Paolo Angeli, «la bellezza di essere bastardi» | Rolling Stone Italia
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Paolo Angeli, «la bellezza di essere bastardi»

Per il chitarrista-inventore che sta per pubblicare un disco dal vivo con Iosonouncane ed è amato da Pat Metheny e da altri big internazionali, la musica deve essere incontro fra diversità

Paolo Angeli

Foto: Nanni Angeli

Tutte le mattine Paolo Angeli si sveglia e suona la chitarra per due o tre ore. «Non per migliorare la tecnica, ma per incanalare l’emotività, mi fa stare bene», dice. Lo fa ovunque, non importa si trovi nella Sardegna dov’è nato e cresciuto e dove torna sempre volentieri, in Spagna dove vive da tempo, prima a Barcellona, ora a Valencia, o in qualsiasi altra località lo ospiti in concerto. «Non ne posso fare a meno, c’è chi fa yoga, io suono», afferma il musicista di Palau, impegnato da più di 25 anni in un percorso musicale unico, a metà strada tra avanguardia colta e tradizione popolare, che lo ha visto tenere tour intercontinentali, riempire nel 2017 una sala della Carnegie Hall di New York, collaborare con alcuni dei suoi idoli, da Fred Frith a Jon Rose, da Hamid Drake a Pat Metheny, e realizzare per quest’ultimo una chitarra sarda preparata come la sua. «Me la chiese dopo avermi visto suonare dal vivo, prima di lui, in un festival jazz. Era il 2001, da allora è il mio più grande fan. Ci sono interviste in cui dichiara che ho cambiato il suo modo di vedere il mondo della chitarra. Mi lusinga, ma un po’ mi imbarazza: semmai sono io che lo ammiro da sempre».

Non è falsa modestia, conversando con Angeli si avverte chiaramente quanto nel suo approccio l’umiltà sia stata la chiave fondamentale, l’elemento umano che associato a passione, curiosità e disciplina gli ha permesso, un passo alla volta, di diventare un prodigio della chitarra sarda preparata, appunto, strumento-orchestra da lui stesso sviluppato, perno della sua discografia fino al recente album Rade, uscito a inizio giugno.

«Il corpo è un calco della chitarra sarda, strumento baritono che così com’è ora nasce attorno agli anni ’40, che è più grande della chitarra normale e che negli anni ho trasformato», spiega lui. «Ho cominciato inserendo dei martelletti simili a quelli del pianoforte che collegati a pedaliere mi consentono di costruire strutture ritmiche, linee di basso e contrappunti. Ho continuato implementando delle piccole eliche che uso per generare i bordoni come potrei fare con una ghironda o con degli strumenti ad arco e aggiungendo ulteriori corde, una sezione per le parti rumoristiche con molle che chiamo mollofono e una serie di ponti mobili per ottenere varie timbriche, da quella del basso fretless a quella della kora africana. Al tutto si unisce un sistema di amplificazione particolarissimo, in cui ogni corda ha un’uscita separata, il che fa sì che quando suono ci si chiede come sia possibile che non stia utilizzando sovraincisioni o che non ci sia qualche altro strumento nascosto chissà dove. La risposta è che la mia chitarra è un’estensione del concetto di orchestrazione. Oltre a essere un work in progress: al momento ne sto preparando un modello ancora più avanzato con la liuteria Michelutti di Cremona».

Nel frattempo – si diceva – è uscito Rade, lavoro prodotto da Angeli con la sua etichetta AnMa Productions: un concept dedicato al Mediterraneo in cui chitarra-orchestra e voce del 51enne s’intrecciano in un magma sonoro che fonde antichi canti sardi, paesaggi onirici e atmosfere sospese tra free jazz, folk noise, pop minimale. Una preghiera laica dal sapore ancestrale che pesca dai diversi territori in cui l’autore, in tasca una laurea in etnomusicologia, ha finora condotto le sue ricerche e sperimentazioni.

«Se dovessi raccontare per stagioni il mio percorso, direi che i primi 18 anni a Palau, in Gallura, sono stati segnati dal rock: visto che su una delle isole di fronte, quella di Santo Stefano, c’era la base militare Usa, in paese si ascoltava la radio americana, avendo così la possibilità di conoscere artisti come Jimi Hendrix e gli Who. È per questo che in paese, quand’ero ragazzino, c’erano ben nove gruppi rock, ciascuno specializzato in un repertorio: c’era quello che faceva rhythm and blues, Wilson Pickett e James Brown, un altro che lavorava su Beatles e Bee Gees, un altro sulla new wave, un altro su Hendrix e il rock nero americano, e poi il mio, l’ultimo nato, quello dei più giovani che giravano da una sala prove all’altra per poi suonare le cover delle cover. Senza dimenticare il maestro Tagliabue, che accompagnava il coro in chiesa con l’organo e che chissà come mai si era messo in testa di aprire un negozio di dischi e di dare lezioni di armonia e contrappunto, cosa che mi consentì di approcciarmi alla musica classica».

In seguito, tra il 1989 e il 2005, Angeli ha vissuto a Bologna, dove, mentre frequentava il Dams, ha scoperto la musica improvvisata e incontrato due istituzioni della stessa come Fred Frith e Jon Rose, esperienze che si sono affiancate a quella “a bottega” con Giovanni Scanu, figlio di Mario, uno tra i più amati cantadores a chiterra del secolo scorso. «Un momento meraviglioso: all’epoca Bologna era in contatto con le grandi capitali europee, con Berlino, con Amsterdam, ed era un posto pazzesco, dove era normale inventarsi una chitarra come la mia e suonarla in locali come il Link e nei centri sociali occupati come il Livello 57. È dopo aver incamerato tutti questi stimoli che mi sono trasferito a Barcellona, dove mi sono proiettato sulle musiche del mondo».

L’ultima stagione è quella che con la pandemia lo ha visto tornare in Sardegna e registrare Jar’a, album del 2021 dedicato alla sua terra, e avviare il lavoro poi chiuso a Valencia e sfociato in Rade. «L’immagine di copertina del disco è una fotografia scattata a Caprera, a Punta Tejalone, dove si arriva a piedi con un sentiero che ti porta su una cima dove c’è questa casa diroccata con una porta che si apre in direzione della Secca dei Monaci. L’ho scelta perché se Jar’a ha rappresentato per me una sorta di ritorno al grembo materno, alla cultura sarda più antica, Rade è una liberazione, che pur a partire dalle mie radici e dal canto sardo mi ha spinto a riprendere il largo, a ricominciare a navigare, a uscire nuovamente dalla mia zona protetta per ritornare al viaggio, al contemporaneo e alla voglia di esplorare il mondo. Complice una Valencia che sta vivendo un fermento incredibile, piena com’è di musicisti provenienti da tutte le aree del Mediterraneo e oltre, così che una sera ti può capitare di imbatterti in un musicista greco che suona rebetiko, un’altra con dei musicisti indiani che suonano con altri che fanno flamenco, un’altra ancora con un duo che intreccia il mandolino brasiliano con il kanun siriano oppure con un cantante gay che fa flamenco, ma accompagnato da basi elettroniche. Suggestioni che hanno fatto affiorare in me il bisogno di incidere un disco eclettico e sfaccettato».

In tutto ciò l’ambizione di Angeli, nel cui curriculum compaiono anche due dischi in omaggio a Björk e ai Radiohead e che a fine anno pubblicherà un album live con Iosonouncane, è di dare forma a «un’avanguardia mediterranea in cui si rivendichino la diversità e la bellezza di tutte le musiche che si affacciano sul nostro mare, ma trovando al contempo il gusto di superarle per creare un ibrido». Operazione non priva di un risvolto politico, sottolinea il chitarrista e compositore: «Non necessariamente per fare politica deve essere veicolato un testo politico, anzi, spesso il gesto politico intrinseco in una musica all’apparenza astratta può valere molto di più di un discorso esplicito. Nel mio caso ciò che rivendico è una diversità rispetto ai vari mainstream musicali, jazz, rock o classico non importa, e questo perché quei mainstream hanno sempre attinto con un atteggiamento quasi coloniale dalle realtà tradizionali minoritarie, trattandole come esotismi da inserire in strutture dall’impostazione occidentale. In questo modo si abbraccia un turismo di massa musicale cui sono da sempre contrario: per me la bellezza sta nell’essere bastardi, per cui il punto non è compilare una biblioteca di diversità, ma scegliere di farle incontrare, quelle diversità, dopo averle approfondite con esperienze personali, e nel mio caso scegliere di farle incontrare anche con la matrice anglosassone, che è il rock, e con la matrice del jazz, del free, dei grandi padri del minimalismo americano come La Monte Young e Terry Riley. Per riuscirci, però, è essenziale rinunciare alla propria visione e non puntare a issare l’ennesima bandiera: di tutto abbiamo bisogno, fuorché di altre bandiere».

Poi c’è il ruolo fondamentale dell’improvvisazione, al centro sia dei dischi di Angeli, che da lì nascono e si sviluppano, sia delle sue performance live. «Per me il cerchio si chiude sul palco», spiega il chitarrista gallurese, quest’estate in tour in Italia e il prossimo autunno negli States. «Dal vivo non ho mai una scaletta, seguo l’umore del momento, legato sia all’interazione con il pubblico – e il pubblico giapponese è diverso da quello che puoi trovare ad Addis Abeba, per esempio – sia al viaggio che mi ha portato al concerto, visto che per me conta quanto la meta. Ricordo ancora quando per il primo tour in Argentina mi spedirono l’elenco dei voli e degli scali in programma: dopo aver constatato che sarei dovuto passare da un aeroporto all’altro con ore di attesa chiesi di poter attraversare il Paese in autobus; mi presero per matto, ma in quel modo potei cogliere le tante anime dell’Argentina ed esprimere sul palco, di data in data, le sensazioni che le tappe del tragitto mi avevano trasmesso. In tal senso credo che la musica che suono abbia molto a che fare con le mie esperienze di bambino appassionato di windsurf: per fortuna al tempo non c’erano cellulari, né il panico indotto provocato dagli stessi, così partivo da casa e per quattro o cinque ore me ne andavo in giro per le isole al largo di Palau – Caprera, Spargi, Santo Stefano, La Maddalena – compiendo itinerari ogni volta diversi in base a come soffiava il vento, alla voglia di scendere a terra o meno e quant’altro. Ecco, le mie composizioni sono le isole, che sono sempre quelle, e il mio modo di proporle dal vivo è simile a quello con cui raggiungevo quelle isole e le circumnavigavo con il windsurf: cambia sempre».

Unica costante, le maglie a righe orizzontali che Angeli indossa in ogni occasione. «Ne ho un armadio pieno, simboleggiano il mio attaccamento al mare: così lo porto sempre con me».

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