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La psichedelia è anche a casa tua: l’intervista agli Animal Collective

Il gruppo di Baltimora suonerà il 7 aprile a Milano per presentare "Painting With", il loro decimo album, e ci spiega il segreto della longevità: separarsi, ogni tanto

I tre membri degli Animal Collective: Panda Bear, Geologist e Avey Tare

I tre membri degli Animal Collective: Panda Bear, Geologist e Avey Tare

Painting With è il decimo album degli Animal Collective. Mentre preparavo l’intervista, la lucida epifania di quel numero – dieci – mi è arrivata come una doccia fredda, che poi è la versione più simpatica dell’angoscia. Possibile – mi chiedevo – che quella che per me era ancora una band di pischelli fosse già al suo decimo album? La verità è che il tempo passa anche nell’universo psichedelico e astruso di una band per sua stessa natura capace di ritagliarsi un’esistenza fuori dalla Storia, smaniosa di continuare a giocare nella sua infinita Arcadia stralunata, piena di colori acidi e freaks carini; l’altra verità è che essere – o essere stati – fan di propri coetanei ha delle conseguenze nefaste, perché non è possibile concedersi una confortante nostalgia senza fare i conti con derive ansiogene.

Ma forse l’idillio allucinatorio degli Animal Collective è proprio la risposta hipster a quell’ansia, un po’ di spensierato escapismo – mai troppo violento, mai fuori controllo – alla soglia dei 40. Al telefono con Brian Weitz, alias Geologist, cerco di fugare i miei dubbi.

I tre membri degli Animal Collective: Panda Bear, Geologist e Avey Tare

I tre membri degli Animal Collective: Panda Bear, Geologist e Avey Tare

 

Quando si parla di Animal Collective, spunta sempre fuori la parola “psichedelico”. Per voi che cos’è la psichedelia?
Ah, è un tema su cui scherziamo spesso, perché puoi andare in giro per il mondo a fare la stessa domanda e nessuno ti darà la stessa definizione. Non ci interessa il riferimento storico agli anni ’60, non è che cerchiamo di avere un sound retrò. Piuttosto, direi che la psichedelia è una sorta di sconfinamento, dove i suoni, le immagini o le emozioni arrivano già mixati. Ma in realtà mi viene in mente la frase celebre di Potter Stewart, un giudice della Corte Suprema nei ’60, quando era stato chiamato a esprimersi su cosa fosse la pornografia: “La riconosco quando la vedo”. Ecco, diciamo che con la psichedelia è la stessa cosa, non saprei definirla, ma se la vedo, la riconosco.

Nel vostro ultimo album, a partire dal singolo FloriDada, vi ispirate a Dadaismo e Cubismo. Perché siete andati a ripescare vecchie avanguardie invece di qualcosa di più contemporaneo?
weitz Non ci interessa il riferimento storico alle avanguardie…

Eh, non vi interessa mai il riferimento storico…
(Ride) Sì, hai ragione! Però è così. Non è che abbiamo preso il manifesto dadaista e cercato lì le linee guida, un guru o cose del genere. È più una suggestione, un tipo di approccio: rispetto al Dadaismo per esempio, ci piaceva l’uso del collage, che è in fondo quello che facciamo noi musicalmente. E poi, se penso a tutti i nostri amici visual artist, guardano ancora al Dadaismo come a una pietra miliare.

Tipo?
Bjorn Copeland dei Black Dice, oppure Brian DeGraw dei Gang Gang Dance, che ha fatto anche l’artwork del nostro album.

Pensi che questo legame tra musica e visual art possa essere preso come una nuova forma di psichedelia?
La novità è più nel tipo di fruizione; senza mettersi a fare lunghi discorsi su Internet, il fatto è che adesso puoi avere la tua esperienza psichedelica semplicemente stando a casa per conto tuo. Non è necessario, per dire, andare a un rave o a un concerto a vedere il set up di luci sul palco. Oppure metti tutte le potenzialità del video, MTV non ha più nessuna rilevanza da questo punto di vista. Anche nella pop music hai Beyoncé che fa il suo visual album, e chissà che può succedere con la realtà virtuale…

E la vostra scelta di far sentire in anteprima il nuovo album all’aeroporto Internazionale di Baltimora-Washington è in controtendenza rispetto a questa cosa?
In parte sì, ma solo perché era diventato un po’ estenuante sbattersi così tanto per creare tutta una piattaforma multimediale per promuovere un disco, website, radio show, ecc. Voglio dire, è anche affascinante e lo abbiamo sempre fatto, ma stavolta volevamo semplicemente far sentire l’album e allora ci siamo immaginati questa esperienza un po’ surreale. Ci siamo detti: pensa che ficata se, 20 anni fa, ci fossimo ritrovati in un centro commerciale e, all’improvviso, fosse partito un pezzo nuovo dei Pavement, che al tempo era il nostro gruppo preferito. Insomma, conoscevamo un tizio all’aeroporto e la cosa è stata piuttosto semplice.

Che effetto ti fa pensare agli Animal Collective come i Pavement di un tempo?
Beh, ci sta succedendo questa cosa strana che arrivano dei ragazzini da noi e ci dicono che ci hanno scoperto perché ci ascoltavano i loro genitori, oppure gente che ci dice che eravamo la loro band preferita ai tempi del liceo. Fa un certo effetto.

Invece a livello di influenza musicale? Nella vostra press-release, per esempio, usate l’espressione “Animal Collective filter”: ti sembra che ci siano sempre più band ad “applicare” questo filtro cercando di somigliare a voi?
Diciamo che è bello sentirsi dentro una sorta di continuum musicale, come fosse una conversazione più ampia di cui siamo parte, ma il filtro di cui parli, in realtà, è proprio l’assenza di un filtro. Cioè, il nostro stile è un ibrido totale. Quando suoniamo, ognuno si porta dietro le proprie influenze, e quindi hai un mix di Pavement, Daft Punk, noise, musica trash, droni, indie rock… E non c’è nessun tipo di gerarchia, piuttosto quell’idea di collage di cui si parlava.

E come fate a evitare che questo collage diventi qualcosa di iper-concettuale e disorganico?
Non credo che siamo dei tizi così cervellotici, e comunque, se suoni insieme da tanto tempo, saltellare allegramente da una cosa all’altra senza soluzione di continuità è un processo molto intuitivo. Se mi mettessi a suonare con un gruppo nuovo, probabilmente sarebbe diverso, non potrei star lì a fare dei rumori e basta, senza dovermi giustificare o spiegare cosa cavolo sto facendo.

Per questo album avete deciso di non suonare i pezzi nuovi in concerto prima dell’uscita come se aveste paura di assuefarvi alle canzoni. Hai la sensazione che andando avanti nel tempo sia sempre più facile temere questo genere di assuefazione?
Non so se chiamarla proprio assuefazione. Non è che non ci piacciano più le nostre canzoni! Ma suoniamo insieme da quando siamo dei ragazzini. Insomma, come dicevo prima, ci conosciamo fin troppo bene, quindi nel momento in cui c’è bisogno di una parte di improvvisazione, può succedere che intuisci già cosa sta per fare l’altro e ti perdi quel necessario senso di pericolo, di imprevedibilità, o di fallimento. Per cui se ci rendiamo conto che sta diventando tutto troppo semplice, ci siamo dati la regola di prenderci una pausa. E ognuno fa quello che deve fare: un progetto da solista, un cambio di strumenti, oppure niente. Dopo che è passato un po’ di tempo, possiamo ritornare sul nuovo materiale in una maniera meno scontata. Così decidiamo di reincontrarci – anche perché ormai non abitiamo più nello stesso posto – e da lì nasce la necessità, anche psicologica, di incidere un album.

Questo articolo è pubblicato in versione integrale su Rolling Stone di febbraio.
Potete leggere l’edizione digitale della rivista,
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