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Paolo Vallesi: «Ho avuto il cancro, ma non ne ho parlato per avere successo»

Il trionfatore di 'Ora o mai più' ci racconta quasi 30 anni di carriera tra enormi successi, periodi bui e la speranza di tornare a Sanremo: «Altrimenti lo guarderò da casa»

Foto di Adolfo Franzo

1991, Sanremo. Sul palco del Festival arriva un ragazzotto con gli occhi buoni e l’aria un po’ disperata. Canta Le persone inutili e vince la categoria “Nuove Proposte”. L’anno successivo con La forza della vita, la sua hit più importante, si classifica terzo tra i “Big”. Paolo Vallesi inizia una carriera da star: successi, concerti sold out, fan. Poi, piano piano, il clamore si affievolisce. Paolo continua a vivere di musica, ma i riflettori si spengono, i numeri di una volta non ci sono più. Il pubblico sembra averlo abbandonato. Non è così: il talent di RaiUno Ora o mai più lo rilancia. Paolo è il trionfatore dello show, risente il calore della gente e tira fuori i singoli Ritrovarsi ancora e Come brina d’agosto, «un ricordo estivo: una volta rientrati dalle vacanze, le cose vissute sembrano indimenticabili. Poi, fatalmente, la quotidianità fa sciogliere quei momenti come la brina nei primi giorni d’agosto. È un riassunto della canzone, anche se riassumere i pezzi è un po’ una cagata». (ride, ndr)

Perché hai partecipato a Ora o mai più? Non sei una meteora della musica.
Ci ho pensato tanto, senza mettermi su un piano diverso o darmi più importanza. È evidente che, a livello di carriera, forse portavo un po’ di più. Era una situazione particolare.

Cosa vuoi dire?
Per ogni cosa per cui mi proponevo sembrava avessi smesso di cantare, però per partecipare al programma credevano tutti fossi troppo famoso. Ho pensato che volevo mettermi in gioco. Anche se la prima edizione la rifiutai di default: non mi piaceva il titolo, temevo che i concorrenti non venissero trattati con sufficiente dignità. Invece l’ho trovato molto dignitoso. Nessuno doveva far finta di essere quello che non era.

Amadeus, il presentatore di Ora o mai più, condurrà Sanremo 2020. Qualche pezzo da presentargli?
Ne ho uno. Amadeus dice, giustamente, che saranno le canzoni a essere la discriminante. Se la mia sarà reputata all’altezza, sarò molto felice di partecipare. Sennò lo vedrò da casa.

Ti manca il festival?
Manca più l’idea del festival che la kermesse in sé. Quando si fatica per riuscire a raggiungere le persone, si pensa che Sanremo sia il toccasana di tutti i mali: come se salire sul quel palco, con una canzone che ascoltano dieci milioni di persone, permetta di riconquistarle tutte, quelle persone. In realtà ci sono brani passati all’Ariston dei quali non ci si ricorda nemmeno. Bisogna presentarsi con qualcosa che abbia senso. Spero di averla quest’anno.

Nel 2017 sembrava che tu e Amara doveste partecipare.
(Sorride, ndr) Non potrò mai scordarlo: la canzone Pace era piaciuta tantissimo alla commissione. Eravamo già pronti, ma il giorno in cui venne data la lista ricevetti una telefonata cortese, per non apprendere la notizia dalla tv.


Cosa ti dissero?
Le scelte erano state altre, ma la canzone piacque così tanto che ci fecero esibire lo stesso. Fu un pensiero carino. Non eravamo rientrati per dinamiche varie: molti cantanti puntano su Sanremo, ognuno ha la sua casa discografica e le sue armi. Noi eravamo due pellegrini con un pezzo indubbiamente meraviglioso, ma soli contro il mondo. Non ce l’abbiamo fatta.

A un certo punto della tua carriera sei stato famosissimo. Poi le cose sono cambiate. Ti sei mai chiesto perché?
La risposta più giusta e autocritica è che le canzoni non erano abbastanza belle. La risposta più complessa e, forse, più vera è che i miei progetti non rientravano nelle logiche discografiche. Sono una persona testarda, non scendo a compromessi. È finita che i mezzi che possedevo erano minori, quindi potevano essere anche meno efficaci.

Quando il successo non c’era più che hai fatto?
Vengo da una famiglia onesta e umile. Non mi sono disperato: ho sempre vissuto grazie alla musica. A volte in modo bello, altre sopravvivendo. E forse, in quei momenti, la musica l’ho amata ancora di più

Le parole della tua canzone più famosa, La forza della vita, ti sono mai servite nel privato?
La forza della vita ha la magia di rigenerarsi. Tantissime persone l’hanno fatta propria: molti colleghi ammettono di aver iniziato a fare musica con questa canzone. È un pezzo unico e tale deve restare. Ne ho rivissuto il significato anche ultimamente, sulla mia pelle.

Cosa è successo?
Ho scoperto casualmente di essere affetto da una forma di cancro all’intestino che, fortunatamente, è uscita fuori prima che fosse troppo tardi. È stato necessario sottopormi a un periodo di cure oncologiche abbastanza pesanti. Non è stato un anno facile. Tutto questo è successo poco prima della mia partecipazione a Ora o mai più.



Nel programma non ne hai mai parlato…
Non me lo sarei mai perdonato. Se avevo un motivo per tornare nel mercato musicale, doveva essere legato a meriti artistici. Ne parlo ora perché è passato. È un qualcosa che non aveva niente a che fare con la mia carriera, riguardava solo me. Molte volte, quando si sente parlare di queste malattie, si vive col pensiero che non possano mai capitarci, e invece.

Però ci sono personaggi, come Emma, che hanno parlato dei propri problemi di salute. Anche Nadia Toffa ha mostrato la malattia.
Ogni caso è diverso. Ho apprezzato Emma perché la condivisione con milioni di fan aveva davvero uno scopo: fare sentire meno sole persone nella stessa condizione. Nadia Toffa ha commosso l’Italia intera, si capiva cosa stava succedendo, ma traspariva gioia e voglia di vivere. La cosa è simile a quanto accaduto all’amico Fabrizio Frizzi: quando il suo destino era segnato è andato avanti per non fare soffrire altre persone e vivere fino all’ultimo giorno.

Cosa ricordi del gran successo che hai avuto negli anni ’90?
Giravo come una trottola per il mondo, ma mi rendo conto di quanto avessi un atteggiamento idiota, non ero mai soddisfatto, se suonavo in un teatro di duemila paganti e ce n’erano 1800 chiedevo: «Ma perché?». L’affievolimento della popolarità mi ha fatto riapprezzare le cose vere e, quando di paganti ne ho avuti 80, ero felice: capivo il senso e il valore di ognuno.

Il successo ha influito anche sulle relazioni?
Se un amico ti manda a fare in culo, ti ha semplicemente mandato a fare in culo e il giorno dopo sei a bere una birra insieme a lui. Se il tuo amico è un personaggio famoso non è la stessa cosa. Il successo cambia la percezione che gli altri hanno di te e, quindi, anche un amico che prima era sincero, poi ha degli interessi. Il successo ha influito anche sulla mia vita privata, quando mi sono separato, i rapporti diventano più complicati. Ho fatto degli errori, ma questo mi è servito a non farne più. Poi qualche rimpianto si deve pur avere, chi non ne ha è un cretino.

Quali rimpianti hai?
Mi sono allontanato da chi mi ha sempre voluto bene. Pensavo di essere più importante di quello che ero in realtà. Quando tutto funziona, le persone che hai intorno dicono che sei il migliore, ma quando non funzioni più leccano il culo a un altro, capisci? Sono caduto in qualche trappola.

Ti sei anche imbattuto nelle droghe?
Diciamo che non vivo mai per sentito dire. Ho vissuto la mia vita, ma ho capito cosa non volevo essere. Anche se non si è trattato di cose grosse, non sono mai stato dipendente da niente. Solo dalla musica.

C’è una persona che ti ha deluso, nella vita?
Me stesso. Non ho saputo affrontare delle situazioni. Poi tanti mi hanno deluso, ma non erano così importanti.

La persona che ti ha aiutato di più?
Nel momento in cui pensavo di avere perso la stima di me stesso, mio figlio mi ha detto «Sei il padre migliore del mondo». Lì ho trovato la giustificazione a tante cose: pensavo di aver fatto male a persone che non avevano colpa.

Che uomo sei oggi?
Felice e gratificato, non mi importano i grandi numeri. L’importante è avere persone che mi vogliono bene e mi seguono.

Torniamo alla musica, chi ascolti?
Ora è tutto indie altrimenti non fa figo, in realtà è pop. Io sento di tutto, ma bisogna distinguere i prodotti confezionati e quelli che arrivano dal cuore. Ultimo mi arriva nel cuore.

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