Paolo Zaccagnini: «La musica di oggi? Non esiste. Il passato? Irripetibile. I paragoni? Da idioti» | Rolling Stone Italia
Home Musica Interviste Musica



Paolo Zaccagnini: «La musica di oggi? Non esiste. Il passato? Irripetibile. I paragoni? Da idioti»

Dov’è finito il critico musicale più rock d’Italia? A Dublino, da dove ci racconta un sacco di aneddoti su Lou Reed, Madonna, Springsteen. Storie di un mondo e di un giornalismo che non torneranno più

Paolo Zaccagnini

Foto: Andrea Scarpa

«Vuoi intervistarmi per dimostrare che non sono dipartito?». La risposta è no, a scanso di equivoci, e la battuta dimostra, se ce ne fosse bisogno, che Paolo Zaccagnini è più vivo che mai e lotta insieme a noi. Si è soltanto assentato per una decina d’anni. A causa di una malattia, la sclerosi multipla, che lo costringe su una sedia a rotelle. Ma soprattutto perché il mondo che ha vissuto in prima persona e raccontato dalle pagine del Messaggero – facendoci innamorare delle grandi star restituendone l’umanità – si è ormai dissolto. Questo, però, non vuol dire che il critico musicale più anticonformista d’Italia sia diventato inutile, anzi. Proprio in un’epoca dove tutto sembra omogeneizzato, dall’arte alla comunicazione, i suoi sferzanti giudizi sono più necessari che mai. Così lo abbiamo contattato in quel di Dublino, dove vive da tempo con la moglie, per farci raccontare un po’ di aneddoti (una caterva) sui grandi personaggi che ha conosciuto da vicino.

Come Lou Reed, il suo migliore amico nell’ambiente, con il quale guardava le scenette di Mr. Bean alla tv e si confrontava sulla letteratura poliziesca («conosceva i libri di Raymond Chandler a memoria»). O Bruce Springsteen, che se la prese dopo avergli fatto notare la somiglianza di Outlaw Pete con un pezzo dei Kiss. Senza contare Madonna, alla quale una sera a cena (ci andava a cena e invitato) chiese: «Alla donna più bella e famosa del mondo cosa manca nella vita?». E lei, caduta la maschera, gli diede una risposta da nodo in gola. Ancora, gli scazzi con le case discografiche per le domande che nessuno osava fare a George Michael e Anastacia, il rapporto con Renato Zero, Vasco Rossi, Elisa e tanti altri.

Un giornalista? Troppo riduttivo per definire Zaccagnini. Uno che ha partecipato come attore ai film di Nanni Moretti Io sono un autarchico e Ecce Bombo (e ci spiega perché voleva picchiarlo) e che al primo giorno in redazione ha recuperato tre cadaveri carbonizzati in un fosso (la scena è tanto macabra quanto spassosa), uno che al primo articolo di spettacoli ha fatto incazzare tutti i grandi vecchi del quotidiano romano con questa chiosa: “Grazie, fottutissimo Frank!” (riferendosi a Zappa) è molto più di un critico musicale. Prima di tutto è un uomo libero («Maria De Filippi mi chiamò per alzare le palette nel suo programma, ma io o scrivevo di concerti o me ne stavo a casa») e che ha trasferito in pagina la sua enorme passione per la musica senza mai scendere a compromessi. E ancora oggi a 74 anni, con quella barba che non taglia da quando ne aveva 18, confessa di sentirsi più ribelle che mai: «Anarchico è il pensiero e verso l’anarchia va la storia».

Paolo, innanzitutto come stai?

Devo di’ bene per forza. Ciò la sclerosi, so’ paralizzato sulla sedia a rotelle, mi aiutano delle badanti. Ma per il resto faccio un sacco di cose. Leggo libri, guardo film, scrivo sullo Zaccablog da 13 anni quello che mi pare, tranne quando fuori è brutto tempo e mi butta giù. Perciò si tira avanti…

Come mai vivi in Irlanda da più di dieci anni?

Perché mia moglie è originaria di Kilkenny, l’antica capitale dell’Irlanda. Abbiamo deciso di stabilirci a Dublino che è una città tranquilla, anche se negli ultimi tempi è diventata molto americana con tutte le follie che ne seguono, tipo la gente che fa la fila a comprarsi le bombe.

Le armi?!
Macché! Le bombe alla cioccolata o alla crema. Le bombe vere qui non scoppiano più.

Non hai un po’ di nostalgia della tua Roma?
Per niente. In Irlanda la civiltà, in Italia, specialmente a Roma, la barbarie. Mi spiace non vedere certi amici come Roberto D’Agostino e Renato Fiacchini (Renato Zero, nda), ci conosciamo da quando eravamo giovanissimi, ma che ce devo fa’? Roma è diventata invivibile anche per i più giovani. Mia figlia ha 40 anni e si è dovuta spostare in una zona più tranquilla, alla Montagnola. La capitale che ho amato è scomparsa, quella di Renato Nicolini (assessore alla cultura 1976-1985, nda) che si era inventato l’Estate Romana, una roba straordinaria. Prima si esibiva Ella Fitzgerald, come fai a paragonarla con quelli di oggi?

Effettivamente…
Ricordo una Estate brasiliana dove c’erano tutti i più grandi del mondo. Daniela Mercury, Gilberto Gil, Chico Buarque, Vinícius de Moraes, Toquinho. Ma non solo a Roma si è persa questa qualità negli eventi, ovunque. È talmente tanta la malavita nell’ambiente che ormai pensano solo a guadagnare. Eppure, a chi viene a un concerto dovresti dargli qualcosa. Se vai ad ascoltare Elton John puoi cantare una sua hit degli anni ’60, ’70, ’80-’90, 2010. Chi può farlo oggi?

Arriviamo alla tua famosa regola del cinque?
Ma certo, il repertorio. Chi ce l’ha oggi la possibilità di cantare cinque successi? Lou Reed, il più grande amico che ho avuto nell’ambiente, il primo disco dei Velvet Underground lo ha realizzato in una settimana spendendo 3000 dollari. Ora con quei soldi che ce fai? Manco più il caffè ci prendi…

Ti manca scrivere per un giornale?
Nooo… l’ho fatto talmente tanto convulsamente che non mi può mancare. C’è stato un periodo che scrivevo 6-7 articoli al giorno e ognuno con un nome diverso. Io sto qui, mi vedo i film, leggo i libri, scrivo per il blog, spedisco cose belle agli amici e sto bene così.

Ogni tanto ti leggo su Dagospia.
Sì, ma non collaboro in modo fisso. Però lo leggo sempre quel sito perché Roberto D’Agostino è l’uomo che ha distrutto il giornalismo italiano. Non perché meritava di essere distrutto, ma perché è stato preso in mano da gente che non ha più nessun rispetto per i lettori. Infatti non vendono più una copia. Mi rendo conto che ci sono il web e i social, ma il piacere di andare in edicola e poi al bar a leggere il giornale, vuoi mettere? Il problema è che sono pieni di cose stupide e di pubblicità spacciate per notizie.

Rispetto a qualche anno fa mancano anche i programmi tv dedicati alla musica.
All’inizio Maria De Filippi aveva chiamato anche me per alzare le palette e ho rifiutato. Tutti i miei colleghi, meno io e Andrea Spinelli, ci andavano e dicevano: «Guardate che vi danno bei soldi». A me i soldi per alzare le palette? Ma il mio lettore non voleva che facessi quelle cose. Il mio mestiere era andare ai concerti e scrivere di musica, se poi non ne ero più capace stavo a casa.

Con Bruce Springsteen e Lou Reed. Foto per gentile concessione di Paolo Zaccagnini

Hai accennato alla tua amicizia con Lou Reed. Quando è nata?
A uno dei pochi concerti che ha fatto a Genova. Quel giorno persi la macchina da scrivere all’aeroporto e passai il pomeriggio a spiarlo mentre stava con la prima moglie Sylvia Morales.

Ok, ma come si diventa amici di Lou Reed?
Ehhh, credo di essere stato uno dei pochissimi. Io sono strano, ma lui era molto più strano. A mia moglie diceva sempre: «Guarda che tuo marito è un toro… he’s a bull…». Eravamo talmente legati che lo chiamai quando mi diagnosticarono la sclerosi. Mi disse: «Il prima possibile vieni da me a New York». Presi il coraggio a due mani e poco prima di Natale lo raggiunsi. Una mattina andai a casa sua, mi mise su una sedia di cuoio che ricordava i sedili delle Harley-Davidson e parlammo per quattro ore mentre io piangevo come un bambino. Mi raccontò della cugina con una malattia come la mia, di un altro amico che aveva aiutato, fece chiamate a dottori e mi passò vari indirizzi.

E tu ti affidasti a quelle cure?
Neanche per sogno, in America ti spellano vivo e non avevo abbastanza soldi. Per fare qualcosa con quei dottori ci volevano i miliardi.

Hai detto che tu sei strano, ma lui lo era molto di più. Cosa intendi?
Non posso raccontare di droga perché con me non beveva nemmeno. Alle feste mi chiedeva di mettergli il vino nel bicchiere così nessuno glielo riempiva. Un episodio simpatico è quando mi spinse a prendere il computer: «Dai, ce l’hanno tutti Paolo». Vabbè, prendiamo questo computer. Qualche tempo dopo vado a Londra alla presentazione del suo album New York. Mi siedo a un tavolino, faccio domande, scrivo sulla tastiera, finché non arriva la sua discografica: «Lou voleva dirti che è contento che hai il computer, ma preferirebbe se ora scrivessi normalmente». Come normalmente? «Con carta e penna». Ecco, forse però quello che ci univa non era la musica…

Cos’era?
Ti racconto questa. Vado al concerto di reunion dei Velvet Underground a Villa Manin, vicino a Udine, e appena scendo dall’auto mi viene incontro uno dello staff: «Paolo… Paolo… devi venire assolutamente». E perché? «C’è una lite in corso nella band che rischia di far saltare tutto». Chi è che litiga? «Lou Reed e John Cale». Ah, sempre loro due… Entro nella tenda dov’era ospitata la band e vedo Cale da una parte e dall’altra Maureen Tucker e Sterling Morrison. Guardo sullo sfondo e vedo Lou che legge due libri polizieschi, uno da una parte e uno dall’altra…

E come sei riuscito a farli rappacificare?
Abbiamo parlato un po’ di letteratura e si sono stemperati gli animi. Lou era una persona di grande cultura e la passione che ci ha legato di più è stata quella dei libri polizieschi. Vedeva in me uno che ne sapeva qualcosa in più di lui. Ma era impressionante, conosceva i libri di Raymond Chandler a memoria! Aveva fatto la tesi con un famoso poeta che poi si è suicidato, Delmore Schwartz. Era laureato in letteratura americana, come me.

Qual è il suo capolavoro musicale?
Basta pensare solo al primo album dei Velvet Underground. Ma ci metterei vicino anche Transformer. È un disco che ha anticipato tutti. Una volta eravamo al ristorante e ci doveva raggiungere un giovane musicista che gli doveva parlare. Arriva un ragazzo, era Dave Navarro, il chitarrista dei Jane’s Addiction. Parlano un po’, a un certo punto gli fa vedere le unghie dipinte di nero e poi va in bagno. Lou si gira e mi fa: «Ma io queste cose le ho fatte negli anni ’70».

Oggi è più difficile per i giornalisti instaurare un certo tipo di rapporto con le star.
Ormai sono tutte uscite di cervello. Io allora andavo a casa di Lou e passavamo delle bellissime serate. Una volta, quando era fidanzato con Laurie Anderson, arrivo nel loro attico e lei aveva preparato per cena popcorn, cracker e fettine di mela. Lou accende la tv e mette le scenette di Mr. Bean, un comico che anch’io adoro. Il problema è che non volevo sfigurare, perché quando rido sono molto rumoroso, batto i pugni e faccio casino. Così cerco di mangiare il più possibile per tenermi impegnato, solo che piano piano la bocca mi si allarga talmente tanto mentre è piena di cibo che Lou mi dice: «Paolo, se mangi troppi popcorn ti puoi sentire male». Deglutisco a fatica e gli rispondo: «Famme ‘na cortesia Lou, tu dici a me che i popcorn me fanno male? Tu ti sei fatto di popcorn da giovane?». Scoppia a ridere: «No no, hai ragione, continua a mangiare».

Un altro tuo amico era Bruce Springsteen.
Sì, ma gente come Madonna, Bono e The Edge degli U2 o Springsteen da quando sono in pensione non li sento più. Finché ero utile bene, poi sono spariti tutti. Pensa che Steven Van Zandt mi chiamava «mio fratello». Ma finito di scrivere è finita l’amicizia. Capita, però ho avuto la fortuna di avere grandi amici, come Lou Reed, Joe Cocker, George Harrison, Annie Lennox, Rod Stewart.

Springsteen ti dedicò anche una canzone dal palco.
Ho visto tantissimi suoi concerti, in Europa e in America, ho conosciuto la madre, la zia, i figli. Lui è uno di quelli che ha una certa età e vuole continuare a sentirsi giovane, ma ‘ndo vai? Anch’io da ragazzino ero uno dei migliori cinque corridori italiani, ma poi ho smesso.

Gli consiglieresti di darsi una calmata?
Non mi permetto, ma tra noi si è rotto qualcosa quando gli feci notare una cosa. Nel disco Working on a Dream c’è il pezzo Outlaw Pete. Me lo fanno sentire, mi chiedono se mi piace, ma io purtroppo gli rispondo che mi ricorda un altro brano. E cioè I Was Made for Lovin’ You dei Kiss. Ma come? Si stupiscono… Dopo anche Gene Simmons e soci hanno spiegato di non aver fatto causa a Springsteen soltanto perché suoi estimatori.

E invece con Madonna? Anche con lei avevi un rapporto speciale.
Le ultime volte che l’ho sentita era insieme a Guy Ritchie, un teppista che si è trasformato in regista. Non so se hai visto il suo film King Arthur con David Beckham, talmente brutto da essere difficile da giudicare…

Sempre per via di non mandarle a dire…
Io sono fatto così. Ricordo che Madonna venne a Roma e mi invitò da lei in albergo, quando arrivai aveva in braccio la figlia Lourdes Maria. La stanza era piena di attrezzi per il fitness. «Paolo, se vuoi fare un po’ di esercizi…». Le ho detto: «Mado’, mai fatta ginnastica in vita mia, lassa perde».

Che spazio occupa Madonna nella storia della musica?
Un posto di primo piano, perché una che scrive un pezzo come Rain lo merita. La prima intervista gliela feci in un hotel di Portofino. Era notte fonda, avevamo mangiato nella piazzetta. Alla fine le chiesi: «Alla donna più bella e famosa del mondo cosa manca nella vita?». E lei mi rispose piangendo: «I baci di mia madre prima di andare a dormire». È un fenomeno, brava anche a scegliere i produttori e i musicisti. Una che ha voluto Jonathan Moffett come batterista se ne intende. Si interessava di tutto, dal bullone del palco alla tinta degli sfondi. Una perfezionista.

Quando è morto B.B. King hai scritto: “Era un negro, non un afroamericano. Un negro orgoglioso di essere tale”. Oggi probabilmente non potresti più esprimerti così.
Adesso sono tutti politicamente corretti. Ma scusa, Robert Johnson era un signore simpatico e carino? Eh no, era un negro che è stato ammazzato a coltellate da una persona gelosa. Bisogna dirle le cose vere. Il politicamente corretto è stato inventato dagli americani, la cui più grande scoperta è stato il chewing gum. Con tutto il rispetto per loro, ma a noi non ci possono insegnare niente. Il blues, se non c’erano i negri, non gli afroamericani ma gli schiavi negri portati dall’Africa, non sarebbe mai esistito. E i bianchi che suonano il blues dovrebbero ricordarlo.

Il tuo collega del Messaggero, Mattia Marzi, qualche tempo fa ha lamentato di essere stato escluso dagli invitati a un concerto di Tommaso Paradiso dopo un articolo. È mai capitato anche a te?
E come no… A quelli ho sempre detto: «Io devo parlare di musica e voi la dovete vendere. Sono due cose molto diverse. Perciò lasciatemi perdere». Ho avuto due grandi scontri simili con la Sony.

Penso che ormai sia tutto prescritto, puoi ricordarceli.
Una volta con Anastacia, si sapeva che aveva una malattia ma nessuno osava chiederglielo e il suo staff ci intimava di evitare l’argomento. Lei arriva al Principe di Savoia a Milano, tutti schierati per intervistarla e io parto: «Senta, mi dicono di non fare questa domanda, ma le volevo chiedere cosa prova una ragazza così bella, così intelligente e con una voce così speciale ad avere a che fare con il morbo di Crohn». Il gelo in sala. Lei mi guarda ed esclama: «Aaahhh, meno male che me l’ha chiesto, sembrava che nessuno lo sapesse…». Me ne ha parlato per mezz’ora.

E la seconda volta?
Sempre nello stesso hotel milanese arriva George Michael che aveva appena avuto un fidanzato morto di Aids e la casa discografica non voleva dire che anche lui era gay. Partono le solite domande e poi mi inserisco: «George, sono stato al ristorante di tuo padre a Londra e ho saputo che nella tua famiglia avete avuto un problema, perché tuo zio si è suicidato in quanto omosessuale». Lui mi scruta: «Ah lo sa…». Quelli dell’etichetta tutti rossi. Proseguo: «Se mi vuoi rispondere alla domanda bene, sennò me ne vado. Ma tu soffri come tuo zio…». Non mi lascia finire la domanda, si alza, mi viene incontro e mi abbraccia: «Finalmente qualcuno che mi chiede questa cosa».

Insomma, anche i giornalisti dovrebbero essere più coraggiosi.
Sì, ma una volta c’erano anche dei direttori più coraggiosi. Se succedeva qualcosa a un giornalista quello che lo aveva attaccato era morto. Si scriveva di lui tutte le volte. I giornalisti si devono rispettare, perché portano una parola di libertà alla gente. Ma i giornalisti hanno le loro colpe. Ti racconto questa, anche se è solo per addetti ai lavori.

Sono curioso.
Andiamo a fare una intervista in Inghilterra a George Harrison per il disco Cloud Nine. Siamo sei o sette. Lui arriva e nessuno parla. Un collega mi fa: «Comincia tu». Faccio la prima domanda, la seconda, la terza, poi mi giro e gli altri zitti: «Vai vai Paolo…». Proseguo un’ora e mezza. Alla fine George si alza, mi stringe la mano, si congratula e torniamo tutti in Italia. La mattina dopo vado a prendere i giornali: il mio pezzo sul Messaggero è perfetto, su Repubblica meno, sul Corriere per niente, sulla Stampa non ne parliamo, sul Giorno… insomma avevano trascritto solo quello che era uscito dalle mie domande… Li ho chiamati uno a uno e li ho fatti a pezzi! Scusate, mi sono laureato in inglese, vado preparato, tiro fuori una intervista molto bella e me la copiate?

Il giornalista Alberto Infelise ha raccontato che, appena arrivato per lo stage al Messaggero, il primo articolo glielo hai strappato davanti tre volte. E alla fine lo hai apostrofato: «Bravo, volevo vedere se eri uno stronzo».
Sì sì è vero, ma lui è bravissimo. Però anche i miei esordi sono stati terribili.

Non posso che chiederti di raccontarmeli.
Al Messaggero cercavano due giovani corrispondenti, uno per Frosinone e uno per Civitavecchia. Vengo scelto per Frosinone. Per dieci giorni mi ha istruito un collega esperto, poi arrivo in redazione. Avevo i capelli e la barba lunghi, fumavo il sigaro, venivo dalla feccia dell’estrema sinistra. Mi guardano tutti preoccupati, poi mi si avvicina un vecchio e fascistissimo cronista che mi mette in guardia: «Se rimaniamo solo io e te nella stanza ti massacro di botte». Annamo bene…

Quando hai scritto il primo articolo?
Quel giorno mi chiedono di seguire una storia di cronaca. «Vai e torna con il pezzo». Fuori pioveva talmente tanto che non vedevo a un metro. Prendo l’ombrello e il cronista mi blocca: «Ma che fai?». Eh fuori piove… «Così la gente ti riconosce, mettiti il cappotto». Sto là quattro ore sotto la pioggia. Quando torno, fradicio, scrivo l’articolo e penso di andarmene finalmente a casa. Ma mentre sto per uscire arriva una chiamata: «C’è stato un incidente con tre operai, vai tu!». Ma devo cambiarmi… «Ma che stai a scherza’? Se vuoi fare il giornalista devi anna’». Una esperienza allucinante.

Perché, cos’è successo?
Ero con un altro collaboratore e al nostro arrivo ci investe una puzza terribile. La Fiat 600 dopo aver preso un palo era finita in un fosso e i tre operai erano morti bruciati. Solo che erano lì dalle 8 del mattino e ormai erano le 10 di sera, praticamente si erano trasformati in tre supplì. Il collaboratore mi sviene di fianco. Dopo qualche minuto arrivano i vigili del fuoco, ma tre di loro sono giovani e inesperti e il capo mi fa: «Dammi una mano a tirarli su». Ma chi, io? Mi passa i guanti in amianto, entro nel fosso e metto sul camion quei poveri operai. Un bell’inizio, no?

Quando sei arrivato agli spettacoli?
Era il 1979 e vengo a sapere che a Zurigo avrebbe suonato Frank Zappa. Propongo in redazione di seguirlo, visto che era anche il mio giorno libero. Vado, scrivo il pezzo e l’indomani è piaciuto in maniera incredibile. Si chiudeva così: “Grazie, fottutissimo Frank!”. Mamma mia, non sai che reazioni dai vecchi del giornale. Facevano le riunioni per discutere su quel “fottutissimo”: «Non è educato, cosa penseranno i lettori?».

Di quali pezzi vai più fiero?
Di alcune interviste, soprattutto a Madonna. Quando è venuta a Sanremo gliene ho fatta una a pagina intera. Il giorno dopo nella sala stampa lei entra, si alza sulle punte e mi manda due baci. Si sentivano i fegati dei colleghi che scoppiavano uno dopo l’altro. Ancora meglio quando fu ospite di MTV. Rispose ad alcune domande dei giornalisti, poi si voltò indicandomi col dito: «Sei tu? Sei veramente tu?». E io: «A Mado’, so’ io». Mi prende sottobraccio e andiamo a mangiare insieme.

Uno come te, che ha vissuto l’epopea del grande rock, non è almeno un po’ contento di questa affermazione internazionale dei Måneskin?
Ma no, non hanno inventato nulla, non diciamo stupidaggini. Credo che tutta questa generazione sia sopravvalutata. Nessuno dei nuovi raggiunge la regola del cinque. Io ho visto il meglio del meglio, a 20 anni Jimi Hendrix dal vivo, chi andrà a vederli tra qualche anno i Måneskin?

Perché allora nessun italiano prima di loro ci era riuscito?
Bisogna sempre ricordarci che la musica italiana ha avuto Franco Battiato, Francesco Guccini, Ivano Fossati. Molti se non avessero avuto paura dell’aereo e di imparare l’inglese avrebbero scatenato l’ira di dio all’estero. Paolo Conte ha deciso di andare in Francia e guarda che accoglienza gli riservano. Pensa solo ad artisti come Modugno, Battisti, Mina, Celentano, che non hanno voluto andare oltreoceano, sennò avrebbero avuto un grandissimo successo.

Però Vasco Rossi li ha sempre sostenuti fin da Sanremo.
Eh vabbè, ma Vasco ce l’ha un repertorio. Non cinque canzoni, ma cinquanta. L’ho conosciuto che non era ancora famoso. È venuto a Roma e ci ritroviamo davanti allo zoo. Mangiamo lì di fronte e i discografici avevano portato due ragazze, ma si vedeva che servivano più per la notte di Vasco che per altro. Erano di una bellezza sconvolgente. Lui chiede: «Io sono musicista e voi cosa fate?». E loro: «Studiamo all’università, siamo al primo anno di lingue». E Vasco: «Aaahhh si vede, si vede…». Mi ha fatto morire dal ridere, non sapevo come fermarmi. È troppo forte.

Che canzoni ti capita di ascoltare oggi di artisti italiani?
I pezzi di Renato Zero o di Elisa. Lei non ha voluto andare in giro, ma avrebbe potuto distruggere chiunque. È una Adele che segue più le mode, ma è molto più pratica della collega inglese. È anche musicista, arrangiatrice, sceglie bene le persone. Ha un grande potenziale ancora da esprimere. Poi c’è chi è una brava persona e, capito in che ambiente si è ritrovato, decide di farsi da parte. Come Alex Britti che a 20 anni suonava con i negri in America e ora si è appartato. Ma l’hai sentito il triplo disco di Renato Zero? È straordinario, soprattutto perché l’ha realizzato a 70 anni.

Dell’ondata trap non ti è arrivato niente a Dublino?
La musica d’oggi? Non esiste. Il passato? Irripetibile e unico. Voler fare dei paragoni è da idioti. La trap è tutta roba che non rimarrà. Quando questo tempo finirà la gente capirà di aver vissuto un momento di completo straniamento. Nella musica, nel teatro e nel cinema.

Con Nanni Moretti. Foto per gentile concessione di Paolo Zaccagnini

Il cinema l’hai frequentato sin da giovane, anche da attore nei film di Nanni Moretti Io sono un autarchico e Ecce Bombo. Neanche Paolo Sorrentino ti sembra all’altezza?
Ha fatto un unico film buono, L’uomo in più. Ce l’ho in DVD e lo tengo molto stretto per il legame che avevo con Agostino Di Bartolemei e Franco Califano a cui si è ispirato. Di più dimme che ha fatto? È stata la mano di Dio lo presenti all’Oscar? Ma non scherziamo. Guarda il film sovietico presentato a Cannes, Tchaikovsky’s Wife, di molto superiore. O certe storie dei film polizieschi del Nord Europa. Ma poi mi chiedo, perché le serie italiane non hanno i sottotitoli in inglese? Come Nero a metà o Il commissario Ricciardi. Quanto costano? Invece di organizzare i party tra i dirigenti che facciano i sottotitoli, che se li mettono sbancano all’estero.

Che rapporto hai avuto con Nanni Moretti?
Una amicizia vera. Io da ragazzo avevo una grande motocicletta, Guzzi 850 California. Durante gli anni bui sequestrarono qualcuno mentre io e Nanni stavamo passando in zona San Pietro. Un bel momento ci ferma la polizia, puoi immaginare come ci guardano quando leggono i cognomi, Moretti e Zaccagnini. Alla fine ci hanno tenuto tre ore con le braccia alzate e i mitra puntati.

È vero che Nanni Moretti ha un caratteraccio?
Credo che ce l’abbia ancora, ma con me non l’ha mai avuto perché io quando dovevo dirgli le cose gliele dicevo in faccia. In una scena di Ecce Bombo sul Lungotevere, Moretti e Mughini hanno chiamato la polizia per far portare via delle prostitute vere e sostituirle con delle comparse. Finisce la scena e vado da Nanni e da Giampiero. Tutti preoccupati, perché loro erano meno coinvolti nella politica di quanto lo fossi io, e gli ho detto: «Ho visto quello che avete fatto e non mi è piaciuto per niente, gli altri non ve lo dicono perché hanno paura, ma io no. La prossima volta che lo fate vi picchio a tutti e due».

Da quanto tempo non ti senti con Nanni Moretti?
Ohhh da una vita. Mi piacerebbe fare qualcosa insieme a Nanni, magari una scena in un suo film. Come fa spesso Leonardo Pieraccioni, che ha sempre mantenuto gli stessi amici. Comunque Nanni è una persona profondamente divertente e di grande cultura. I suoi lavori mi sono sempre piaciuti.

A Roma non vivi più, ma non mi dirai che hai smesso di tifare per i giallorossi…
Vuoi che riattacchi il telefono?

È un tasto dolente. Ho saputo che non ami particolarmente Mourinho.
Come ha detto giustamente il laziale terribile, fascista e ignobile, ma persona intelligentissima, Paolo Di Canio, Mourinho è venuto a Roma a prendere la pensione. In più ho dei dubbi sulle fortune dei Friedkin (i proprietari americani del club, nda). Da dove gli arrivano tutti quei soldi? Come distributori di film non sono un granché. Parasite che ha vinto l’Oscar due anni fa in America ha totalizzato un milione di spettatori, cioè una formica dentro al Partenone. Sai che c’è?

Dimme (dopo un’ora a sentir parlare romanesco si fa sentire l’influenza, nda).
Per anni sono stato tutte le settimane all’Olimpico. Il capo tifoso entrava urlando e alzando il dito al cielo: «Coreteee, scappateee». E tutto lo stadio: «Squadrone giallorosso, giallorossooo…». Dopo 13 anni così, secondo te, posso sta’ dietro a questi qua?

Un’altra tua passione è la cucina, hai mai pensato di scrivere un libro di ricette?
Figurati, adesso sono diventati tutti chef. Ma una zuppa di fagioli buona non si può più mangiare? Di quelle che faceva la nonna. Prima cucinavo molto bene.

Il tuo piatto forte?
Tutte le paste, ma vado molto orgoglioso di una ricetta che sconvolse il critico letterario Pietro Cheli e sua moglie, la giornalista Alba Solaro. Delle sogliole rigirate intorno a dei gamberetti al forno. Mamma mia che boni…

Prima di salutarci ho una curiosità. Come mai hai sempre portato questa lunga barba?
Ce l’ho da quando avevo 18 anni. Non l’ho mai tagliata. Una volta ci ho pensato, solo che il mio amico pediatra mi mise in guardia: «Se la tagli tua figlia avrà un enorme trauma».

Cosa rappresenta per te?
Il contrario di tutto quello che la gente voleva da me, cioè essere bravo, educato e intelligente. Io sono bravo, educato e intelligente, però con la barba.

Nonostante tutto ti senti ancora un anarchico?
Ma certo, sempre! Ho sofferto tutta la vita per esserlo. Come disse Giovanni Bovio: «Anarchico è il pensiero e verso l’anarchia va la storia».