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Parla Dave Wyndorf dei Monster Magnet, «il rocker motociclista in acido» (anzi no)

«Mi credete il re del drug rock? Colpa mia, vi ho rifilato un sacco di balle». La band sta per pubblicare le cover di 'A Better Dystopia' e il cantante racconta la sua vita sballata un po' reale e un po' immaginaria

Dave Wyndorf dei Monster Magnet

Foto: Jeremy Saffer

Look da gang di motociclisti, sguardi truci, denim, pelle, capelli lunghi. E una musica che mescola proto metal, acid rock, stoner, psichedelia e space rock. Sono i Monster Magnet e il loro leader, Dave Wyndorf, è uno di quei personaggi dall’aura decisamente pericolosa, ma affascinanti come pochi. Salvo scoprire, chiacchierandoci, che è un uomo dallo spiccato senso dell’umorismo, molto intelligente e lontano dal personaggio stereotipato da biker/exploitation movie che lui stesso ha contribuito a creare all’inizio della carriera e da cui ormai tende ad allontanarsi. Ecco cosa ci ha raccontato.

I Monster Magnet sono sempre stati i re del drug rock psichedelico, per immagine e sound. Eppure dici da parecchio tempo che le droghe pesanti non hanno mai avuto alcun ruolo nella tua musica e che non ne prendevi da tempo quando la band è nata. Ti ha mai dato fastidio quell’etichetta?
Me la sono cercata, è colpa mia. Ho giocato molto con quell’immaginario, soprattutto all’inizio dei Monster Magnet. Ero un grande fan di quel tipo di cultura giovanile psichedelica risalente alla fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, quindi i bong, l’LSD, i poster psichedelici, tutti gli elementi visivi e di look. Li ho usati, mi hanno aiutato ad attirare l’attenzione della stampa e hanno portato molti articoli. La gente leggeva e pensava «wow, sono dei tipacci pericolosi, fanno paura! Motociclisti tossici in acido!». Ho sfruttato quell’immaginario perché ci portava dei vantaggi, ma dopo un po’ mi sono reso conto che – così facendo – mi ero creato un personaggio che mi relegava in una nicchia e non mi corrispondeva. Mi capitava di andare in qualche posto e di sentire gente che, vedendomi, commentava: «guardalo! È strafatto di acido!». E io dovevo fermarmi a spiegare: «amico, mi dispiace deluderti, ma non mi calo un acido almeno da 20 anni!» (ride). Ovviamente non sono mai stato nulla di tutto quello che ho fatto credere.

Sono leggende, in effetti, che sfuggono di mano. Nei primissimi anni ’90 ricordo di avere letto un articolo su di voi, in una rivista italiana, che diceva: “I Monster Magnet hanno finanziato le loro prime registrazioni spacciando droga”. Sembrava una cosa fighissima, ma era palesemente una balla.
(Ride fragorosamente) Inventavo un sacco di bugie all’epoca, nelle interviste, e molto probabilmente la cosa che hai letto era farina del mio sacco. Mentivo spudoratamente di continuo: all’inizio nessuno mi conosceva, ero solo un tipo coi capelli lunghi e gli occhiali da sole – li tenevo addosso perennemente – e allora aprivo bocca e facevo uscire un fiume di parole: bla-bla-bla… E i giornalisti se ne andavano tutti contenti pensando «wow, che storia!».

Però non sei del tutto estraneo al mondo delle sostanze…
In passato, da ragazzo, ho fatto le mie esperienze con le droghe e tutto il resto – per dire: quando facevo le superiori prendevo l’LSD e andavo ai concerti rock, come tutti gli altri. Cose così.

Quale era la tua droga preferita, all’epoca?
L’erba – quella buona, di qualità – anche perché era facile da maneggiare e da gestire. Ma mi sono sempre piaciuti moltissimo anche i funghetti allucinogeni. Adoravo prendere queste droghe e ascoltare i dischi degli Hawkwind, guardare dei film oppure, a volte, passeggiare nei boschi a contatto con la natura. La rivoluzione psichedelica era esplosa qualche anno prima in America, sembrava che il mondo stesse cambiando radialmente, io ero troppo giovane per partecipare – avevo 11 anni nel 1968 – ma allo scoccare degli anni ’70 ero pronto e desideroso di provare le droghe. Ed ero eccitatissimo all’idea di entrare in quel mondo, ma la cosa è durata un periodo molto limitato di tempo, qualche anno, perché non avevo alcuna intenzione di friggermi il cervello con quella roba.

E quindi hai smesso…
Sì, ho capito presto che gli psichedelici avevano potenzialità limitate a livello di espansione della coscienza e, soprattutto, non erano una cosa buona da fare regolarmente, per quanto fosse interessante. Così ho anche perso il gusto di fumare hashish, ma ho continuato per un po’ con l’erba.

I Monster Magnet dal vivo nel 2020 a Oslo. Foto: Gonzales Photo/Per-Otto Oppi/Alamy Live News

Che idea hai a riguardo delle leggi che proibiscono le droghe? Pensi che funzionino o andrebbero liberalizzate, in qualche modo?
Vedi, è difficilissimo tenere sotto controllo i desideri della gente, ciò che vuole. Ma è molto più semplice controllare la disponibilità delle droghe più pericolose e potenti. Le droghe sono molto diverse fra loro, ad esempio il fumo e i funghetti agiscono sulla mente in modo diverso rispetto agli oppiacei e alle benzodiazepine, che sono molto pericolose e con le quali ho avuto un grosso problema qualche anno fa (si riferisce a una dipendenza da pillole prescrittegli per l’insonnia, che l’ha portato a un’overdose nel 2006, nda). Il vero nodo della faccenda è educare le persone fin dalla tenera età, spiegando che le droghe fanno parte della vita e, se davvero desideri prenderle, anche se sono proibite dalla legge le troverai… ma sei in grado di gestirle e di imparare qualcosa da quelle esperienze? Bandirle o meno è una decisione che non vorrei mai dover prendere, anche perché la natura umana è così: se ti dicono di non fare una cosa, sarà la prima che desideri, specialmente se sei giovane, non credi a quello che ti dicono e hai voglia di trasgredire.

Adesso hai qualche vizio?
Oh sì, certamente, ma piccole cose… i miei vizi sono davvero poca roba… fumo sigarette, mi piacciono molto – temo che un giorno mi uccideranno (ride). E adoro il caffè di qualità. Sai, ho una mentalità da scrittore per cui vado di caffè e sigarette a ripetizione per mantenere la concentrazione. Mi piace molto leggere e girare con la moto. E fare l’amore con la mia ragazza.

Facciamo piccolo un salto indietro. Prima dei Monster Magnet, tu eri il cantante degli Shrapnel e facevi cose decisamente diverse. Parlami di quella band…
Avevo tipo 18 anni e volevo essere un cantante. All’inizio ci chiamavamo Heart Attack, facevamo un casino di cover e ci divertivamo. Poi esplose il punk-rock ed entrammo nel giro del CBGB’s a New York. Suonammo lì e subito ci trovammo ad avere un manager (Legs McNeil, poi co-autore di Please Kill Me, la bibbia del punk statunitense, insieme a Gillian McCain, nda). Fu una di quelle storie tipiche, hai presente: arrivò un manager che aveva dei contatti nell’ambiente discografico, ma aveva anche molta influenza su di noi – ci plasmava, ci dava continuamente dritte e consigli su come vestirci, come cambiare il nostro sound e costruire i brani. Così finimmo a suonare qualcosa di più vicino al power pop. Allora ero davvero giovanissimo e inesperto, non sapevo nulla. Avevo già scritto qualche canzone per conto mio, ma non ero io il compositore della band: ero solo il cantante.

Fu comunque divertente. La band rimase insieme per quasi 8 anni, firmammo anche un contratto con la Elektra. Quando ci sciogliemmo, potei finalmente mettere a frutto tutto quello che avevo imparato con gli Shrapnel – nel bene e nel male, ora sapevo ciò che si doveva e non si doveva fare in una band. Decisi anche di disimparare alcune cose: negli Shrapnel ci concentravamo molto sulla melodia e sul cantato “carino”, eravamo molto power pop. Quando decisi di dar vita ai Monster Magnet iniziai a scrivere da solo – non avevo ancora incontrato gli altri ragazzi che avrebbero suonato con me – e mi misi a comporre pezzi andando indietro fino alle radici della mia formazione musicale, alle mie vecchie passioni: non il punk e il power pop, quindi, ma l’acid rock e il primissimo hard rock. Le cose che ascoltavo fra i 12 e i 16 anni. Gli Stooges, l’acid rock, lo space rock, le grandi band psichedeliche dei ’60 e ’70…

Hai mai visto gli Stooges all’epoca, prima dello scioglimento del 1974?
Oh sì! Cazzo, eccome, ho visto gli Stooges e – amico mio – per me è una medaglia d’onore! Era il tour di Raw Power, suonavano alla Academy of Music, sulla quattordicesima strada a New York (il 31 dicembre del 1973, nda) ed era il loro penultimo concerto di sempre (in realtà non è proprio così: la band ne fece ancora una quindicina nel 1974, prima di implodere, nda). Gli Stooges erano di spalla ai Blue Öyster Cult e ad aprire c’erano i Kiss: era la loro prima esibizione (anche qui, David commette un piccolo errore: il gruppo suonava live già dall’inizio dell’anno e aveva qualche decina di concerti alle spalle, nda). Ho visto cose che voi umani… Iggy era fattissimo, completamente fuori di testa, aveva i capelli tinti, nerissimi, e addosso aveva quei pantaloni di pelle argentati che si vedono sulla copertina di Raw Power. L’inizio fu fulminante: James Williamson cominciò a suonare i primi accordi del pezzo Raw Power, la band gli andò dietro, ma Iggy non si vedeva sul palco. Andarono avanti una decina di minuti così, poi finalmente uscì fuori ed era così stravolto che iniziò a cantare e cadde subito giù tra il pubblico. Dopo altri 10 minuti finalmente tornò sul palco, sempre più fatto e confuso. Fu una cosa leggendaria. Una serata memorabile. Quello fu un periodo pazzesco per me, nel giro di 4-5 mesi vidi gli Stooges, gli Hawkwind nel tour di Space Ritual e tante altre band che mi piacevano da morire.

Il 21 maggio uscirà vostro nuovo disco, A Better Dystopia. È un album di cover, il vostro primo del genere. Come nasce l’idea?
Quando si è manifestata la pandemia eravamo appena rientrati da un tour europeo. Siamo stati a Milano due giorni prima che chiudessero tutto per il focolaio in Lombardia, appena prima di quel momento terribile in cui morirono tante persone. Dovevamo partire per la Spagna, dove avevamo un’altra settimana di concerti, ma abbiamo deciso di correre a casa e rientrare negli Stati Uniti dove abbiamo appreso che erano state cancellate tutte le date della parte statunitense del tour. A quel punto ho detto: «non voglio stare qui con le mani in mano, dobbiamo fare qualcosa. Stiamo tutti bene ed è un mese che stiamo insieme 24 ore al giorno: costruiamo una bolla, cerchiamo di fare estrema attenzione ai contatti con altre persone, da ora, e andiamo a buttare giù le tracce principali per un nuovo disco». Non abbiamo lavorato in uno studio vero, ma nella sala prove del nostro batterista, che abbiamo attrezzato per l’occasione. Così ci siamo chiusi lì, solo noi senza nessun altro – niente tecnici, fonici o altro – e abbiamo inciso le parti essenziali, facendo la massima attenzione e osservando tutte le cautele.

I pezzi che rifate sono piuttosto minori, poco noti. Come li hai selezionati?
Ho deliberatamente scelto brani oscuri, poco noti, perché non mi frega nulla di far cover di pezzi super popolari. Non c’è motivo di farlo. Non credo abbia senso rifare Highway to Hell (ride) o pezzi del genere. Così ho cercato pezzi che arrivano dalla mia gioventù, quando ero un grandissimo fan della musica e cercavo di scovare dischi poco conosciuti, che nessuno aveva sentito prima. Ero un vero appassionato. Molti di questi pezzi mi sono rimasti in testa, li porto con me da tanti anni e ho sempre pensato che avrebbero potuto essere ottimo materiale per un disco dei Monster Magnet. Inoltre i miei compari di band conoscevano già la maggior parte dei brani, perché li hanno sentiti mille volte in tour: spesso li sparavamo in camerino mentre ci preparavamo per salire sul palco o sul tour bus dove sentiamo musica di continuo. Abbiamo tutti gli stessi gusti, ci piace la stessa musica.

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