Pantha du Prince, il musicista che abbraccia gli alberi, e li suona pure | Rolling Stone Italia
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Pantha du Prince, il musicista che abbraccia gli alberi, e li suona pure

Si è messo alle spalle la techno per fare musica centrata sul rapporto con l’ambiente. Domani sera porterà a Tones On The Stones la sua "conferenza degli alberi" fatta di suoni digitali e legni riciclati

Hendrik Weber, in arte Pantha du Prince

Foto: Stephan Abry

Musica e natura: il binomio non è nuovo, ma negli ultimi anni la spinta ecologista ha portato un numero crescente di artisti a metterlo al centro delle loro opere. Tra questi, il tedesco Pantha du Prince, al secolo Hendrik Weber, che nel marzo 2020, con il suo album Conference of Trees, ha fatto un ulteriore passo in avanti, dopo quello compiuto col precedente The Triad del 2016, nella direzione di una vera e propria sinergia tra composizione musicale e ambiente.

Il risultato è un disco realizzato non solo, ma anche con strumenti e percussioni in legno assemblati dallo stesso dj e producer, che intrecciati con scampanelli ed effetti elettronici creano atmosfere eteree, meditative. Un viaggio sonoro, che dal vivo si arricchisce di immagini, video, luci e costumi per dar vita a uno show immersivo e ipnotico che in Italia si potrà vedere il 30 luglio nell’ambito di Nextones, festival di sperimentazione elettronica e audiovisiva incluso nel cartellone di Tones On The Stones, rassegna in programma fino al prossimo 5 settembre in un “teatro di pietra” ai piedi delle Alpi quale è la cava Roncino in Val d’Ossola. «L’ho vista solo in foto, la location, ma sembra bellissima, non vedo l’ora di arrivare», commenta al telefono Weber, classe 1975.

Dove ti trovi in questo momento?
In una casa di legno in Svizzera, ma non ho nessuna base fissa, vivo dove sono. Trascorro spesso del tempo vicino a Berlino, in Germania, dove pago le tasse, ma per il resto mi muovo di qua e di là, in modo diverso a seconda degli anni. Sono sempre in giro, quest’anno sono stato tanto in montagna e al mare, in generale vado dove sento di avere bisogno di andare.

Immagino ci sia molto di questo spirito nomade nel tuo Conference of Trees. Che effetto ti fa presentarlo dal vivo a un anno e mezzo di distanza dall’uscita?
Buona domanda, in effetti è passato del tempo dalla prima volta in cui l’ho presentato. Ma è un disco che sento ancora molto, sia perché il tema del rapporto con il pianeta e della vita delle piante che lo ha ispirato mi sta davvero tanto a cuore e credo resterà attuale per secoli, sia perché ogni volta che lo suono in concerto cambia, si trasforma, e il motivo è che si evolve il mio approccio ai brani. È come se diventasse nuovo ogni volta, come se la mia connessione con quei pezzi si rinnovasse di continuo dando vita a un processo di metamorfosi costante legato alla mia crescente consapevolezza del rapporto profondo che ci unisce alla natura, alle mie intuizioni, alle mie esperienze su questa Terra, alla relazione con gli alberi, che per me sono esseri intelligenti.

Il titolo Conference of Trees esprime questa tua convinzione?
Sì, è una metafora della vita sulla Terra, dove gli esseri umani non sono il centro di tutto, non sono fondamentali nemmeno per l’esistenza del pianeta, semmai partecipano a quella grande conferenza degli alberi che è ciò che rende la loro stessa vita possibile. Non dimentichiamo che sono le piante a darci ossigeno e a nutrire noi e il suolo su cui camminiamo, dovremmo esserne grati. Perché non siamo noi il fulcro di tutto, il fulcro è la nostra relazione con l’ambiente che ci circonda: è seguendo una filosofia sbagliata che ci siamo convinti che il nostro ego sia il cuore di ogni cosa, in particolare quella parte dell’intelletto che razionalizza, divide e calcola anziché unire e sentire, ma noi siamo altro, siamo tutti i nostri sensi e la nostra interiorità più profonda in relazione con il pianeta. Però questo lo si può capire realmente e interiorizzare solo immergendosi nella natura, motivo per cui sarebbe auspicabile che ciascuno di noi lo facesse almeno per un periodo ogni anno: è l’unico modo per recuperare quel sentimento di connessione col tutto di cui sto parlando. Anche disconnettersi ogni settimana per almeno un giorno da telefonini e computer aiuta.

Tu da dove sei partito?
Dalla mia vita. Sin da bambino ho sempre avvertito il desiderio di cercare di catturare qualcosa che mi sembrava la nostra civiltà si stesse perdendo e di conseguenza anch’io. È difficile da spiegare, ma è una cosa che ho percepito e avvertito dentro di me da subito, a livello emotivo. E in fondo è lo stesso sentimento che mi ha spinto a comporre il mio Conference of Trees: il bisogno di sentirmi nutrito e pieno di energia semplicemente per il fatto di esistere. In Occidente agiamo costantemente per compensare qualcos’altro e da piccolo ricordo che per sfuggire a una tristezza di fondo che avvertivo in molti adulti mi rifugiavo nei boschi che avevo vicino a casa, ero sempre fuori tra torrenti e alberi che amavo arrampicare. E più salivo in altezza, più i miei genitori diventavano apprensivi: tre metri, poi cinque, poi dieci… (ride).

Come musicista hai alle spalle un percorso più legato alla scena techno, però.
Già, infatti realizzare un album come Conference of Trees è stato anche un modo per ritrovare un equilibrio dopo dieci anni di club techno e vita mondana. Per me la cultura dance ha sempre avuto a che fare con un tipo di esperienza immersiva, non mentale né solo fisica, ma nel tempo mi sono reso conto di quanto spesso questo aspetto sia escluso dal mondo del clubbing, che così diventa un contenitore vuoto. È da queste riflessioni che sono ripartito qualche anno fa, e dall’idea che il potenziale di trasformazione che un’esperienza come il ballare in gruppo porta con sé è altissimo. È stato un processo ispirato anche da persone, libri e altro ancora, ma se dovessi dire un momento in cui ho messo a fuoco tutto questo lo collocherei verso la fine del 2015, in un luogo non lontano da dove mi trovo ora, in un momento in cui, davanti a un albero vicino al quale andavo spesso a sedermi, a un certo punto ho sentito che dovevo raccontarne la storia, come fosse un personaggio di una saga in più capitoli.

Parte degli strumenti in legno che hai usato li hai costruiti con le tue mani, ma a parte questo cosa li caratterizza?
Tutto è nato da miei interessi che sono diventati fonti d’ispirazione, come l’antica cultura e la musica maya che ho avuto l’opportunità di esplorare in Messico e che mi ha avvicinato definitivamente all’idea che siamo parte di qualcosa di molto più grande di noi, qualcosa di ancestrale. Questi gli stimoli, dopodiché volevo cercare la mia personale via e l’ho fatto pensando ai miei antenati, per cui il legno con cui ho costruito gli strumenti alla base del disco arriva quasi tutto dalla fabbrica di mobili dei miei nonni, che tra l’altro è andata in bancarotta due anni fa, ma questo è un altro discorso, alla fine è stato un bene. Ad ogni modo è lì che ho recuperato il legno con cui poi mi sono messo a sperimentare, per cui ora in tour abbiamo questi legni riciclati da un magazzino dove fondamentalmente erano stati abbandonati e a ogni concerto è come se li riportassimo in vita. È anche divertente, oltre che stimolante, perché questi strumenti così costruiti producono frequenze basse che rilassano la mente e quindi il pubblico, a differenza di molta musica che siamo soliti ascoltare oggi.

Mi pare di capire che i concetti di vita, morte e rinascita sono importanti in questa tua concezione dell’arte.
Durante i miei concerti si celebra proprio la nostra mortalità – quella caducità che permette alla vita di andare avanti, di riprodursi – e l’idea stessa della morte, perché gli strumenti che suoniamo non sono vivi secondo la razionalità cui siamo abituati, ma in realtà, in una visione che si può definire animistica, lo sono: hanno in sé la vita con cui ci regalano i loro suoni.

Ti sei dedicato anche al field recording?
Ho registrato i suoni degli alberi e delle foglie nel vento, sotto la pioggia come sotto il sole, ma quelle registrazioni le ho tenute per me come fonte d’ispirazione. Per l’album m’interessava incentrare le composizioni sulla mia percezione di quei suoni, per questo ho trascorso molto tempo ad ascoltarli, e non solo con le orecchie, ma con tutto me stesso. È così che ascoltare finisce per diventare un modo di essere e di evolversi.

Pensi che la pandemia spingerà molti ad abbracciare questa tua visione?
In questo periodo mi interessa osservare come la gente reagisce alla pandemia sotto il profilo del rapporto con l’ambiente. Dopo l’arrivo del Covid non si può più far finta di non capire che siamo tutt’uno con la natura, per cui se non rispettiamo quest’ultima finiamo per uccidere lei e noi stessi contemporaneamente. E gli alberi questo ce lo dicono, quegli alberi che non a caso muoiono in massa in Europa e nel mondo molto più degli esseri umani e che però sono gli stessi che ci consentono di vivere, che è ciò che si celebra durante il concerto di Conference of Trees. Se non ci connettiamo con questo ciclo della vita, finiamo per aderire a una modalità distruttiva che se protratta ci farà molto male, quest’epoca dovrebbe avercelo insegnato. Ma al momento non mi sembra che la pandemia abbia veramente svegliato i nostri governi, anzi, dobbiamo stare attenti, perché non possiamo portare oltre a un certo limite l’idea di controllare ciò che non possiamo controllare. Per fortuna sotto traccia la voglia di vivere insieme e di creare comunità resta forte, penso dovremmo unirci in movimenti collettivi per promuovere e diffondere una nuova sensibilità, è ciò che cerco di dire con la mia musica da tempo. Io ci credo, che abbiamo il potere di scegliere come vogliamo vivere, ma dobbiamo sfruttare ogni spazio di libertà possibile per farci sentire, impegnarci e agire.

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