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Paolo Tofani: «I principi per i quali si lottava con gli Area sono finiti nel nulla»

La chitarra con tre manici e una storia mistica, gli incontri a Londra e la politica, l'eredità del gruppo e il nuovo album 'Indicazioni vol. 2': intervista a una leggenda della musica italiana

Paolo Tofani

Una vita in continuo movimento e in costante ricerca. Paolo Tofani è noto come chitarrista degli Area, ma “chitarrista” gli va stretto. A 13 anni vuole farsi frate francescano, negli anni ’60 suona nelle beat band I Samurai e I Califfi. Capisce che quella musica lo annoia, molla tutto e se ne parte per Londra. Lì incontra la crème del mondo musicale dell’epoca, collega il suo strumento ai sintetizzatori più all’avanguardia e lo reinventa. Arriva vicino a incidere un album con la Island, ma preferisce tornarsene in Italia ed entrare a far parte degli Area, con i quali si butta nell’impegno musical-politico senza compromessi e incide una serie di dischi fondamentali del rock italiano.

Nel 1977 cambia vita: lascia gli Area, vende gli strumenti e si unisce agli Hare Krishna. Dopo trent’anni esce dal tempio, si fa costruire una chitarra a tre manici che offre una moltitudine di possibilità sonore e torna con gli Area salvo poi uscire nuovamente. Alla fine del 2021 ha pubblicato Indicazioni vol. 2 che continua il discorso intrapreso con il primo Indicazioni, suo esordio solista.

Dove ti trovi in questo periodo?
Sono “parcheggiato” a Luni Mare (provincia della Spezia, ndr) perché al momento non c’è modo di tornare in India per problemi di visti…

Passi tanto tempo laggiù?
Sì, specie l’inverno, che qui non è molto piacevole. Fortunatamente in Liguria non è così terribile come nella pianura Padana. Dove sto io in India invece adesso ci saranno almeno 30 gradi, si sta benissimo.

Dopo 34 anni ti ricolleghi al tuo album solista Indicazioni e ne proponi un volume 2 nuovo di zecca, un disco di chitarra oltre la chitarra…
È proprio tutto dedicato al mio strumento, nel primo c’erano anche sintetizzatori e altri ammennicoli, qui invece i suoni sono generati solo dalla mia Shyama Trikanta, perfetta per esperimenti del genere.

Del resto tu non ti sei mai accontentato della semplice chitarra, hai sempre cercato di espanderne le possibilità
La chitarra è uno strumento bellissimo, ma a un certo punto… che palle! Di bravi chitarristi ce ne sono tanti e praticamente tutti uguali. Il mio desiderio invece era quello di andare al di là, sono sempre stato interessato alle strade alternative, a capire cosa potevo fare con lo strumento oltre al suo uso consueto.

In effetti la tua Trikanta è veramente oltre.
Sono partito con una versione semi-acustica con tre manici, quindi tre voci, che mi è servita per esplorare i raga che in qualche modo sono nel pacchetto della vita che ho deciso di vivere. Con quella aprivo i concerti dell’Area Reunion di qualche anno fa alternandola a un’altra chitarra. A un certo punto però mi sono reso conto di desiderare tutte le qualità in un unico strumento, è nata quindi la Shyama Trikanta che è totalmente elettrica, ma ha tutto un arsenale di accorgimenti tecnologici che mi permettono di farne un uso veramente completo. Su quella è basato il mio Indicazioni vol. 2.

Ho letto che il legno di cui è fatta è parecchio antico…
La chitarra è stata costruita da un gruppo di liutai di Cremona e uno di loro è un vero ricercatore di legni particolari. Quello del mio strumento è saltato fuori dalla Bosnia, da una quercia trovata scavando sotto il letto prosciugato di un fiume. Io ho visto due tronchi di questo albero, sembravano carbonizzati. A un esame poi è uscita fuori la sua età: circa 8000 anni, una cosa incredibile.

Chissà l’energia che trasmette.
Lo strumento risponde perfettamente a livello sonoro, ma se vogliamo trovare anche dei risvolti mistici ti dirò che ho mostrato alcune schegge di questo legno a una sorta di chiromante indiana che mi ha confermato la sua età e le sue alte vibrazioni.

I tuoi primi esperimenti con la chitarra sono iniziati col collegarla al sintetizzatore VCS3…
All’epoca, stiamo parlando dei primissimi anni ’70, mi ero trasferito a Londra e una sera vidi fuori da un pub un tipo con una valigetta in mano. Arrivato nei pressi della sua automobile la aprì e io vidi spuntare tanti cursori e manopoline. Mi avvicinai per chiedere lumi e lui mi disse che era un sintetizzatore EMS Synthi AKS, la versione portatile del VCS3 che costruivano a Putney. Per combinazione io abitavo proprio in quella zona e il giorno dopo andai nel laboratorio. Da lì è cominciata la mia collaborazione con il capo ingegnere Peter Zinovieff e i miei esperimenti con la chitarra che, grazie a dei pick up esafonici, collegavo al synth. Il risultato lo si può ascoltare, tra le altre cose, nel tema iniziale di Luglio, agosto, settembre… nero degli Area. Molti pensavano fosse eseguito con una tastiera ma in realtà era la mia chitarra sintetizzata.

Si dice spesso che Franco Battiato sia stato il pioniere nazionale del VCS3, in realtà mi sa che tu hai cominciato prima di lui
Credo di sì, più che altro ho avuto modo di seguire l’evoluzione dello strumento direttamente sul campo, dove lo costruivano. In quel periodo eravamo comunque tutti affascinati dalle nuove tecnologie e dall’ampia tavolozza di suoni che offrivano. Ognuno poi ne ha fatto un uso diverso.

Ti trovi bene anche con la tecnologia moderna?
L’effetto che mi dava il connubio con l’EMS AKS è irripetibile, è uno dei casi nei quali l’antico supera il moderno. Ma quel sintetizzatore non è stato l’unico da me usato negli anni ’70. Tramite l’amicizia con John Cage, che andai a trovare a New York, entrai in contatto con l’ingegnere e musicista Serge Tcherepnin che aveva appena costruito il suo Serge Modular Music System che contribuì ad ampliare ancora di più le possibilità della mia chitarra durante l’ultima fase di lavoro con gli Area, nel disco Maledetti. Poi sono diventato devoto, ho venduto tutto e ho cambiato vita.

Com’era la tua vita a Londra?
Giravo tantissimo, conoscevo un sacco di musicisti e ho fatto diversi provini per Muff Winwood, fratello di Steve e famosissimo produttore/manager. Un giorno disse che c’era un tipo che faceva cose tipo le mie e mi portò in una cantina a conoscerlo: era un giovanissimo Mike Oldfield che stava lavorando al suo Tubular Bells. Quando mi capitava di suonare con dei gruppi non ero però mai soddisfatto, mi si richiedeva sempre di essere un “normale” chitarrista mentre io avevo voglia di andare oltre. Quindi alla fine preferivo condurre i miei esperimenti da solo.

Mi racconti come fosti coinvolto negli Area?
Io vivevo a Firenze e nei primi anni ’60 suonavo con I Samurai, il cui batterista, il ricchissimo conte Giangi Minucci Debolini, invitava a casa sua i migliori strumentisti per apprendere da loro. A queste riunioni veniva anche Giulio Capiozzo. A un certo punto dovetti partire a militare e quando rientrai cominciai a suonare con I Califfi, gruppo beat che ebbe anche alcuni successi e che fu coinvolto in vari Cantagiro, dove feci amicizia con Demetrio Stratos che cantava ne I Ribelli. Arrivò però un momento in cui il pop mi venne a noia, e visto che nel frattempo mi ero sposato con una ragazza inglese, mollai tutto per trasferirmi a Londra dove sono rimasto per più di un anno.

Lì avresti dovuto esordire come solista, o sbaglio?
Dici bene. Grazie a Muff Winwood entrai in contatto con la Island che avrebbe dovuto produrre il mio primo album, quello che poi uscirà solo nel 1976 a nome Electric Frankenstein. Capitò però che un giorno arrivassero a Londra quelli della PFM che dovevano lavorare alla versione in inglese di un loro album. In quell’occasione il manager Franco Mamone mi chiamò per chiedermi se ero interessato a unirmi a una nuova band che stava nascendo in Italia: gli Area. Evidentemente era arrivata voce degli esperimenti che stavo conducendo e pensarono che sarei stato il musicista giusto per loro. Io, che forse ero un po’ stanco di fare le cose da solo, accettai di andare a Milano per rendermi conto della cosa. Lì ritrovai Demetrio e Giulio, conobbi gli altri, suonammo insieme e capii che ne valeva la pena.

Cosa ti colpì?
C’erano due aspetti che mi stimolavano, in primis quello sociale. Eravamo giovani uomini che volevano aiutare il Movimento a creare una situazione di realtà più interessante per gli altri giovani, un disegno di equanimità che non c’era e non c’è nemmeno oggi. Poi c’era Gianni Sassi, quando lo conobbi rimasi affascinato dal suo genio creativo, lui è stato veramente l’elemento di forza che ha portato gli Area al livello in cui sono arrivati. Gianni non voleva entrare nella dimensione musicale, quella era affare nostro, contribuiva però ad aprire le nostre menti, ci convocava nel suo studio e ci forniva degli input. Ci raccontava ad esempio della giornalista Ulrike Meinhof condannata dal tribunale tedesco alla lobotomia in modo che potessimo pensare a un pezzo ispirato a quella vicenda. Ognuno di noi buttava giù singolarmente delle idee che poi mettevamo sul piatto ottenendo in questo modo una sintesi del meglio delle nostre personalità.

Tofani con la Shyama Trikanta

A posteriori quale reputi sia il vostro lavoro più interessante?
Sicuramente Caution Radiation Area, il secondo album. Lì c’è un’osmosi tra tanti elementi in maniera armonica: Demetrio non canta più canonicamente e comincia a lavorare con la voce, io furoreggio con la mia elettronica, arriva Tavolazzi che si integra perfettamente… È un quadro pieno di sensazioni e di umori che secondo me altri nostri dischi non hanno.

Siete stati coinvolti nel grande calderone del prog rock che tanto successo ebbe in Italia in quegli anni. Vi ci ritrovavate?
Non avevamo nulla a che fare con quelle cose. Le altre band erano votate al dio danaro, noi invece eravamo soli, isolati, anche mal visti da molti e noi vedevamo tutti gli altri molto male. Pensavamo fossero dei farabutti che si erano lasciati mettere in mutande dal potere. Noi ci rifiutavamo di scendere a compromessi, ci interessava lavorare per migliorare la situazione dei nostri coetanei e trovare tutte le situazioni musicali più attraenti e stimolanti, senza pensare a fini commerciali.

Non ti piaceva nessuno? Nemmeno un altro grande sperimentatore della sei corde come Robert Fripp?
Fripp l’ho conosciuto quando abitavo a Londra, abbiamo fatto anche delle session alla Fender House insieme ad altri musicisti. Lo considero un ottimo chitarrista che ha sempre scelto di trovare soluzioni e strade diverse, per questo ha tutta la mia stima.

Come la presero gli altri quando decidesti di uscire dagli Area per diventare Hare Krishna?
Mi dissero di tutto, pensavano fossi impazzito. Una cosa che mi deluse e amareggiò parecchio, non me lo sarei mai aspettato, solo Demetrio si dimostrò comprensivo e gentile. Le mie ragioni riguardavano soprattutto la pesantezza della dimensione politica che a lungo andare stava offuscando tutto e che cozzava anche con una parte più spirituale di me, quella che quando avevo 13 anni mi aveva spinto alla decisione di diventare frate passando anche un periodo in un convento francescano. Poi c’era il discorso musicale, ciò che proponevamo a un certo punto mi interessò sempre meno, c’era una tendenza generale a spingerci verso il jazz, infatti dopo la morte di Demetrio fecero Area 2, un gruppetto di jazz, bravi ma come ce ne sono a milioni.

Cosa pensi dell’ultimo disco con Stratos, 1978: Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano?
Penso a come abbiano fatto a finire in mano a Caterina Caselli, come abbiano potuto immaginare che la Caselli avrebbe in qualche modo gestito un gruppo come gli Area. Dopo quel disco infatti è finito tutto. Molti anni dopo parlando con Ares gli chiesi «Ma perché lo avete fatto?» e lui mi rispose «Perché ci hanno dato dei soldi». Del resto lo si può capire, lavoravamo con Lotta Continua e non ci davano niente, quelli del Movimento quando chiedevi un rimborso storcevano il naso, c’erano gli autonomi, la musica gratis. Io però credevo in tutte queste cose, anche a costo di fare la fame, purtroppo non tutti la pensavano come me.

Volevo chiederti a proposito della reunion degli Area degli anni ’10, un progetto interessante e niente affatto nostalgico. Perché non è stato portato avanti?
Sono d’accordo, siamo partiti molto bene, con una bella armonia tra il vecchio repertorio – rivisitato per forza di cose, vista la mancanza di Demetrio e di Capiozzo – e nuovi spunti che abbiamo focalizzato in concerto e che poi sono finiti nel disco Live 2012. C’erano vari pezzi in solo, in duetto, molta creatività libera che si ricollegava alla filosofia primigenia della band. Poi però qualcuno decise che non era più possibile, che la gente voleva sentire soprattutto i pezzi più noti, che i miei raga con la chitarra erano fuori luogo. Non capivo, per me era tutto normale, per rompere il ghiaccio e dare un segnale di continuità rispetto a ciò che ci ha sempre spinto a fare musica: l’andare oltre i confini. Invece a un certo punto si pensò di togliere i momenti inventivi, iniziare con Arbeit macht frei e finire con Gioia e rivoluzione. Io che non sposavo questa direzione e che non ero più propenso al combattimento, i conflitti per me sono infatti solo una grande perdita di tempo, ho lasciato perdere. L’unica cosa positiva è che in quel periodo ero uscito dal tempio e non avevo niente, perché un monaco non ha niente, grazie alla reunion degli Area ho potuto mettere da parte un piccolo tesoretto che mi ha garantito la sopravvivenza.

Come ti avvicinasti al mondo Hare Krishna?
Tramite Claudio Rocchi, fu lui a farmeli conoscere, e approfondendo, mi resi conto che lì c’erano le risposte che cercavo da tempo. Andai quindi incontro a un radicale cambio di vita che io reputo fondamentale. Se non hai la capacità di annusare l’aria e capire in che modo vale la pena vivere e cosa è giusto mutare, se ti accontenti di vivere nel tuo nido, in un rifugio che alla fine non ti protegge da niente, non fai altro che nascere, crescere, invecchiare e morire, tutto lì. Bisognerebbe invece spingersi oltre da tutti i punti di vista per dare un reale senso a questo viaggio.

Che tipi di stimolo per un’umanità più consapevole pensi possa fornire quello che è successo a livello mondiale negli ultimi due anni?
Nessuno. Ricordo nel 1976 a Parco Lambro questi giovani che assalirono il camioncino con i polli surgelati, lo fermarono, presero a botte il conducente e si impossessarono dei polli che arrostirono alla bell’e meglio. Nell’aria c’era odore di cadavere, questa gente intenta a sfamarsi in maniera selvaggia, sembrava di essere tornati all’età della pietra. Cosa avrebbero potuto creare di diverso persone del genere? Era inutile parlare di una nuova società, di diritti e di alternativa se poi i risultati erano quelli. Infatti il grande sogno del Movimento da lì a poco è finito e ancora adesso non trovo ci sia stata una crescita che permette di affrontare con consapevolezza momenti come quelli che stiamo vivendo. In una cosa credo oggi: che la rivoluzione non debba essere più collettiva bensì individuale, è necessario riuscire a mantenersi in equilibrio tra tutti i contrasti che governano il mondo in questa che secondo le scritture è Kali-Yuga, l’era dell’ipocrisia e della discordia. Se non ti fai coinvolgere allora puoi crescere e diventare più forte. Quando poi la provvidenza deciderà che è arrivato il tuo momento, cambierai vestito, o corpo, e sarai qualcos’altro. Io non vedo l’ora di sapere cosa mi aspetta nelle nuove esperienze che mi attendono.

E nel frattempo come vivi il presente?
Abbastanza isolato da tutto, sto in un piccolo appartamento che un amico milanese mi ha messo a disposizione per vivere. In alternativa dovrei stare nel tempio, ma in quel modo non potrei portare avanti facilmente i miei esperimenti musicali, ci sono rimasto per più di 30 anni ma ora credo di avere bisogno di più tempo per andare avanti con le mie ricerche.

Non so se hai visto sul profilo Facebook di Patrizio Fariselli le sue esternazioni sulla gestione della pandemia e sui vaccini che hanno dato vita ad alcune critiche. Quale è la tua posizione?
Guarda, io ho perso le tracce di Fariselli, forse ho ancora un po’ di amicizia e stima di Tavolazzi, anche se lui è un lavoratore della musica, e va bene così. I principi sacrosanti degli Area, a cui si credeva e per cui si lottava, sono finiti nel nulla, qualcuno ha tirato lo sciacquone e tutto è andato a finire giù. Quello che Fariselli dice non mi meraviglia, ma è inutile perdere tempo con queste diatribe che non portano a nulla e non risolvono niente. Tu fai il tuo percorso, lascia perdere quello che ti circonda, tanto tutto è evanescente, non è reale. Come diceva il caro Claudio Rocchi: la realtà non esiste.

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