suoni in una maniera che non era possibile nel 1965 o nel 1970. Puoi rendere molto più potenti gli arrangiamenti ed è quel che ci siamo divertiti a fare.

Mi piace la canzone di Frankie Valli The Sun Ain’t Gonna Shine Anymore. Conoscevi la sua versione o quella dei Walker Brothes?
Il bello è che non sapevo che anche Frankie Valli l’avesse fatta. È un pezzo incredibile. Lo canta Scott Walker e la mia voce ha un registro diciamo così più operistico che ho usato in Born to Run e un pochino in Darkness, ma poi l’ho accantonato per adottare una voce rock “da bar” per il resto della carriera. In quel brano ho ritirato fuori quel registro, cantando in quella tonalità forte e rotonda che mi piace molto. Vorrei provare a trovare altri pezzi in cui cantare così, è un mondo sonoro completamente diverso.

Nightshift è una canzone speciale e si sente che è stata scritta da persone che conoscevano bene Marvin Gaye e Jackie Wilson. Cantano per degli amici.
Sì. In primis, ancora una volta, è un pezzo scritto benissimo e loro conoscevano bene quelle persone. I Commodores hanno avuto un enorme successo con questo pezzo, dopo la separazione da Lionel Richie. La canzone mi è subito piaciuta e la ascolto da quando è uscita. Mi commuove. Perciò mi sono detto che dovevo registrarla perché è incredibile.

Ci sono persone come Jerry Butler, William Bell e Walter Orange dei Commodores che sono ancora vivi e meriterebbero molta più considerazione. Tu gliela dai.
Ed è bello poterlo fare. Mi sono appassionato a Jerry Butler negli ultimi sei mesi come mai mi era capitato. Ho capito che grande cantante era. Tutti questi artisti dovrebbero avere una seconda, terza, quarta, quinta e sesta vita. I loro dischi dovrebbero godere di una popolarità perpetua. Io mi sono divertito: è stato un progetto fatto per il puro piacere di realizzarlo.

Nel disco sento sfumature della tua voce per me inedite. Credi che il fatto di non avere urlato con sotto una rock band per parecchi anni abbia dato tregua alla tua voce, consentendoti di farci nuove cose?
È interessante. Non saprei, direi che in generale la mia voce ha retto bene senza darmi problemi per 50-60 anni, ormai. Cede solo se mi ammalo. Ma è possibile che, durante questo break, il fatto di non avere cantato forte probabilmente mi abbia fatto guadagnare un po’ di ampiezza di registro. In ogni caso, si tratta di musica interessante. Di solito è molto delicata nelle strofe e poi, quando arriva il ritornello, il cantante spinge di più e sporca un po’ la voce, come in Turn Back the Hands of Time.

Quando ci siamo esibiti da Fallon ho pensato che non stavo spingendo a sufficienza, anche se in realtà lo stavo facendo. Il fatto era che quella musica richiedeva di essere suonata e cantata in modo differente. E non me ne sono accorto finché non sono andato lì e ho iniziato a cantare, perché non l’avevo praticata molto. Cantare con la big band, da Fallon, è stata un’esperienza educativa. E pure divertente.

Per il Tonight Show hai assemblato una band con cui non avevi mai lavorato. Ti è capitato di pensare: dovrei fare un concerto intero con questi musicisti?
È come la band delle Seeger Sessions, è a quel livello. Sono musicisti eccezionali. Credo che farò altre cose con loro, perché è un piacere.

Questo nuovo progetto è sottotitolato Covers Vol. 1. Quindi la domanda è: c’è un secondo volume in vista?
Direi che è pronto per tre quarti.

Che genere hai scelto per il volume 2?
Sarà molto simile. Ho continuato a lavorare con la soul music perché mi diverte un mondo. Ho anche pensato di fare una serie di dischi dedicati a generi diversi, con pezzi che mi piacciono. È un momento così: non sto scrivendo canzoni e potrei non farlo per un po’. Ma è una cosa normale per me. Nel periodo di Letter to You sono stato molto produttivo e so che dopo periodi del genere mi accade sempre e potrei non scrivere per un bel pezzo. Ma stavolta non voglio stare fermo, i fan non dovranno attendere quattro anni per sentire un mio disco nuovo. Ho la possibilità di incidere con regolarità, se mi va. E voglio procedere a piccoli passi. Quando sarò ispirato a scrivere, sarò pronto.

Per cui presto potresti cambiare genere e cimentarti con la British Invasion o qualcosa del genere?
Sì. Mi piacerebbe fare un disco country e uno rock. Molto dipende dalla mia voce e da quanto sono in grado di cantare bene. Mi piacerebbe utilizzare il tempo in cui non scrivo per concentrarmi sulla voce.

Sono circa sei anni che non tieni un concerto rock intero. Sei impaziente di tornare sul palco, a febbraio?
Certo! Amo la E Street Band e non vedo l’ora di essere sul palco con loro. Nel 2025 saranno 50 anni che suoniamo assieme. Sono i miei compari, la band più eccezionale con cui abbia suonato. Insieme facciamo qualcosa di unico. Sono elettrizzato al pensiero di vedere Max nuovamente dietro di me, Roy alle tastiere, Garry al basso, Steve e Nils al mio fianco e Patti… tutti. Sarà bellissimo.

Porterai una sezione di fiati e dei coristi in tour?
Sì, così potremo fare anche un po’ di queste cover.

Quindi sarà lo stesso gruppo del 2014, con Ed Manion, Curtis King e tutti gli altri?

Più o meno. Potrebbe esserci qualche cambiamento, ma sostanzialmente sono le stesse persone.

Suonerai dei brani da Western Stars?
Potrei farne uno, ma con la E Street Band sarà un concerto rock: è ciò che la gente vuol vedere e ciò che io voglio suonare. E così sarà.

L’ultima volta che la band è stata in tour, alcuni concerti sono durati ore. Pensi che accadrà di nuovo o per questa volta limiterai un po’ la durata?
Non è una cosa pianificata. Non dico mai alla band «stasera suoneremo quattro ore». Mi guarderebbero dicendo: «Oh mio Dio». È il motivo per cui a loro non piace vedermi assumere steroidi quando ho problemi con la voce, perché sanno che a quel punto tre o quattro ore non mi sembreranno nulla e voglio andare avanti all’infinito. Mi aspetto che stavolta gli spettacoli durino circa tre ore.

Stai già pensando alla scaletta? Cambia sempre, ma hai in mente la struttura portante?
Sì. Ho tirato giù una scaletta e l’ho mandata alla band. La suoneremo il primo giorno di prove. Il giorno dopo sarà già cambiata (ride).

Le prove inizieranno a gennaio?
Corretto.

Sono sicuro che la prima serata sarà catartica. È passato tanto tempo: è stato il break più lungo dalla pausa che il gruppo si è preso dagli anni ‘90.
Sarà meraviglioso. Sono super elettrizzato di risuonare con la E Street Band.

Devo farti una domanda sui biglietti.
Certo.

Nella community di fan c’è stata molta polemica per l’uso del dynamic pricing, con picchi di 5000 dollari per certi biglietti. Sapevi da prima che sarebbe potuta andare così? Hai dei rimpianti in proposito?
Io, molto semplicemente, dico al mio staff: «Andate a vedere cosa fanno tutti gli altri. Noi faremo pagare un po’ meno». Di solito è questa la linea. Si informano e fissano il prezzo. Negli ultimi 49 anni o quasi abbiamo girato sottocosto e mi è piaciuto farlo. È stato bellissimo per i fan. Ma questa volta ho detto ai miei: «Ehi, ho 73 anni. Stavolta voglio fare come gli altri, i miei pari». Ed ecco come è andata: mi hanno dato ascolto (ride).

Oggi il mercato dei biglietti è complesso non solo per i fan ma anche per gli artisti. Il discorso di base è che la maggior parte dei nostri biglietti sono abbordabilissimi. Poi, però, ce ne sono altri che raggiungono comunque prezzi altissimi. E quei soldi finiscono nelle mani di rivenditori e intermediari. E allora mi domando: «Perché quel denaro non va ai chi sarà sul palco a sudare per tre ore a sera?». Si è creata una situazione che permette che succedano cose del genere e a questo punto ci siamo adattati. So che ad alcuni fan non è piaciuto: se ci sono lamentele, all’uscita potranno chiedere indietro i loro soldi.

In effetti i fan erano piuttosto arrabbiati. Su Backstreets si diceva che questa cosa ha quasi provocato una «crisi nella fede». Hanno scritto un editoriale affermando che il dynamic pricing «viola un patto implicito fra Bruce Springsteen e i fan». Cosa pensi di questo contraccolpo?
Sono vecchio, accetto molte cose (ride). Non è bello essere criticati e di sicuro non è bello diventare il simbolo del fenomeno dei prezzi alti dei biglietti. È l’ultima cosa che vorrei, ma è andata così. Devi prenderti la responsabilità delle tue scelte e continuare a fare del tuo meglio. È così che la prendo. E penso che chi verrà ai concerti si divertirà.

Credi che in futuro eviterai il dynamic pricing che fa cambiare il prezzo dei biglietti durante il procedimento di acquisto?
Non lo so. Credo che più avanti questo sarà oggetto di conversazioni, ovviamente (ride). Sono certo che ne discuteremo quando sarà il momento. Ma non voglio dire nulla ora: vedremo cosa accadrà.

Passando ad altro, ho sentito diverse voci riguardanti una specie di box tipo Tracks 2, che conterrebbe dei tuoi album inediti. È in programma?
Sì. Sarà un box con cinque album inediti successivi al 1988. La gente pensa ai miei lavori degli anni ’90 e pensa: «Non è stato un gran decennio per Bruce. Faceva questa roba e non suonava con la E Street Band…». In realtà in quel periodo ho scritto un sacco di musica, ho inciso degli album, ma per un motivo o per l’altro non li ho pubblicati.

Durante uno degli scorsi inverni mi sono preso del tempo per mettere in ordine l’archivio. Ho una serie di album stile Tracks che farò uscire. In alcuni c’è roba vecchia con la band, in altri cose più nuove che scrivevo in quel periodo. Così darò modo alla gente di capire cosa facevo in quel momento. Molta di quella roba è davvero strana. Non vedo l’ora di osservare le reazioni (ride).

Sono anni che si legge di un mitologico album con dei loop di batteria.
Ed è proprio bizzarro come la gente pensa (ride). Ci sono loop di batteria e roba del genere, anche i synth. A me quel disco piace. Ma prima faremo uscire una serie di album e sarà interessante vedere come i fan reagiranno: a me piacciono tutti.

Sai quando uscirà?
Non posso dirlo. Non posso dare una data, perché ovviamente questo disco appena uscito ha la precedenza. Diciamo che accadrà in un futuro molto prossimo.

Ho sentito parlare di un box dedicato a Born in the U.S.A. Ti stai occupando anche di quello?
No (ride), non ho assolutamente lavorato a nulla del genere. Quello che la gente deve capire è che le outtake migliori di Born in the U.S.A. sono uscite nel primo Tracks. Non stiamo nascondendo alcun segreto. Sfortunatamente, poi, il tour di Born in the U.S.A. non è stato filmato molto bene, quindi non abbiamo molto materiale. Ma cercheremo in archivio e quando sarà il momento capiremo cosa abbiamo. Ma non riesco a immaginare un box per Born in the U.S.A. come quello dedicato a The River. Semplicemente non abbiamo tutto quel materiale.

Farai qualcosa con Nebraska? Ho ascoltato bootleg fantastici con versioni diverse dei pezzi.

Di Nebraska ci sono molte outtake diverse. Può essere che si riesca a costruirci qualcosa: ho già qualche idea e quindi è una possibilità. Uscirà anche un libro su Nebraska. Non vorrei spoilerare l’annuncio del libro di qualcuno, però. Diciamo che so che qualcuno ha lavorato a un libro su quel disco. E uscirà fra non molto.

Nei bootleg di cui ti dicevo, ti si sente voltare le pagine dei quaderni coi testi mentre canti. E sono piuttosto grezzi, con parole diverse. Penso che molti fan troverebbero affascinante questo materiale.
Credo che apprezzerebbero, ma preferisco ascoltare i pezzi nella versione finale. Non mi interessano i box con dieci milioni di versioni di un brano, ma magari sono io che ho abitudini di ascolto diverse. Sono certo, però, che qualcuno del mio staff sta indagando per vedere che tipo di materiale abbiamo relativamente a Nebraska. E se ce n’è a sufficienza, lo faremo uscire.

Hai pubblicato online un bootleg live al mese. Hai avuto un ruolo nelle scelte operate?
Lavoro con un team di persone (ride). Do un’occhiata e dico: «Ok, questo è buono». Supervisiono, ma non assemblo io il tutto.

Non c’è molto in giro del Bruce pre-1975. Sei tu a non voler pubblicare cose degli Steel Mill, della Bruce Springsteen Band o altre cose vecchie?
In realtà no. Se trovassero roba risalente a prima del ’75… non mi darebbe fastidio se uscisse qualche live degli Steel Mill. Non avrebbero un bel suono, ma di sicuro darebbero un’idea di cosa facevo all’epoca. Dovrò dare un’occhiata. Se ci sono dei concerti buoni degli Steel Mill li farò uscire.

Sarebbe bello anche un box su Human Touch e Lucky Town, per sentire i pezzi in altre versioni.
Ho già fatto uscire tutto ciò che avevo. Forse c’è ancora una manciata di outtake di Human Touch. Ma non credo si possano ricavare dei box dedicati a quei dischi.

Chiudiamo qui: non vedo l’ora che inizi questo tour. Era ora…
Anch’io non vedo l’ora. Ci divertiremo un sacco.

Tradotto da Rolling Stone US.