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Parla Bernie Taupin, l’uomo che ha plasmato l’immaginario di Elton John

Le prime canzoni, la svolta creativa, la notte degli Oscar, il 'Jewel Box', il tour senza hit, il prossimo album. «Anche noi abbiamo iniziato imitando i nostri eroi», spiega il paroliere di Sir Elton

Elton John e Bernie Taupin nel 1972

Foto: Michael Ochs Archives/Getty Images

La pandemia ha costretto Elton John a cambiare radicalmente i piani per il 2020, compreso il tour sold out Farewell Yellow Brick Road, che non si terrà almeno fino alla prossima estate. Per Bernie Taupin, l’autore dei suoi testi da 53 anni, non è cambiato quasi nulla.

«Va tutto bene», dice al telefono dalla sua casa in California. «Vivo in una zona Covid-free. E faccio un lavoro solitario. Ho la mia famiglia, stanno tutti bene. Non ho di che lamentarmi. Mi manca viaggiare negli Stati Uniti, e anche le piccole cose come andare al ristorante».

Taupin ha passato il periodo di isolamento lavorando al cofanetto Elton: Jewel Box e scrivendo i testi per il prossimo disco del musicista. Ci ha raccontato i due progetti e i ricordi più belli della sua lunga amicizia con Elton.

Poco tempo fa ho parlato con Elton. Mi ha detto che all’inizio era inquieto, ma che con il tempo si è abituato alla vita al tempo del Covid. Sembrava felice di essere a casa con i suoi figli e non in tour. 

Si tiene occupato. Ha un sacco di progetti. Però mi manca. Vorrei incontrarlo. Parliamo regolarmente. Di solito non ci vediamo di persona così tanto, ma sicuramente più di adesso.

Mi sto godendo il box set, è incredibile poter ascoltare 70 canzoni inedite… 

Sì. La cosa di cui vado più orgoglioso è il design, è incredibile. È senza dubbio uno dei box set più belli che abbia visto. È straordinario e ti dà tante informazioni sul materiale. È un bell’extra.

Che ruolo hai avuto nel progetto? 

A dirla tutta, all’inizio non ero granché convinto. Mi preoccupava un po’ questo viaggio indietro nel tempo, ai nostri primi tentativi di scrittura 50 anni fa. Non ero sicuro che il pubblico volesse sentire quelle cose, sinceramente.

Pensavo che sarebbero state imbarazzanti per la loro ingenuità, soprattutto i primissimi pezzi. Insomma, all’epoca non sapevo scrivere: fingevo di saper scrivere. Non avevo idea di come si costruisse una canzone. Strofa/ritornello/bridge erano termini troppo seri per me. Mi limitavo a mettere delle cose nero su bianco. Scrivevo in forma libera, passando dall’immaginazione direttamente sul foglio. Ho trovato gradualmente un mio stile. All’inizio imitavo gli altri, si rubacchiava alle hit che andavano. Non erano plagi, erano tentativi di entrare nel giro.

E infatti è interessante sentire la vostra evoluzione. Miglioravate da un mese all’altro…

Ci sono stati vari passaggi. Forse farei meglio a dire scalini, perché era come salire su una scala. All’inizio i pezzi erano ingenui, ma pieni d’entusiasmo. Al secondo scalino siamo diventati un po’ più coraggiosi e abbiamo acquisito una comprensione più profonda dei meccanismi della creatività. Più avanti ancora stavamo per esplodere e non c’era niente che potesse fermarci. È un po’ come il sesso. Quando scopri come diventare bravo… boom. Non chiamerei le prime canzoni sperimentali, suona troppo impegnativo. Mi piace vedere quel periodo come un’esplorazione, un procedere per tentativi.

Come ho detto a Elton, quando avete iniziato era appena esploso Sgt. Pepper. Eppure nelle vostre canzoni quell’influenza non si sente.
Devi capire che cosa rappresenta ogni scalino del nostro percorso. Il primo rappresenta gli inizi: prendevamo spunto da quello che era popolare per farci le ossa. Dal punto di vista dei testi è più affascinante che pretenzioso. Era tutto campato in aria, ma puoi vedere le radici di quello che stava prendendo forma.

Prendi Regimental Sgt. Zippo. La gente pensa subito che sia la nostra versione di Sgt. Pepper e forse è così. Ma a ripensarci non ne sono più così sicuro. Dimostra che seguivamo la scia delle cose popolari, come A Whiter Shade of Pale. In un certo senso cercavo di far parte di una gang.

Dev’essere strano riascoltare quelle canzoni. Ce ne sono alcune che non ricordavi di aver scritto?
Oh, assolutamente. Mentre mettevano assieme l’album mi hanno mandato i file di tutte le canzoni, avevano bisogno di assicurarsi che i crediti fossero corretti. Magari oltre a noi due c’era qualcun altro, una cosa che all’epoca succedeva spesso. Quando ho iniziato a scrivere con Elton, lo studio di Dick James era un po’ il nostro Brill Building. Erano coinvolte anche altre persone, come Caleb Quaye e Kirk Duncan, tutto il giro di autori dello studio di Dick James.

Insomma, ho ascoltato i brani e ho cominciato a classificarli: «Questo è mio, questo sicuramente no, di questo non sono certo». È stato facile sciogliere i dubbi, perché riuscivo a riconoscere il mio stile. Ma in generale è stato interessante riascoltare quelle canzoni scritte tra il 1967 e l’inizio del 1968, non le sentivo da più di 50 anni.

Un paio d’anni fa Nigel Olsson mi ha detto che Lady What’s Tomorrow è la prima vostra canzone che gli era sembrata speciale. Qual è stato il punto di svolta per te? Quando siete riusciti ad arrivare all’ultimo scalino?

È successo quando abbiamo trovato la nostra voce, quando abbiamo smesso di imitare quello che andava di moda. La canzone che ci viene sempre in mente è Skyline Pigeon. È stata scritta prima di Lady What’s Tomorrow, prima di quelle di Empty Sky. Era la prima a cui abbiamo lavorato dopo che Steve Brown ci ha detto: «Ma cos’è ‘sta merda che scrivete? Smettete di scrivere per gli artisti mediocri che Dick cerca di spingere».

Non dimenticare che tutto questo succedeva prima che Elton diventasse un artista vero e proprio, prima che capisse che sarebbe stato lui a interpretare le nostre canzoni. Uso sempre la parola ingenui, perché solo quando abbiamo superato quell’ingenuità abbiamo trovato la nostra voce. È come l’arte. Quando gli artisti si mettono a dipingere, all’inizio non dico che plagino, ma lavorano nello stile dei loro eroi. Finché non trovi il tuo, la carta su cui scrivi non ha valore. Devi trovare la tua voce. Noi ci siamo riusciti.

Nel 1968 scrivevate un numero incredibile di canzoni ma non andavate da nessuna parte, eravate al verde. Cosa vi ha spinto ad andare avanti? 

È una buona domanda. La risposta ovvia è che non ci importava nulla degli ostacoli, andavamo avanti grazie all’amore per la musica e perché volevamo creare qualcosa che cambiasse il nostro destino. Inseguivamo la gallina dalle uova d’oro.

Abbiamo incontrato degli ostacoli, ma non abbiamo mai pensato di mollare, neanche una volta. Forse dipendeva dal fatto che eravamo perennemente circondati da musicisti, Elton faceva molte session con artisti diversi. Eravamo rinvigoriti dalle persone che avevamo intorno.

Era un momento particolarmente florido per la nuova musica e gli artisti. I nuovi arrivati si chiamavano Leonard Cohen e Joni Mitchell. Sentivamo tutta quella musica, soprattutto quella che arrivava dagli Stati Uniti, e ci ispirava. Se loro c’erano riusciti, avevamo una possibilità anche noi. Non abbiamo mai pensato di gettare la spugna, non era un’opzione.

Tumbleweed Connection ha appena festeggiato 50 anni. Cosa ti ha ispirato a scrivere canzoni su un posto che non avevi mai visitato? 

Non c’è alcuna ragione per non reimmaginare un Paese che non hai mai visitato. Sono cresciuto immerso nella cultura americana: musica, film, tv, letteratura, libri di storia. Tutto quello che mi ispirava aveva l’accento americano. Era tutto lì, molto prima che facessimo il disco.

Ero un grande appassionato di country. Il primo disco della Band ha rivegliato la mia passione segreta per la musica del West e il suono senza tempo del country, che è la musica che ascoltavo da piccolo. The Band l’aveva resa figa. Grazie a loro la mia passione segreta era diventata accettabile. Per fortuna Elton mi è venuto dietro.

Ricordi come reagì l’etichetta? In quel disco non c’era una Your Song, una potenziale hit radiofonica.
Non ricordo lamentele né in Inghilterra, né negli Stati Uniti. L’industria musicale era diversa. Chi lavorava nell’etichetta americana, soprattutto Russ Regan, pensava che avessimo del nostro potenziale. Avevano capito che non eravamo come gli artisti a cui erano abituati. Hanno capito che padroneggiavamo un’incredibile varietà di stili e ci hanno lasciati fare.

Il box set racconta la vostra storia attraverso canzoni che non sono diventate hit. I grandi successi sono un peso? Sovrastano il resto della vostra opera? 

Fa parte del gioco. Funziona così, ti ci abitui. Mi piacerebbe sentire brani meno noti in radio e probabilmente alcune stazioni lo fanno. E poi c’è la fanbase. Sul mio Instagram c’è chi cita testi che non ricordo di aver scritto. Mi fermo un attimo e penso: ma cos’è quella frase? 

In un certo senso il pubblico conosce il nostro catalogo meglio di me. Il lato positivo è che l’hanno esplorato tutto. Il fatto che non passi in radio non significa che non venga ascoltato da migliaia di persone.

Elton ha detto che vorrebbe fare un tour con una scaletta di brani meno conosciuti. Ce ne sono alcuni che ti piacerebbe sentire dal vivo?

Certo. Non sono sicuro di poterli citare così su due piedi, ma vediamo… sicuramente I Feel Like a Bullet (In the Gun of Robert Ford). Il progetto del tour è stato rimandato a causa del Covid ancora più a lungo di quanto avevamo immaginato. Ma è un’idea meravigliosa. Sono due anni che Elton ci pensa. Mi piacerebbe mettermi a un tavolo con lui e immaginare una scaletta speciale. Sarebbe bello partecipare alla scelta.

Io voto per Razor Face. Adoro quel pezzo.
Giusto. È una canzone adatta. Assolutamente.

Elton mi ha detto che quando era in Australia gli hai dato dei testi che pensa di trasformare in canzoni. È l’inizio di un nuovo album? 

(Ride) Beh, magari. Ho cercato di convincerlo, dolcemente, diverse volte. Gli avrò mandato 16 o 18 testi. Il piano originale era che scrivesse lì, aveva un sacco di tempo libero durante le leg in Australia e Nuova Zelanda. Pensava di aver voglia di scrivere. L’idea era di non registrare nulla, di ricordare tutto a mente. Era il modo giusto per capire che cosa è speciale e che cosa non lo è. Avremmo tenuto solo le canzoni che sarebbe riuscito a ricordare.

Non se n’è fatto niente, ma ha ancora i miei testi di cui vado molto, molto orgoglioso. Credo siano speciali. Continuo a scrivere. Gli ho mandato altre due cose un po’diverse di cui sono molto contento. Quando deciderà di mettere le mani sul pianoforte credo che ne verrà fuori qualcosa di speciale. E considerando che non sarà in tour prima della fine dell’anno prossimo, ha un sacco di tempo libero.

Mi piacerebbe che iniziasse a lavorare a qualcosa di nuovo. Lo incoraggio continuamente a farlo. Non so come gestiremo la cosa. Ho alcune idee che potrebbero attirare la sua attenzione. Mi piacerebbe tornare in pista.

So che per Wonderful Crazy Night, il disco del 2016, ti aveva chiesto di scrivere testi felici e ottimisti. Questa volta ti ha dato istruzioni?
No, nessuna. E onestamente non volevo che lo facesse. Volevo lavorare spontaneamente. Sono convinto di aver scritto dei testi unici. Potenzialmente potrebbe venirne fuori qualcosa di davvero speciale.

Com’è stata per te la notte degli Oscar? Com’è stato stare su quel palco e ricevere il premio per la miglior canzone originale? 

Molto divertente. Grandioso. Non credo a chi dice cose tipo «non volevo essere lì» oppure «è stato difficile». È stato fantastico. Ci siamo proprio divertiti. Tutto quel periodo partito coi Golden Globe è stato grandioso. Non sono uno che socializza molto, ma essere riconosciuto mi è piaciuto. E anche quello che è venuto dopo, i pranzi e gli incontri con i colleghi, è stato fantastico. Me la sono goduta.

Tieni l’Oscar in bella vista? 

Chiaro, mica lo uso per tenere ferma la porta del garage. È accanto alla tv, così posso vederlo tutte le sere. È roba speciale. Come ho detto quella sera, vincere un premio del genere non fa proprio schifo.

C’è qualcosa che vi impedisce di continuare a fare dischi insieme fino a 80 anni?
No, assolutamente no. Mi piacerebbe. Per restare sul tema di questa intervista, è esattamente come il primo giorno. Ho lo stesso entusiasmo di allora. All’epoca pensavo che forse non ce l’avremmo fatta. Dicevo: ci proverò per un paio di mesi, se non funziona lavorerò in pubblicità. Il livello d’entusiasmo non è mai diminuito.

Non riesco a pensare a una partnership creativa più longeva della vostra. 

È per questo che voglio lavorare. Non voglio fare una pausa troppo lunga, non voglio che qualcuno pensi che ci siamo seduti sugli allori. Voglio essere rilevante. E sono sicuro che ci riusciremo.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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